di SIMONA BONFANTE – È l’istituto costituzionale che vieta al Parlamento di sfiduciare un governo in carica se incapace di dare contestualmente la fiducia ad un nuovo esecutivo. Funziona così in Germania, Belgio, Spagna. Non in Italia, dove il Parlamento ha la facoltà di scomporre una maggioranza, ma non l’obbligo di ricomporne una alternativa. Non ne ha l‘obbligo costituzionale. Può tuttavia averne l’imperativo politico.

Dagli elettori, i parlamentari non ricevono il mandato a rimanere fedeli ad un governo, ma la delega a legiferare e verificare in loro vece l’operato dell’esecutivo. La legge che ha normato l’elezione dei parlamentari in carica, tuttavia, ha come per magia liberato i rappresentanti del popolo dal vincolo con il delegante, costringendoli al contempo ad un impegno di natura diversamente costituzionale: la fedeltà al leader del partito che li ha messi in lista. L’elettore non ha modo di incidere sull’azione del proprio delegato in Aula. Può solo confidare sul suo buon cuore. O sulla consapevolezza costituzionale del titolare del nome iscritto sulla scheda al momento del voto – usufruttuario illegittimo della podestà popolare.

Nel suo intervento sul Corriere di ieri, Tommaso Padoa Schioppa ha sostenuto l’opportunità che il Parlamento si ri-appropri di quella funzione delegata, restituendo al Paese una maggioranza capace di “una unione nazionale volta a uno scopo”. E quello scopo non è “far cadere il governo”, ma “compiere una intensa, anche se breve, «ricostruzione della normalità istituzionale»”.

Non è affatto confortante trovarsi a convenire con il predecessore di Tremonti. La crisi politica di oggi però ha davvero ragioni strutturali sintomaticamente convergenti con le cause di quelle che l’hanno preceduta nell’era secondo-repubblicana. E quelle ragioni rimandano sempre allo stesso indirizzo: lo snaturamento delle funzioni istituzionali.
Okkey, e se cominciassero i parlamentari a ri-appropiarsi della loro funzione? Ne hanno facoltà. Ne hanno – si direbbe – persino la cogente responsabilità.

Il paese ha bisogno di stabilità – istituzionale e politica. Stabilità, va da sé, è cosa diversa da continuità. Stabilità è una maggioranza trasparente – che oggi non c’è – a sostegno di un progetto di governo cristallino – che oggi non c’è neanche lui. Stabilità, manco a dirlo, è la pre-condizione della ripresa economica. Sono i mercati che hanno in mano il debito pubblico nazionale a stabilire se la guida del nostro paese merita fiducia. Ed al momento i mercati quella fiducia la dispensano con inequivocabile parsimonia.

Stabilità si avrebbe se la sfiducia che il prossimo 14 dicembre il Parlamento ha la facoltà di riservare al Presidente Berlusconi non si esaurisse in una sanzione al governo in carica, ma fosse un momento di costruzione – o di ri-costruzione patria.
Costruire (una maggioranza parlamentare) per sfiduciare il governo non è – ci pare – una buona cosa per il paese. Sfiduciare per costruire invece forse sì. Dipende naturalmente da cosa si ha in animo di costruire.
Futuro e Libertà ha la responsabilità di aver aperto la crisi. Bene, smetta di occuparsi di Berlusconi e si preoccupi piuttosto di formulare un progetto – ragionato e vincolante – che metta il Parlamento di fronte alla possibilità di scegliere non tra Berlusconi e il diluvio, ma tra quel governicchio ed un governo vero.

Libertiamo ha cominciato a tracciare, nel merito, il discrime tra continuità e stabilità. Ne abbiamo già discusso qui e qui.
Non ce ne frega niente di mettere Berlusconi in minoranza. Ci interessa semmai un esecutivo che, più che occuparsi di trovare capri espiatori per i suoi fallimenti, si preoccupasse di archiviare le prove dei suoi successi. E la prova del nove del successo di un governo – qualunque governo – si misura sullo spazio di libertà, quindi di potere, che sarà stato capace di aprire ai titolari della sovranità democratica – i cittadini: contribuenti, elettori, consumatori.
È una campagna, la nostra. L’abbiamo chiamata “Operazione Verità”.  E, sia chiaro, non abbiamo alcuna intenzione di lasciarla incompiuta.