di LUCIO SCUDIERO – Siamo al rush finale della guerra di logoramento all’interno della ex maggioranza parlamentare. Il passaggio, ieri, del deputato Giuseppe Angeli dal Fli al PdL non segna solo un ritorno, ma anche un punto di non ritorno. L’andirivieni dei parlamentari prima del fine-corsa non è una prova di salute, nè della maggioranza nè – ad essere sinceri – della legislatura.

In sé, il ritorno all’ovile del deputato eletto nella circoscrizione estero non è un grande affare per Berlusconi né un gran danno per Futuro e Libertà, che con 35 deputati (escluso Fini) continua ad essere alla Camera l’ago della bilancia per le sorti della legislatura. E’ invece quasi un annuncio di smobilitazione, oltre che un segno della confusione, che il governo non aveva avuto remore ad alimentare usando come “ostaggio” perfino la legge di stabilità, prima che la riunione al Quirinale di ieri sera decidesse la data di discussione simultanea delle due mozioni da cui dipende la sua esistenza, fissandola al 13 dicembre. Francamente un po’ troppo in là nel tempo, anche perché Fli e le opposizioni erano pronti a votare in due giorni la legge di stabilità, mettendo il Paese al riparo dalle turbolenze scatenatesi nel mercato dei debiti sovrani europei.

E’ iniziata la “controffensiva verità” , ha dichiarato La Russa. Tra l’offensiva e la controffensiva, il pallottoliere dei seggi dice che, se si votasse domani la sfiducia al governo, i sì sarebbero 321 (Fli, Udc, Pd, Idv, Mpa, Liberaldemocratici, Minoranze linguistiche, Guzzanti, La Malfa, Cesario e Giulietti) mentre i no 308 (Pdl, Lega Nord, Noi Sud, Calearo, Nucara, Pionati). Il seggio residuo è quello del presidente dell’emiciclo che, per prassi, non vota. Ma il mercato si è appena aperto e di qui al 14 dicembre c’è ancora un mese.

A questo punto, per evitare agli italiani lo spettacolino decadente della conta quotidiana, serve un messaggio di prospettiva. Chiaro. Coerente. Ma soprattutto “uno”. E dovrebbe lanciarlo Gianfranco Fini, prendendo in mano il pallino di un gioco, che è già ai limiti della tollerabilità.

Primo: politicizzare l’approvazione della Finanziaria, spiegando agli italiani qual è l’apporto di Fli enucleandone, per differenza rispetto a Pdl e Lega, la visione economico-finanziaria. Il tempo per farlo a questo punto c’è.

Secondo: chiarire la linea che Fli terrà nell’eventualità che cada il governo-Berlusconi. Se si intende sostenere un Governo tecnico di transizione, sarebbe opportuno chiarire a quali condizioni e con quali obiettivi. Sarebbe ancor meglio dire con chiarezza le due/tre cose che FLI chiederebbe, ad un tale esecutivo, di fare. Provo a avanzare alcune proposte: legge elettorale, riforma del welfare, riordino del sistema radiotelevisivo. Poi si ragiona con gli altri, ma avendo detto cosa si vuole.

Terzo: dire una parola in più sul futuro schema di alleanze elettorali di FLI. Per quel che mi riguarda, la soluzione ottimale vedrebbe Fli correre da sola, con Fini candidato premier e in lista al Senato, dove lo sbarramento è all’8%, e non alla Camera, dove lo sbarramento è al 4%. O si vince o si perde. Sarebbe una lezione di stile e un’assunzione di rischio che renderebbe ancora più persuasivo il suo progetto politico. Se si vuole discutere un altro schema, lo si faccia, ma apertamente, pubblicamente, non lasciando che a costruirne l’immagine, prima che i protagonisti, siano i retroscenisti politici.

In definitiva, il Cavaliere, a differenza di Fini, può permettersi di giocare una partita a scacchi nel Palazzo, perché tanto ha i tiggì pubblici e privati che raccontano i dolori e le gesta del premier genuinamente impolitico, insidiato dai “politici di professione”, che tenterebbero di disarcionarlo. Niente di più falso in realtà, perché Berlusconi è oramai un politico dall’esperienza pluriennale, che ragiona in termini politicissimi di tenuta e occupazione delle leve di potere. Ma da genio della comunicazione qual è, riesce a narrare in maniera convincente e a lui favorevole ogni tipo di paradosso. Con la complicità di quei mezzi d’informazione ch’egli controlla quasi completamente, ma di cui allo stesso tempo denuncia l’indecenza e l’ostilità preconcetta, come ha fatto con Rai e giornali qualche giorno fa.

Per questa ragione, più che la legge elettorale, un governo tecnico dovrebbe impedire che il premier continui ad avere a quasi completa disposizione la tv pubblica (a parte le riserve indiane di “opposizione”,  magari di grande successo, ma di nessun impatto rispetto al tran tran dell’informazione quotidiana),  introducendo una disciplina transitoria, che segni il primo passo anche verso la privatizzazione della “TV di Stato” .

La Rai va prima commissariata e poi privatizzata. Un baraccone che rischia di finire come Alitalia per produrre cinegiornali Luce non serve a nessuno, se non a chi ce l’ha a disposizione e non ne paga i conti. La bonifica della Rai dagli eccessi e dai contro-eccessi, dal “combattentismo” dei governativi e dal “resistentismo” degli antigovernativi è indispensabile per ripristinare condizioni di legalità politica e elettorale. E anche questo va detto subito. Alle elezioni – adesso o tra un anno – non si può andare con gli editoriali di Minzolini e i contro-editoriali di Travaglio.

Più passano i giorni, più Fini e Fli rischiano di appannare la propria immagine, galleggiando a mezza strada tra la maggioranza e l’opposizione. Rischio per rischio, meglio tentare un’operazione verità dinanzi al Paese. A maggior ragione ché è d’accordo pure La Russa.