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Energie rinnovabili e ‘danni collaterali’: la trappola del biogas

– Provate a immaginare di possedere un allevamento di 220 bovini e 6000 suini, e che il fabbisogno di questi animali dipenda dai 400 ettari di terreno che avete in affitto. Provate ora a immaginare che il canone di affitto di questi terreni triplichi improvvisamente, passando da 500 a 1500 euro per ettaro, prendere o lasciare. E’ quanto è accaduto a Stefano Moscone, allevatore cremonese che ha raccontato la sua storia al Sole24ore, ed è un fenomeno sempre più diffuso in Lombardia.

Dietro a questo fenomeno c’è la bolla del biogas alimentato a incentivi. Sembra che produrre mais per buttarlo a fermentare coi liquami stia diventando un affare d’oro, e non c’è da stupirsi: per realizzare gli impianti si può contare su un contributo a fondo perduto del 30%, finanziato dalla regione con i soldi dei Piani di Sviluppo Rurale (un impianto per la produzione di biogas non sarebbe altrimenti un buon investimento: costa circa un milione di euro a MW, con una previsione di rientro di circa 12 anni).

Oltre all’aiuto iniziale, si può poi contare sul contributo per kWh prodotto, quello che ci viene salassato in bolletta, come per le altre rinnovabili. Grazie a questo contributo l’energia prodotta dal biogas finisce per costare cinque volte di più di quella prodotta con i combustibili fossili. Per finire, il fatto che le industrie debbano utilizzare una quota di energia rinnovabile ha indotto molte di queste ad investire direttamente nel settore: se produrre biogas è un affare, tanto vale farsi il proprio impianto, invece di acquistare l’energia, e magari venderla a chi non è arrivato in tempo.

Per fare questo, però, c’è bisogno di garantire ad ogni impianto il proprio fabbisogno di mais, ed ecco quindi che cominciano a fioccare proposte di affitto esorbitanti per i terreni agricoli, tanto paga Pantalone. Il risultato, tanto ovvio quanto prevedibile, è che Stefano Moscone dovrà pagare dall’anno prossimo 600.000 euro all’anno di affitti, e come lui molti altri si trovano a dover scegliere se chiudere oggi o provare a resistere fino a domani.

Non è certo una bella situazione, considerando il fatto che gli impianti a biogas dovevano, nelle intenzioni dei promotori dei finanziamenti, contribuire ad integrare il reddito delle aziende agricole, mentre ora sono una delle cause della loro crisi. Una situazione che presenta molte analogie con quella che, in molte zone del paese, vede le società che installano impianti fotovoltaici proporre canoni d’affitto stellari (fino a 4000 euro per ettaro) per un uso ventennale dei terreni (spesso proprio quelli migliori, pianeggianti e meglio esposti al sole).

Proprio pochi giorni fa George Gilder, un amico di Libertiamo, ha parlato con la chiarezza che lo contraddistingue dalle colonne del Wall Street Journal:

“Tutti i programmi per le energie cosiddette “rinnovabili” finiscono per sprecare e distruggere la preziosa risorsa della terra coltivabile, che serve a nutrire l’umanità”.

Terra che in questo caso viene acquisita ad un prezzo maggiore del suo valore di mercato per produrre qualcosa che vale molto meno, e tutto ciò grazie al denaro che viene sottratto ai contribuenti e ai consumatori. Sarebbe forse il caso di cominciare a chiedersi se, nel momento in cui la frenesia dell’energia sussidiata sarà gioco forza esaurita e in cui ci accorgeremo che un settore produttivo sano come quello della zootecnia padana è stato spazzato via, proprio noi, contribuenti e consumatori, potremo dire di aver fatto un buon affare.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

11 Responses to “Energie rinnovabili e ‘danni collaterali’: la trappola del biogas”

  1. Mi piace l’approccio serio e disincantato al tema delle energie rinnovabili. Ogni azione, anche di incentivazione, ha effetti distorsivi sul mercato che vanno tenuti da conto, monitorati e, se nocivi, contenuti.
    E’ lo spazio della politica, bisogna tornare a farla in senso nobile e compiuto

  2. ettore pottino scrive:

    no non sono d’accordo ..questo è oscurantismo!!! è quasi che ci dogliamo se l’azienda agricola fa reddito ,certo è comodo che il costo dei cereali rimanga basso, fregandosene se l’agricoltore che li coltiva CI PERDE!! la produzione dell’energia è un opportunità x gli agricoltori che vogliono spezzare la schiavitù dai poteri forti che determinano il mercato!! se gli affitti salgono vuol dire che i terreni finalmente rendono..dovremmo esserne felici …o siamo tutti masochisti??????

  3. Giordano Masini scrive:

    @Ettore. Quali sono i “poteri forti che determinano il mercato”? Gli unici a condizionare il mercato agricolo sono le autorità pubbliche, europee e regionali, con il sostegno dei centri di potere dei sindacati agricoli, che in questo sistema di intermediazione di soldi pubblici si trovano perfettamente a loro agio.

    Se i prezzi e i valori fondiari salgono perché esiste una domanda reale di prodotti agricoli (ed esiste e sarebbe facile trovarla, se ci si volesse aprire seriamente ai mercati globali, invece di invocare misure protezionistiche, basta guardare i ritmi di crescita dell’export brasiliano, indiano e cinese) sono il primo ad esserne felice, in primo luogo per la mia attività. Ma se salgono solo per inseguire business facili sostenuti da soldi pubblici e intermediazioni politiche, beh, queste si chiamano bolle, e in questi ultimi anni ne sono esplose parecchie. Basta saperlo, e ricordarsene, quando ci verrete a raccontare che è tutta colpa del mercato.

  4. Marco scrive:

    Sono totalmente daccordo con il pensiero di George Gilder.

    Trovo per esempio assurdo che venga incentivato il fotovoltaico sui terreni agricoli. Aggiungerei che questi programmi di sostegno incidono anche pesantemente sull’ambiente naturale e paesaggistico.

    Purtroppo lo sviluppo delle cosiddette energie “rinnovabili” è finito nelle mani dagli aderenti alla Chiesa del Riscaldamento Globale, che è molto peggio di Scientology in quanto a totalitarismo.
    Sarà dura farli ragionare.

  5. Roberto scrive:

    sono d’accordo sulla sottovalutazione del fatto che incentivi “politici” a determinate fonti di energia possano in realtà andare ad incentivare solo bolle speculative (sul fotovoltaico c’è anche un problema “tecnico” di effettiva produzione energetica calcolata sulla vita media di utilizzo dei pannelli e sull’energia necessaria per costruirli), tuttavia consideriamo anche che l’agricoltura è un altro settore dove gli incentivi pubblici la fanno da padrone, non è esente da critiche similari..

  6. Lorenzo scrive:

    Bell’articolo. Ma come è possibile che in Italia si stia facendo lo stesso errore che hanno fatto in USA? Lì si sono già accorti della pazzia di sussidiare mais per biodiesel, e qui lo rifacciamo? Io abolirei tutti i sussidi, a parte quelli mirati a finanziare l’incremento di efficienza in nuove tecnologie, e comunque solo quando globalmente i benefici sono maggiori dei danni…

  7. ettore pottino scrive:

    Caro Giordano, i poteri forti sono le lobby finanziarie internazionali che con i future e le speculazioni, investono sulle commodites, in uno scenario dove le agricolture dei paesi avanzati non sono + competitive x il divario costi di produzione. Ti ricordo che i sindacati, a cui mi onoro di apprtenere ,non sono ente terzo ma sono gli agricoltori! di seguito il mio pensiero completo sull’argomento.:CIBO ED ENERGIA: QUALE FUTURO X L’AGRICOLTURA?
    Si assiste da qualche tempo a uno strano balletto di opinioni circa l’opportunità per l’agricoltura di dedicarsi alla produzione di energia oltre che di alimenti.
    In questa direzione si stanno facendo alcuni passi avanti e molti indietro.
    Per molti la produzione energetica deve essere limitata in agricoltura all’autoconsumo perché un ruolo più significativo distoglierebbe le stesse dalla sua mission principale che è produrre alimenti.
    L’argomentazione “forte” è che nel mondo ogni giorno muoiono persone per fame e che l’agricoltura mondiale non riesce a soddisfare la domanda di cibo per cui è improponibile distogliere superfici agricole dalla produzione di alimenti. Questo è vero, tragicamente vero,in termini assoluti, ma non tiene conto di alcune problematiche che non consentono soluzioni semplicistiche . Il mondo è diviso in più parti:, una parte ricca , una povera,l’altra che sta cambiando il suo status.
    Da più di quarant’anni gli stessi Paesi del terzo mondo hanno detto no all’elemosina, cioè all’invio in quelle aree del mondo, di cibo da distribuire alle popolazioni affamate. Infatti, l’effetto perverso che si otteneva, oltre all’esercizio di un potere discrezionale e corruttibile da parte delle istituzioni locali a danno dei propri sudditi, era la distruzione delle fragili economie locali, con il dumping indiretto esercitato dall’immissione di queste merci sulle produzioni locali.
    Per questo,da anni ,la politica di aiuto si fonda sull’esportazione dei mezzi tecnici di produzione e delle tecnologie in genere,con funzione di starter per le economie locali. Questa linea ha avuto indubbio successo per alcune realtà, tanto da creare una crisi del mondo occidentale, cioè la parte ricca del mondo, aggredita da nuovi competitors. Questa è l’etica del capitalismo che tende all’eguaglianza delle economie, distinguendosi dal socialismo che tende all’eguaglianza degli individui.
    Il meccanismo è semplice: Un’economia emergente ha costi di produzione bassi quindi è competitiva e progredisce, progredendo, il benessere si diffonde e i consumi interni crescono, quindi crescono le esigenze e il costo della vita ,conseguentemente i costi aumentano e le merci diventano meno competitive ma tecnologicamente più avanzate, in pratica si vanno ad omologare a quelle della concorrenza.
    In questo scenario, la preoccupazione di non distogliere l’agricoltura italiana dalla produzione alimentare perde completamente di significato. La crisi dell’agricoltura del mondo occidentale è paradossalmente la sovrapproduzione e la concorrenza dei paesi emergenti che determinano una caduta dei prezzi sotto la soglia di convenienza. L’imperativo politico, sociale, economico è mantenere in vita le imprese agricole e in grado, di rispondere in tempi brevi, a picchi di domanda straordinari. Una variazione colturale o cambio d’indirizzo produttivo rientrano nella normale ottica di flessibilità che ogni azienda si deve dare, la ricostituzione ex novo di imprese, è ,al contrario , estremamente complessa. L’architettura normativa nazionale che dà all’agricoltura, la possibilità e la facilitazione fiscale di produrre energia, è un’opportunità che non può non essere colta. Le imprese agricole oggi sono competitive rispetto ad altri soggetti,in quanto il reddito energetico rientra nel calcolo di quello agrario ,con un risparmio fiscale che arriva al 40%. In ogni piano energetico regionale , questo deve essere valutato, perché da ciò può dipendere il raggiungimento degli obiettivi. Per le aziende agricole è previsto un tetto di un MW di energia da fotovoltaico o da biomassa, che è cosa ben diversa dal soddisfacimento di un mero fabbisogno ma che, nello stesso tempo, non stravolge la funzionalità “agricola” . Quello che dobbiamo auspicare è una rete d’imprese che con poliedricità raggiungano una “salubrità “ economica che le faccia uscire dalla patologia strutturale dell’assistenzialismo. Per far questo non si possono limitare le opzioni, negando la scelta energetica per tabù ,ostracismi ed anatemi urlati da chi di agricoltura non vive e non conosce, chiuso in preconcetti e in gabbie mentali.
    Ettore Pottino

  8. Giordano Masini scrive:

    @Ettore.
    Ciò che penso della speculazione sulle commodities l’ho scritto proprio la settomana scorsa su queste pagine
    http://www.libertiamo.it/2010/11/15/prezzi-e-speculazione-cio-che-le-cipolle-possono-insegnare/

    Per quanto riguarda invece il discorso sulle opportunità offerte dalla produzione di energia, sono perfettamente al corrente che c’è chi vorrebbe regolamentare ulteriormente il settore, limitando queste opportunità solo ad aziende che riuscissero a dimostrare (in che modo, poi, non è chiaro) la complementarietà con l’attività agricola. Sono completamente contrario a soluzioni di questo genere, in quanto credo che se esistono delle opportunità debbano poterne approfittare tutti, e perché ritengo che un eccesso di regolamentazione aumenta il potere discrezionale della politica, e quindi le occasioni per affari non troppo trasparenti.

    Ma sono al tempo stesso contrario al fatto che le autorità publiche debbano determinare il prezzo e il valore dei beni, attraverso sussidi, incentivi, quote, tariffe, denominazioni d’origine, certificazioni di qualità e quant’altro. Gli effetti sono sempre negativi a lungo termine. Per questo ritengo che le imprese potrebbero costruire un futuro più solido per loro stesse e per l’agricoltura in generale se non ci fossero i sussidi, e quando parlo di sussidi non mi riferisco solo a quelli sull’energia (se il biogas fosse un vero affare, non avrebbe bisogno né dei soldi dei PSR né dei contributi del conto energia), ma anche alla PAC.

    Mi permetta, infine, di dire che sarei d’acordo anch’io sul fatto che le confederazioni “sono” gli agricoltori, se l’adesione alle stesse avvenisse su base effettivamente volontaria e non fosse, di fatto, indotta dalla necessità di passare attraverso un CAA (per i non addetti: l’equivalente agricolo dei CAF) per potere accedere ai contributi e ai sussidi stessi.

  9. Michele Corti scrive:

    Ho recentemente pubblicato un articolo sul mio sito contro la trappola del biogas molto in sintonia con quello che ho letto qui. Però è dal 2008 che lo sto dicendo (vedere gli articoli più vecchi specie quelli contro la centrale di biogas di Fiavè (poi bocciata) e contro le incentivazioni della Regione Lombardia al biogas (2009).

    http://www.ruralpini.it/Commenti-Biogas-trappola.htm

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