– Qualunque sia l’esito della riforma della professione forense, ciò che è successo recentemente dietro gli scranni del Senato rappresenta un vulnus alla già scarsa democrazia economica di questo Paese.

E’ stato infatti approvato in aula un articolato che riserva, tramite un tacito accordo tra corporazioni, l’attività stragiudiziale e di consulenza legale solo ad avvocati, ordini professionali concorrenti, ai dipendenti di associazioni di categoria e dei consumatori e ai professori di diritto. Un risultato illiberale da portare sugli altari del Congresso Nazionale Forense, raggiunto con il contributo determinante dell’Italia dei Valori che ha così sostenuto una maggioranza claudicante e vanificato l’opposizione di Futuro e Libertà. L’emendamento, approvato così com’è, produrrebbe conseguenze devastanti nel mondo del lavoro e sul tasso di liberalizzazione, già tendente allo zero, del mercato italiano dei servizi professionali; costituirebbe inoltre un freno improvviso alla crescita del movimento delle professioni più innovative e non regolamentate da albi o collegi.

Tali effetti meritano un approfondimento.

Prima di tutto migliaia di studi professionali rischiano di essere cancellati con un tratto di penna.
Sono composti da lavoratori autonomi che esercitano da decenni le professioni di patrocinatore stragiudiziale, esperto di infortunistica, amministratore di condominio e, in generale, tutte quelle numerose attività specializzate in uno o più rami del diritto che concorrono, sul mercato, con l’avvocatura.

Un incubo per molte famiglie a causa di una riforma che, a detta del presidente dell’Antitrust, “fa rimpiangere quella fascista degli anni ’30”. I professionisti esclusi, molti quarantenni e cinquantenni e spesso ex quadri aziendali, nonché altri giovani che hanno investito in attività innovative, avrebbero notevoli difficoltà di riconversione in tempo di crisi: per continuare a lavorare, dovrebbero arrangiarsi o fare i “galoppini” degli avvocati, perdendo, come ha detto il valido senatore Ichino durante il dibattito in aula, quella “autocoscienza e sapere collettivo” che proviene dal far parte di una categoria professionale peraltro libera, volontaria e non corporativa. Tutto questo potrebbe accadere in totale assenza di ammortizzatori sociali.

La discriminante folle del formulato, che separa con l’ascia il lavoratore autonomo – che, se non è avvocato, non può lavorare – da chi è dipendente, e quindi può, è un esempio di legislazione creativa fuori dai canoni della costituzione.

La nuova norma, se approvata, avrebbe, sempre seguendo il parere dell’Antitrust, riflessi negativi sull’utenza, dal cliente singolo all’impresa, che si troverà, a causa di una drastica riduzione dell’offerta, di fronte ad un aumento dei prezzi delle prestazioni di consulenza senza la minima certezza di un aumento della qualità delle stesse.

Si verrebbe inoltre a minare il contributo che le professioni non regolamentate, anche nei settori benessere, sanità e fiscale, hanno fornito al Paese affermandosi come prodotto avanzato di un diritto vivente che ha stabilito, tramite luminose sentenze di merito accolte integralmente dal legislatore europeo e dalla Corte di Giustizia, confini certi tra attività riservate e libere.

L’emendamento vuole infatti distruggere un’avanguardia della conoscenza che si è affermata sul mercato perché è competitiva con gli ordini, è organizzata anche in modo imprenditoriale, ha prezzi commisurati al livello di servizio e, non ultimo, ha la capacità di produrre e coordinare nuovi saperi specialistici e interdisciplinari.

Se il formulato fosse definitivamente approvato, infatti, si potrebbe creare un pericoloso precedente che alimenterebbe gli “appetiti” di tutti gli altri ordini, volti ad assorbire tutto ciò che prima non era a loro esclusivamente riservato dalla legge. Niente più tributaristi ma solo commercialisti, niente osteopati o chiropratici ma solo medici, niente informatici ma solo ingegneri e così via in una regressione senza freni che porterebbe il paese definitivamente fuori dal mercato europeo delle professioni e sempre di più terra di conquista di società e professionisti esteri.

Il timore è che si sia rotto quell’equilibrio che per dieci anni aveva affermato il principio, acquisito anche dal più retrogrado legislatore, volto a non creare nuovi ordini e a non ampliare le esclusive. La tregua era stata stabilita in attesa di una riforma organica delle professioni regolamentate e del riconoscimento, nell’ambito della libertà di esercizio e senza restrizioni di sorta, di quelle più innovative, organizzate con sistemi associativi e che promuovono la certificazione di qualità come “pietra angolare” per fornire adeguati segnali di valore.

Tutto questo meccanismo non può essere spazzato via: l’auspicio dunque è che la Camera azzeri l’improvvida decisione del Senato senza tentennamenti, con il contributo delle forze politiche dotate di un minimo tasso di liberalismo e di buon senso, per dare il chiaro segnale che quello che è successo è stato frutto del sonno della ragione i cui mostri, però, non devono essere generati.

Di seguito, intervista di Alessandro Caforio a Stefano Mannacio sull’argomento.
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