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Nella fotografia dei redditi l’Italia viene molto male

– Fanno riflettere i dati recentemente messi a disposizione dal Ministero dell’Economia e delle Finanze relativi all’analisi delle dichiarazioni dei redditi del 2008. Il reddito medio degli italiani è di 18.873 Euro, con un massimo della Lombardia a 22.540 Euro a un minimo della Calabria con 13.470 Euro. Molta la disomogeneità nelle griglie contributive, perché a fronte di 41 milioni circa di percettori di reddito, l’irpef è dichiarata da 31.087.681 soggetti, pari al 74% dei contribuenti, da cui sono circa dieci milioni gli Italiani che, pur conosciuti al Fisco, si collocano nella c.d. “no tax area”, ovvero tra coloro che di fatto non versano alcuna imposta in quanto percettori di redditi minimi.

Ancora più significativi gli ulteriori dati. L’87% dei contribuenti con redditi fino a 35.000 Euro dichiara il 48% dell’imposta totale, mentre soltanto il 13% dei contribuenti con redditi più alti dichiara il 52% dell’imposta. Circa la metà dei contribuenti italiani dichiara non oltre 15.000 Euro l’anno e circa due terzi non più di 20.000 Euro, mentre appena lo 0,95% dei contribuenti dichiara redditi superiori a 100.000 Euro. Sempre nel 2008, il reddito medio da lavoro dipendente è stato pari a 19.640 Euro (+ 1,9% rispetto all’anno precedente) contro un reddito medio di lavoro autonomo pari a 44.452 Euro (+ 2,6% rispetto all’anno precedente), mentre il reddito medio da pensione è pari a 13.939 Euro (+ 3,72% rispetto all’anno precedente). Rimando al sito del Ministero per la lettura degli ulteriori dati riguardanti altre tipologie di reddito e, soprattutto, per i dati riguardanti il gettito derivante dall’IVA.
 
Fin qui i dati di casa nostra, la cui lettura, per essere completa e dare davvero l’idea del quadro complessivo, necessita un confronto con quanto accade altrove.
 
Offro due dati comparativi. Primo: nel rapporto Eurispes del 2010 relativo agli stipendi percepiti sempre nel 2008 dai cittadini appartenenti alle economie che fanno parte dell’Ocse emerge che, a parità di potere d’acquisto, l’Italia occupa il non esaltante ventitreesimo posto sui trenta paesi monitorati. Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo. I lavoratori italiani, dunque, incassano ogni anno retribuzioni medie tra le più basse dei paesi industrializzati, mediamente il 17% in meno della media Ocse. Se, invece, come termine di paragone viene assunta l’Europa a 15, lo stipendio italiano è inferiore del 23%, mentre nell’Europa a 19 il compenso medio annuo del lavoratore italiano è minore del 13%.
 
Il secondo dato, assai interessante, riguarda la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi secondo il c.d. indice Gini.
 
Anche per la lettura di tali dati rimando al sito da cui li ho ricavati, ma è drammatico constatare come, confrontando con gli altri paesi i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione, emerga che sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati e ha redditi minori rispetto alla media Ocse, mentre il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media Ocse, e anche rispetto alla Francia.
Dal dato emerge in modo inconfutabile lo squilibrio del nostro paese, stavolta in compagnia degli USA, poiché il divario tra ricchi e poveri aumenta maggiormente e senza sosta a discapito della fascia intermedia che si asciuga sempre di più scivolando, purtroppo, verso una condizione disagiata, con conseguenze assai rilevanti sia sul piano sociale che economico.
 
E’ noto, peraltro che, memori della più classica dottrina  liberista, a maggiore elasticità dei redditi intergenerazionali e in presenza di reale meritocrazia corrispondono maggiori probabilità che i figli mantengano, se non incrementino, lo stesso reddito dei padri. Più basso è il divario tra redditi elevati e redditi bassi, più alta è la probabilità che questi cambino di generazione in generazione e, purtroppo, l’Italia ha una forbice enormemente divaricata per tale parametro.
 
Anche per efficacia redistributiva dell’intervento pubblico l’Italia non se la cava bene, rimanendo al di sotto della media Ocse, della Francia e della Germania.  Morale, da noi è meglio non nascere da famiglia con difficoltà economiche, altrimenti non saranno alte le probabilità di migliorare la condizione sociale dei genitori; una staticità e un immobilismo corporativo che ostacola pesantemente la crescita, il ricambio e, quindi, la capacità di competere con altri paesi, che, però, oggi e domani sarà sempre di più la regola fondamentale.


Autore: Francesco Valsecchi

Nato a Roma da famiglia valtellinese nel 1964, avvocato, docente alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, è stato, tra i vari incarichi, componente della Commissione di studio per la riforma del processo civile e consigliere di amministrazione di Poste Italiane S.p.A. e di ENEL S.p.A.. Ha scritto “Il popolo della Lega" (Marietti 1820) e “Poste Italiane, una sfida fra tradizione e innovazione" (Sperling & Kupfer).

4 Responses to “Nella fotografia dei redditi l’Italia viene molto male”

  1. giovanni scrive:

    Quindi? Altre tasse?
    A un liberale non dovrebbe sfuggire che chi è ricco (se non è un politico o un cliente della politica) è perchè lavora, si impegna e rischia piu’ di altri
    ma che lo dico a fare alla nuova DC?

  2. filipporiccio scrive:

    Leggendo questi dati si vede che la classe media sta scomparendo, saccheggiata dalle tasse e dalla legislazione che le impedisce di guadagnare lavorando. Mi sembra fuorviante attribuire l’immobilità sociale italiana al maggior divario tra redditi alti e redditi bassi. L’immobilità sociale deriva invece dalla totale assenza di meritocrazia, e il divario tra i redditi viene dall’esistenza di una larga fetta di privilegiati dallo stato. Alla fine però la tesi qual è? Da un punto di vista economico l’Italia palesemente non può permettersi né di aumentare le tasse né di lasciarle inalterate: deve ridurle presto e di tanto. Come si vorrebbe raggiungere quest’obbiettivo?

  3. creonte scrive:

    @giovanni
    nelle fiabe forse, in Italia chi è ricco ha spesso avuto opportunità non proprio lecite: oligopoli e quant’altro.

    @filipporiccio
    si deve “solo” render più meritocratica l’università e lo sbocco lavorativo. Incentivare il controllo dei reati dei colletti bianchi.
    …e la classe media rinacque

  4. marcello scrive:

    Anche se il merito ha una sua parte, non vuol dire che allora chi ha meritato di più possa passare alla fine dalla parte del torto prendendosi una fetta della torta troppo grande che poi alla fine alcuni rischiano di non avere un’esistenza dignitosa. Fra il grosso imprenditore e l’operaio ci sono delle disuguglianze non fisiologiche ma di 100 volte il primo rispetto al secondo (anche se fosse 30 sarebbe sempre troppo. E comunque il merito non si può apprezzare solo col soldo che diventa il fine e non il mezzo. Alla fine uno che dice di aver meritato e poi si riempie di soldi, facendo vivere male chi non trova un lavoro, che grossa reputazione poi si pensa che abbia?

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