– da Il Secolo d’Italia del 17 novembre 2010 –

Tutti questi berlusconiani che si scoprono, da un giorno all’altro, nemici del Cav. Tutti questi traditori, ma di che? Di Berlusconi Silvio o del Presidente del Consiglio? E di cosa? Della sua persona o della sua politica, che è stata sempre “uguale” nel nome del leader, ma non nella direzione della leadership?

Alla fine i più ingrati saremo noi, che abbiamo un’idea più nobile e generosa – certamente più storica – del berlusconismo e una visione più umana e indulgente della sua vicenda personale, insidiata dalle intemperanze dell’età e dall’idolatria ideologica dei cortigiani, che vogliono cacciargli in testa, sopra la bandana, il cappello di Napoleone o il berretto di De Gaulle.

I peggiori, a quanto pare, siamo proprio noi, che non pensiamo che gli ultimi sedici anni siano stati una parentesi criminale, ma neppure che il berlusconismo sia stato “uno”, come spiegano i berlusconiani di stretta osservanza, impegnati a dimostrare che tra il ‘94 e il 2010 l’Italia è rimasta crocifissa alla lotta tra i poteri forti degli altri e i pensieri forti del Cav.

Non accettiamo di riscrivere la storia delle origini, per adeguare il volto del Berlusconi di ieri all’immagine del berlusconismo di oggi e rendere una coerenza posticcia alla storia politica del fondatore. Eppure, abbiamo preso – e prendiamo – il Cav. assai più sul serio dei suoi amici fedeli, e vediamo, per fare un esempio, le differenze tra l’eversore liberale che nel ’94 cadde mentre tentava di smontare il sistema pensionistico – azzoppato da un Presidente impiccione e sleale come Scalfaro – e quello che nel 2010 cadrà proclamando che il welfare italiano è il più “giusto” della terra.

Misuriamo la distanza tra il riformista radicale che nel 2001 partì lancia il resta contro l’articolo 18, per scornarsi contro i tre milioni di pensionati e dipendenti pubblici schierati da Cofferati al Circo Massimo, e il difensore di una “stabilità” discriminatoria e del muro normativo che separa, nel mercato del lavoro, la generazione dei padri da quella dei figli, la “classe” degli inclusi da quella degli outsider.

Sempre noi, che ci eravamo appassionati ad un premier “americano”, disponibile, per non sapere né leggere né scrivere, a correre appresso all’internazionalismo democratico di Bush – schifando i distinguo europei, per cui Saddam sarebbe ancora lì a dettare legge e ad ammazzare “legittimamente” i curdi –abbiamo oggi molto più di una riserva su di una politica internazionale gestita con la logica del rappresentante di commercio, che non è – come ci pare i fatti dimostrino  – neppure economicamente vantaggiosa.  Sui complimenti ai tiranni e agli autocrati, sorvoliamo. Mettiamo pure che sia il temperamento e la spontaneità cameratesca a trascinarlo all’eccesso. Ma come si sia passati dalla “dottrina Cheney” alla “dottrina Putin”, non l’abbiamo capito. Anzi temiamo anche di averlo capito, ed è pure peggio.

Infine tra il Berlusconi tollerante e laico – per la serie: “non tutti i gusti sono alla menta” –  e quello che pareggia i suoi negozi sentimentali con un sovrappiù di devozione alla “non negoziabilità” dei valori cristiani, preferiamo il primo non perché ci sia, di per sé, più congeniale. Ma perché tra l’uno e l’altro c’è una tale differenza di rigore, di sincerità e perfino –  stiamo azzardando? –   di serenità, che ci dispiace per lui, prima che per noi, che la politica italiana rimanga appesa alla faticosa doppiezza di un libertino costretto, per esigenze di scena, a improvvisarsi penitente.

Anche per questo, di giustizia è meglio non parlare, se non per dire che la responsabilità di avere affogato la “grande riforma”, nella palude di leggine ad hoc, – un po’ giuste, un po’ sbagliate e mai utili se non, a volte, a lui – non è dei suoi avvocati, e dei cattivi consiglieri, ma dei suoi cattivi consigli, a cui è seguito a ruota tutto il resto. L’idea che Ghedini abbia costretto con le cattive un Cav. riluttante alla scorciatoia del processo breve, dissuadendolo dall’impegno del governo e persuadendolo al dovere dell’auto-difesa, ci sembra irriguardosa. Berlusconi non è un vecchio instupidito e confuso e Ghedini non è una badante.

Ma come si fa a parlare dei diversi Berlusconi che hanno calcato la scena del teatrino della politica italiana se, nell’enciclopedia sovietica del berlusconismo, il trattamento dei fatti e dei personaggi rispetta – diciamo così – un canone pedagogico e non filologico? Se, insomma, non si tira la morale dalla storia, ma si stira e si “lifta” pure la storia, per trarne la seguente morale: Berlusconi è sempre uguale a se stesso, e se la sua vicenda appare mutevole quanto altre mai nel campo della destra europea, questo dipende dalla “logica apparente” della chiacchiera e del pettegolezzo. Chi lo vede diverso in realtà lo guarda con occhi diversi: quelli dell’interesse e della congiura. Quindi, il dissenso politico è solo la “maschera” del tradimento. Al confronto, possiamo – tutto sommato – compiacerci del fatto che, durante la Prima Repubblica, per quasi un cinquantennio in Italia abbiano prevalso partiti che avevano una certa consuetudine con la dissimulazione e il raggiro, ma non un culto così scientifico della menzogna.

Berlusconi è sceso in campo sparigliando le carte della politica, e ne uscirà tentando di ricomporre il mazzo, rimettendo Fini al posto del “fascista”, Vendola in quello del “comunista” e se stesso in quello dell’epigono e rappresentante legittimo della tradizione democratica. Ma il Cav. non è stato solo questo, è stato di più e di meglio e sarebbe perfino possibile accorgersene, se i personaggi del presepe vivente, che cantano la gloria della sua epifania politica, non avessero imprigionato la sua leadership in un’imbarazzante letteratura mitopoietica.

Berlusconi ha davvero affrancato il sistema politico dalla servitù ad un conservatorismo e progressismo di maniera. Qualunque sia la ragione per cui è sceso in campo –  fosse pure quella di salvare la pelle in un trapasso di regime che ha sacrificato i giocatori più spericolati dell’economia italiana –  la sua presenza ha cambiato il segno e il passo della politica, laicizzandone il linguaggio liturgico e irrobustendone lo spirito pratico.

In fondo, il Cav. del ’94 nei confronti di un premier che avesse trascorso otto degli ultimi dieci anni a Palazzo Chigi non sarebbe stato comprensivo come il Presidente Berlusconi continua ad essere, oggi, con se stesso, addebitando a metafisiche “forze oscure” le ragioni del proprio insuccesso. Il Cav, in sedici anni, è passato da Milano 2 a Palazzo Chigi, cambiando tutto nell’editoria e nella comunicazione televisiva. Il Presidente del Consiglio uscirà da Palazzo Chigi per tornare, dopo sedici anni, ad Arcore – o di nuovo a Palazzo Chigi, chissà – avendo infiammato gli italiani di un amore folle o di un disprezzo inestinguibile, ma senza avere cambiato nulla della Repubblica che ha governato a lungo come nessuno, dal 1945 ad oggi.

Insomma sappiamo che Berlusconi è uno, ma il berlusconismo no. Non l’hanno inventato i berlusconiani e non saranno loro a salvarlo o a riscattarne il fallimento. Neppure se Berlusconi – che è un genio e su questo non ci piove – ci sotterrerà politicamente tutti, prima di soccombere anche lui all’età, alla noia o ai rovesci della storia.