– Giuseppe Vegas è davvero un ottimo servitore dello Stato. Lo ha dimostrato da consigliere parlamentare e poi da rappresentante del governo italiano. Ciò non toglie che la sua nomina a presidente della Consob sia, a dir poco, inopportuna. Le regole informali, in democrazia, sono l’olio che fa girare il motore. E una regola informale vuole che a capo delle autorità indipendenti siano indicate personalità in grado non solo di essere, ma di apparire tali. Figure che non sembrino, ad occhi critici, “garanti” più dei controllati che delle regole di controllo, più degli interessi politici, e magari personali, di chi li ha nominati, che del ruolo che viene loro affidato.

Intendiamoci: se Vegas avesse svolto il ruolo di sottosegretario all’Economia fino al 2006, per poi tornare al suo lavoro di alto dirigente pubblico, non staremmo qui a puntare i piedi. L’indipendenza non è una ‘fedina politica immacolata’ né una fittizia pretesa di terzietà dal mondo delle opinioni. E’ un principio dai contorni sfumati, valutabile solo secondo il criterio della ragionevolezza e dell’opportunità.

Il modo migliore di verificarne la sussistenza è il rituale del public hearing, così diffuso nel sistema anglosassone e a Bruxelles: con severe audizioni, il candidato si sottopone ad un giudizio pubblico molto approfondito sulle sue opinioni e sulla sua storia personale. Il gioco è duro e qualche eccesso (fastidiosamente puritano, a volte) è inevitabile, ma l’effetto complessivo è positivo: la politica evita di proporre personalità la cui esposizione al “fuoco” dei media possa infine provocarle danni e non ritorni d’immagine.

E invece, in un paese ormai anestetizzato come il nostro, non fa scandalo che un governo nomini un suo componente al vertice di un’autorità indipendente. In un paese in cui la categoria del ‘conflitto d’interesse’ è ormai frettolosamente liquidata come se fosse un’offesa personale a Silvio Berlusconi, nessuno s’indigna che il premier – che è anche padrone di questo e di quello – metta alla testa della Consob, cioè a vigilare sulle società quotate, il suo più fidato collaboratore economico dell’ultimo quindicennio.