Trattato Italia-Libia, la ‘versione’ di Fli è scritta nella Costituzione

– Il convulso panorama politico è stato in settimana ulteriormente agitato dal voto di alcuni emendamenti al disegno di legge di ratifica del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia, in materia di contrasto all’immigrazione clandestina.
Naturalmente, il principale bersaglio delle critiche è stato Fil, accusato di avere approfittato della prima  occasione utile, dopo la Convention umbra, per mandare sotto la maggioranza, prescindendo del tutto dal merito della vicenda oggetto del voto.
Ciò però non corrisponde al vero.

Se, infatti, è indubbio che lo scenario si sia deteriorato, è altrettanto vero che alcuni elementi critici erano già stati evidenziati con riferimento sia al rapporto con il leader libico sia, soprattutto, alla mancata ratifica della Convenzione dei rifugiati e all’esternalizzazione delle nostre responsabilità.
Pertanto, il voto è stato, a torto o ragione, espressione di convincimenti già espressi addirittura prima di Mirabello – anche se bisogna onestamente riconoscere che il venir meno del rapporto fiduciario l’ha certo reso più agevole – e che si sostanziano nella necessità di adottare discipline delle politiche immigratorie, anche rigorosamente severe, comunque aderenti allo spirito costituzionale e quindi idonee a salvaguardare il livello di tutela della protezione umanitaria garantito.

Al riguardo, occorre dire che la nostra Carta costituzionale tutela direttamente il diritto di asilo (art. 10, 3 co. Cost.: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla costituzione ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”), che riguarda una categoria più ampia dei rifugiati politici, in quanto la Convenzione di Ginevra del 28  luglio 1951, ratificata dalla legge n. 722/1954, “prevede quale fattore determinate per la individuazione del rifugiato, se non la persecuzione in concreto, un fondato timore di essere perseguitato, cioè un requisito che non è considerato necessario dall’art. 10, comma 3”  (Corte di Cassazione, sez. un. civ. 17 dic. 1999, n. 907).

D’altronde, ciò è perfettamente comprensibile se si tiene conto del fatto che “allo straniero che chiede l’asilo – situazione che la giurisprudenza considera come un vero e proprio diritto soggettivo – viene garantito null’altro se non l’ingresso nello Stato, mentre, il rifugiato politico, ove riconosciuto tale, viene a godere, in base alla Convenzione di Ginevra, di uno status di particolare favore” (Corte di Cassazione, sez. un. civ. 17 dic. 1999, n. 907).

Inoltre, è necessario evidenziare che la materia è sempre più attratta nell’orbita comunitaria che ha adottato diversi atti normativi, ma soprattutto, per ciò che ci riguarda, più volte specificato che la cooperazione con i Paesi terzi non può escludersi a priori, purché sia adeguatamente rivolta a snellire l’onere gravante sugli Stati ospitanti e a tutelare il richiedente l’asilo. In definitiva, vi è lo sforzo di costruire uno spazio d’asilo europeo anche per evitare il fenomeno dell’asylum shopping, incoraggiato dalla normativa più favorevole.

Ma è ancora più problematica la questione del respingimento dei rifugiati politici (rectius di coloro che potrebbero farne richiesta). È, infatti, in tale ambito che si colloca il principale elemento di novità introdotto, il quale sembra costituire l’opportuna attività di attuazione del disposto costituzionale. È, infatti, noto che la riforma del Titolo V della Cost. ha novellato l’art. 117, introducendo nel primo comma (“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”) una disciplina dai profondi, anche se indiretti, effetti.

In particolare, se prima della novella costituzionale era pacifico che l’ipotesi di contrasto tra successivi, e contrastanti, atti legislativi regolanti materie oggetto di obblighi internazionali si sarebbe chiaramente risolto secondo il tradizionale sistema della successione di leggi nel tempo, fermi restando gli eventuali profili di responsabilità internazionale dello Stato, oggi in virtù dell’art. 117 Cost. verrebbe in riferimento invece la diversa soluzione dell’illegittimità costituzionale, secondo il consolidato schema della norma interposta. Ciò peraltro è già accaduto con riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (sent. n. 348 e 349/2007 Corte cost.) in materia di espropriazioni, ma virtualmente (lo schema) può essere applicato anche alla Convenzione sui rifugiati.

Certo si è pienamente consapevoli che non sussista un obbligo per lo Stato italiano di sponsorizzare la Convenzione presso altri Paesi, ma è possibile dubitare della costituzionalità di una disciplina che non assicuri comunque il livello di tutela costituzionalmente garantito dei diritti fondamentali della persona (vero centro di gravità dell’universo assiologico costituzionale), pena il loro sostanziale, e fraudolento, svuotamento mediante la semplice delegazione o esternalizzazione dei compiti.

D’altronde, è proprio questo il campo su cui si è verificato il progressivo sfilacciamento del centro destra, frutto di una diversa e per alcuni aspetti inconciliabile visione prospettica: l’una (Pdl e Lega), in perenne stato di conflitto (verso la sinistra, i traditori, gli immigrati, i delinquenti, i giudici, gli organi di controllo  ecc.), si autoalimenta di paure e divisioni; l’altra (Fil e Udc), desiderosa di ancorarsi al patrimonio costituzionale ed europeo, ricerca una sintesi equilibrata dello sviluppo della nostra società .
Ecco perché il voto sul trattato di amicizia non può essere derubricato a mero incidente strumentale di una feroce lotta di potere, ma, invece, come l’epifenomeno di questo scontro tra opposte visioni del centro destra.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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