di PIERPAOLO RENELLA – In un clima – a seconda dei punti di vista – di incertezza sugli sviluppi della crisi, dove il tatticismo prevale sulle strategie trasparenti, la Camera approva la legge di Stabilità e il bilancio di previsione 2011. Per la prima volta dal 2003, senza il voto di fiducia. Non si può certo dire che i fatti si siano susseguiti a gran velocità.

Non più esclusivamente tabellare, quindi parzialmente snaturata (come spiegheremo più avanti), la legge che ha riscritto la struttura della contabilità pubblica incassa il primo si della sua breve storia. Il “fascio di luce” del pacchetto da 5,8 miliardi di euro si irradierà sull’intero paese colpito dalla crisi, riducendo in cenere al suo passaggio le speranze degli ideatori della Legge n.196 del 2009 (leggi il già Viceministro Giuseppe Vegas, da giovedì scorso neo Presidente Consob), che con la legge di Stabilità intendevano modificare metodi, procedure, approcci culturali e prassi parlamentare.

L’emergenza Italia, con questa congiuntura economica così difficile, lascia poco spazio di manovra ai puristi del rigore senza sviluppo. Ed ecco che, come dicevamo prima, la legge di stabilità cambia pelle, torna per certi aspetti la “vecchia Finanziaria”, e sul paese piovono: 1 miliardo di euro per l’università, 835 milioni per la detassazione degli aumenti salariali di produttività, denaro caldo per il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e via dicendo, fino alla reintroduzione del bonus del 55% per l’efficienza energetica, eliminato in prima stesura del disegno di legge. Misure politicamente e socialmente necessarie, sia chiaro, e tra l’altro richieste a gran voce da imprese e sindacati.

Cosa c’e’ di sbagliato o di inaccettabile in tutto questo? Presto detto: le misure di sviluppo dovrebbero precedereo restare comunque “fuori dalla porta” della nuova sessione di bilancio introdotta dalla legge 196. Più chiaramente: prima il Governo programma (con la relazione sull’economia e la finanza pubblica, da presentare entro aprile) e fissa (con la Decisione di finanza pubblica, da presentare entro il 15 settembre) gli obiettivi di finanza pubblica, coniugando rigore e sviluppo, e poi li esegue con l’approvazione del bilancio e della legge di Stabilità (da presentare entro il 15 ottobre) e gli eventuali disegni di legge collegati (da presentare entro il mese di febbraio dell’anno successivo).

Una sequenza lineare che presenta molti vantaggi, evidenti anche in una fase di emergenza come l’attuale. Non è necessario far ricorso allo scienziato blindato nel laboratorio di ricerche missilistiche per comprendere che un percorso siffatto, se applicato congiuntamente alle nuove regole di contabilità e bilancio, eviterebbe di entrare nella spirale perversa del c.d. assalto alla diligenza. La legge Finanziaria (istituita con la legge n. 468 del 1978) è da oltre trent’anni un momento di grande stress collettivo, quasi di shock anafilattico del “paziente” sistema economico Italia.

Concepita con le migliori intenzioni di creare uno strumento di controllo della spesa, nel tempo si è trasformata nel volano della sua crescita; la sua portata normativa si è ampliata a tal punto tale da dar vita a una sorta di “treno omnibus” sul quale può salire chiunque, rigorosamente senza biglietto, per inserire in una legge sollecitazioni alla spesa di ogni tipo e provenienti da ogni parte. Volendo usare un’immagine, possiamo dire che si è trasformata in un incrocio tra un animale “da compagnia” gigantesco e vorace e un elettrodomestico ingombrante ed energivoro, che favorisce la crescita incontrollata del disavanzo pubblico.

La legge n.196 del 2009 ha introdotto anche tante altre importanti modifiche che sarebbe noioso e stucchevole analizzare in un articolo. Ci limitiamo a sottolinearne l’aspetto forse più innovativo, ai limiti del rivoluzionario. Se l’obiettivo è quello di staccare la spina del Bancomat della finanza pubblica, la logica adottata è la più adeguata allo scopo: si parte dalle entrate, non più dalla spesa. Tutto ruota intorno alla pretesa fiscale e alla conseguente sua compatibilità con le risorse disponibili presso i contribuenti. E’ questa la rivoluzione copernicana.

Finora si è sempre pensato di fabbricare una serie di bisogni e solo dopo ci è si posti il problema del reperimento delle risorse per finanziarli. Il risultato prodotto? Un debito pubblico da 1.843 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati elaborati dalla Banca d’Italia.

La legge di Stabilità, al termine di un fisiologico periodo di rodaggio e dopo l’attuazione delle inevitabili deleghe al Governo (un motivo in più per considerare drammatica una eventuale interruzione della legislatura) per l’adeguamento dei sistemi contabili e il completamento della revisione strutturale del bilancio dello stato, rovescerà questa logica atavica. Se ci si focalizza sulle entrate fiscali, queste trovano un limite (naturale e costituzionale, vedi art. 53 della nostra Carta) nella capacità economica dei contribuenti. Conseguentemente, la spesa non potrà eccedere il livello delle entrate. E’ il principio del pareggio di bilancio che, malgrado non sia scolpito nella Costituzione italiana, si afferma in tutta la sua naturale imponenza. E badate bene che qui si va ben oltre la tecnicalità, ma è in gioco il rapporto tra bilancio e democrazia, perché nel bilancio pubblico risiede la sostanza della democrazia, del patto sociale tra elettori ed eletti. Non è una questione di adeguamento ai limiti imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità europeo: se il livello della spesa pubblica supera quella sottile linea rossa che separa il paradiso dall’inferno, va a carte e quarantotto il patto sociale e, con esso, gli elementi dell’ordinamento giuridico che lo riflettono.

Questo è bene dirlo, perché sarà il tema principale della finanza pubblica dei prossimi dieci anni. Da che mondo è mondo, è sempre stato così. Pensate alla rivolta del tè, al Boston Tea Party del 1773. Le leggi sulla tassazione del governo britannico rompono il patto sociale e innescano la ribellione dei coloni americani, che poi porterà alla rivoluzione del 1776. Affermare che la democrazia italiana sia a rischio è forse eccessivo, ma di certo siamo all’alba di una nuova era, che descriviamo con un immagine.

Il governo è un giardiniere e il paese un grande prato che è stato falciato da poco. Se il giardiniere, sempre che ce ne sia uno, lascia crescere i soffioni (dello sviluppo economico) ed estirpa la sanguinella (della spesa improduttiva), all’estremità del prato, dopo pochi giorni, si affaccerà una striscia di cespugli di rose. Subito oltre, una foresta. Le rose e la foresta rappresentano l’Italia che sogniamo.

Nota dell’autore: il presente articolo, lungi dall’essere un’Ode al rispettabilissimo già Viceministro dell’Economia On.le Giuseppe Vegas, è liberamente ispirato, oltre che ai fatti di cronaca politico-parlamentare, all’opera di Philip Kindred Dick e Jonathan Lethem, due geniali scrittori statunitensi che hanno costituito parte integrante dell’educazione e della sensibilità “artistica” dell’autore.