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Sakineh confessa, ma è una sceneggiata di regime

– Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e concorso in omicidio del marito, si “confessa” alla Tv di Stato: “Sono una peccatrice”. Lancia accuse anche contro Mina Ahadi, portavoce del Comitato Internazionale contro la Lapidazione: le sue sarebbero “mistificazioni” e “strumentalizzazioni” a fini personali. Sarà la vera Sakineh che parla? La sua identità non può essere confermata, almeno per ora. Perché la donna che si autoaccusa di fronte alle telecamere della Tv iraniana Canale 2, ha il volto oscurato.

Non è possibile nemmeno riconoscere la sua voce. Parla in azero ed è coperta dalla traduzione in farsi. Il secondo canale di Teheran accusa anche il suo avvocato, Houtan Kian (attualmente in carcere) di aver “cercato scuse per chiedere asilo nei Paesi occidentali”.

Che questa donna, apparsa in video, sia o non sia Sakineh è un problema secondario. Il vero problema è l’autogol incredibile del regime iraniano. Poniamo che la Sakineh che si autoaccusa sia la vera Sakineh. Vi sembra normale che un canale di Stato trasmetta il discorso di una detenuta che confessa pubblicamente i suoi reati (anzi: peccati), afferma di meritare la morte e lancia accuse contro i suoi difensori, a loro volta perseguitati? Solo un regime totalitario può esporre così i suoi condannati. L’episodio ricorda molto da vicino le “confessioni” pubbliche dei prigionieri politici di Stalin, prima della loro fucilazione. Ricorda ancor più da vicino le “autocritiche” dei dissidenti di Mao Tse-Tung, prima della loro eliminazione fisica. Solo un regime totalitario, che non rispetta la vita dei suoi cittadini, né la loro dignità, può orchestrare una sceneggiata simile.

Il caso Sakineh è esemplare per capire come funzioni, al suo interno, la Repubblica Islamica dell’Iran. Nel 2006 è stata condannata al carcere, alla fustigazione e alla lapidazione per adulterio. Solo dopo l’inizio di una campagna internazionale in sua difesa, nell’estate del 2010, le fonti ufficiali iraniane hanno iniziato a parlare anche di una sua condanna per concorso in omicidio dell’ex marito. Dopo aver negato l’esistenza di una condanna alla brutale lapidazione, i media iraniani parlano di “impiccagione”, forse più umanitaria, ma pur sempre condanna a morte. In alcuni casi, fonti governative negano tutto: Sakineh non sarebbe nemmeno in attesa di esecuzione. Salvo poi comparire in televisione (lei, o chi per lei) e confessare di essere una “peccatrice”: non di reati si parla, dunque, ma di peccati, di violazione di norme religiose.

Nel frattempo, il suo primo avvocato, Mohammad Mostafaei, un difensore dei diritti umani, è stato intimidito e incarcerato. Per salvarsi è dovuto fuggire in Norvegia, assieme alla sua famiglia. E’ stato intimidito e poi anche arrestato anche il nuovo avvocato, Houtan Kian, quello che ora Teheran accusa di “cercare scuse” per fuggire all’estero. Non ce l’ha fatta, evidentemente: è tuttora in galera. Per aver svolto il suo dovere di difensore legale. E’ stato arrestato assieme al figlio di Sakineh, Sajjad Qaderzadeh, accusato anch’egli di “strumentalizzare” la vicenda della madre e di propaganda anti-iraniana all’estero. Anch’egli è perseguitato per aver fatto il suo dovere: di figlio, in questo caso. Sono in carcere anche due giornalisti tedeschi, che stavano intervistando Kian e Sajjad al momento dell’irruzione degli agenti di polizia in casa loro. Da ieri sono, anche formalmente, accusati di “spionaggio”. Anche loro sono in galera per aver fatto il loro dovere: di giornalisti.

Questo è l’Iran. Un Paese reale molto diverso da quello formale, ieri rappresentato alla Farnesina dal vicepresidente Hamid Baghaei. Nel suo colloquio con il ministro degli Esteri Franco Frattini, si è parlato (citando la nota emessa ieri dalla Farnesina) di dialogo “costruttivo e rispettoso sul tema dei diritti umani che tenga conto delle reciproche sensibilità al fine di stabilire un clima di reciproca fiducia“. L’Italia finora è stata in prima linea per la salvezza di Sakineh. Si spera, dunque, che in questo dialogo “costruttivo e rispettoso” sui diritti umani, si tenga conto più dell’Iran reale, che non di “reciproche sensibilità”, cioè dei soliti eufemismi usati da Teheran per legittimare le sue peggiori ingiustizie. Una donna condannata a morte per i suoi “peccati” e privata della possibilità di difendersi di fronte a un giudice, non è una questione di “sensibilità”. E’ un crimine di Stato.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Sakineh confessa, ma è una sceneggiata di regime”

  1. ls59 scrive:

    ti ringrazio stefano
    per aver scritto quello che hai scritto
    non tanto per il coraggio, che comunque non manca nemmeno quello, ma sopratutto per un dover di cronaca
    sono contenta che finalmente qualcuno con la penna in mano chiami le cose con il loro nome
    e che oltre a raccontare come stanno veramente le cose difenda la dignità del lettore, del cittadino…dell’uomo
    e soprattutto che metta in evidenza che l’occidente non si fa prendere per il culo (la parolacca stavolta ci vuole)
    e che questo regime di criminali legalizzati sta cominciando a dover rendere conto all’umanità di tutti i delitti perpetrati in un’oscurità che sta prendendo luce
    ma i governi dei paesi civilizzati vedono queste cose con chiarezza o sono forse offuscati da quei facili interessi economici che rallenta le loro prese di posizione?

  2. Lucio Scudiero scrive:

    Gran bel pezzo Stefano, uno dei tuoi migliori.

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