– da Il Secolo d’Italia del 18 novembre 2010 –

Su Il Foglio di ieri Angiolo Bandinelli ha offerto una lettura “radicale” o per meglio dire “pannelliana” (e più pannelliana che radicale, se esiste un margine di differenza tra l’una e l’altra) dei dilemmi, dei punti di forza e delle debolezze con cui Gianfranco Fini e il suo progetto politico devono fare i conti. Dilemmi “oggettivi”, legati all’illegalità del modello partitocratico a cui il bipolarismo anti e pro-berlusconiano si sarebbe solo sovrapposto e non sostituito. E debolezze “soggettive” legate al profilo di Fini, che Bandinelli interpreta come un Salandra alla rovescia, che passa dal fascismo al liberal-conservatorismo, come questi era passato dal giolittismo al fascismo.

Bandinelli maliziosamente intravede “un terreno di transizione tra il moderato liberalismo di Fini e certe ambiguità di un PD erede del togliattiano Pci” e avverte che la “troika assieme a Casini e a Rutelli” imprigionerà Fini nella morsa di “due cattolici che stritoleranno presto le velleità desanctisiane” del suo progetto politico.

Insomma, a leggere Bandinelli, proprio nel momento della rottura, Fini mostra la sua fragilità; nel momento della prova di forza, rivela una pericolosa inconsistenza. A Bandinelli mi lega una lunga amicizia e una stima che spero ricambiata. Ma penso che la sua lettura sia tanto ficcante quanto parziale.

I paralleli, le simmetrie e le corrispondenze storiche fanno sempre colpo, ma non sempre colgono le verità. Del parallelo con Salandra che Bandinelli fa, mi piace cogliere il riferimento alla destra storica come orizzonte possibile di una destra liberale di governo. Simmetria per simmetria, però, il percorso di Fini appare allora, per ragioni cronologiche e politiche, più vicino a quello dell’Alianza Popular post-franchista, che all’inizio degli anni ’80 soppianta la più “presentabile” Unione del Centro Democratico, protagonista con Adolfo Suarez della transizione alla democrazia, e spazzata via dalla vittoria dei socialisti. Così, da Aznar in poi i “popolari” in Spagna  non sono i vecchi democristiani, ma gli eredi del vecchio partito post-franchista. Anche in questo caso, le analogie sono interessanti, come pure le differenze.

Se invece non si legge Fini e il suo progetto per somiglianza o per differenza, ma se ne ammette, al di là del giudizio, l’originalità, il profilo del Presidente della Camera non appare quello di un personaggio in cerca d’autore, che cerca di politicizzare, con materiali ideologici raccogliticci, la propria guerra personale al Cavaliere. Al contrario è quello di un politico che incamminatosi, certo con qualche ritardo, sulle tracce del più moderno liberal-conservatorismo europeo, ha finito per scavalcare politicamente Berlusconi. Tra i tanti riferimenti che Bandinelli evoca, manca infatti il più vicino e pertinente: il PdL. L’espulsione di Fini dal partito berlusconiano ha segnato il fallimento del PdL ma non ha cancellato l’esigenza né l’obiettivo di un grande partito “di sistema”, aperto e inclusivo per ragioni di efficienza, prima che di generosità. E’ questa la missione (di medio periodo) che Fini deve rinnovare e FLI ha il dovere di prefiggersi.

Un partito di questo tipo può trattare, su di un piano di responsabilità istituzionale – ma senza spirito consociativo – con i partiti alternativi e concorrenti della sinistra. E potrà anche trovarsi a negoziare le posizioni sui temi biopolitici con le componenti cattoliche (presenti anche in FLI) più sensibili al magistero della Chiesa. Del resto, gli ultimi slanci di modernizzazione sui temi civili si affermarono in una politica ancora dominata dall’unità “partitica” dei cattolici e dalla centralità istituzionale della DC. Fuor di metafora, possiamo metterla così: la forza di Fini è quella di rappresentare una forte spinta di innovazione, anche sui temi civili, con la quale anche gli eventuali partner –   strategici o transitori – saranno costretti a misurarsi.

Infine, circa la relazione tra “rivoluzione liberale” e “principio di legalità”, che Bandinelli esprime secondo l’inconfondibile e cristallina intonazione radicale, penso che Fini e Futuro e Libertà abbiano buone idee e buone carte da giocare. Ma come finirà la partita….. lo scopriremo solo vivendo.