Firme elettorali. Si “gestiscono” le emergenze, non si cambia la legge che le causa

– Caso Lazio, caso Lombardia, caso Piemonte. Tre regioni in cui il centro-destra ha vinto elettoralmente, ma che ha rischiato seriamente di perdere a tavolino, a causa di “disguidi” sulle firme raccolte per la presentazione delle liste.

In tutti e tre i casi, ciascuno con le proprie specificità, la maggioranza è riuscita (finora) a salvarsi in corner, ottenendo sentenze tutto sommato favorevoli – con l’eccezione ovviamente della vicenda più clamorosa, quella della lista del PDL neppure presentata a Roma. Il caso più recente è quelle dello stop al riconteggio piemontese che mirava ad espungere dal computo totale dei voti per i governatori le preferenze attribuite a due liste apparentate a Roberto Cota.

In realtà queste tre situazioni particolari sarebbero state tutte evitabili, non solamente attraverso una gestione più professionale della fase pre-elettorale, ma soprattutto predisponendo delle leggi elettorali più sensate. Il centro-destra, nei fatti, è scivolato proprio sulle norme che ha scritto o che ha contributo a scrivere e che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto rappresentare barriere all’ingresso per i piccoli partiti.

Per di più, merita ricordare che, prima ancora delle vicende di questa primavera, già nelle elezioni abruzzesi dello scorso anno il candidato governatore del PDL Chiodi aveva rischiato di non essere ammesso per vizi formali sulla presentazione della candidatura. I fatti abruzzesi, tuttavia, non bastarono per aprire una riflessione organica sui filtri di accesso alle competizioni elettorali.

Il vero problema è che, come purtroppo avviene anche in altri ambiti, la maggioranza sceglie di affrontare le questioni (persino quelle che la toccano direttamente) solamente di volta in volta, quando esplodono le emergenze. Ed a quel punto lo fa ricorrendo a strumenti emergenziali, sovente anche discutibili, come il cosiddetto “decreto interpretativo” con cui si è tentato di sanare le questioni laziale e lombarda.

Non si pensa invece ad affrontare i problemi attraverso la predisposizione di un quadro normativo che non lasci spazio ad ambiguità ed a furbate.

La realtà è che se si tornasse a votare oggi per le elezioni regionali ci si troverebbe a votare esattamente con le stesse leggi elettorali e con le medesime regole per la raccolta delle sottoscrizioni – regole che rendono la presentazione delle liste inutilmente complicata ed incoraggiano pertanto il ricorso generalizzato a scorciatoie.

E’ un po’ un problema sistemico del nostro paese, quello di dotarsi di norme farraginose e vessatorie, salvo poi confidare su un tacito accordo di tutte le parti di non applicarle.

Così la lettera delle leggi non viene seguita, un po’ perché così fan tutti, un po’ perché è essa stessa inadeguata e difficilmente applicabile nella pratica.

Però intanto la legge c’è e con essa la possibilità discrezionale, per chi è tenuto a vigilare, di incastrare qualcuno (anche solo qualcuno) per non averla applicata.

Le conseguenze di un simile scenario, nel caso delle elezioni, possono essere un’alterazione arbitraria delle condizioni di democrazia sostanziale.

Non basta, però, gridare al “golpe” come fatto dalla maggioranza. Occorre anche avere il coraggio di mettere mano davvero ad una riforma delle regole che consenta di uscire dall’ipocrisia del doppio binario – quello che si dovrebbe fare e quello che si fa nella pratica.

Su Libertiamo a suo tempo abbiamo già avanzato qualche proposta per rendere non solamente più difficile, ma soprattutto inutile fare “giochi di prestigio”.

Una delle più semplici e sensate sarebbe il deposito obbligatorio delle liste 3-4 settimane prima della scadenza della raccolta firme. Prima si congelino i nomi dei candidati e poi a quel punto ci sarà il tempo per condurre una raccolta che risponda a tutti i crismi della legalità.

Più ambizioso sarebbe il passaggio ad un sistema all’inglese, basato non sulla raccolta delle firme ma sulla corresponsione di una cauzione in denari che sarebbe poi restituita se la lista ottenesse una certa percentuale.

Il caso del Piemonte, così come si è delineato posteriormente alla tornata elettorale, dovrebbe poi fare riflettere su altre due questioni.

Innanzitutto sul fatto che il controllo sulla validità della presentazione di una lista è ragionevole solo prima delle elezioni mentre non è sostenibile annullare selettivamente a posteriori i voti di una certa lista che i cittadini hanno trovato regolarmente presente e regolarmente apparentata sulle schede.

E’ chiaro, infatti, che gli elettori distribuiscono le proprie preferenze sulla base dei partiti che concorrono al voto. Se un certo partito non fosse ammesso prima del voto, i suoi elettori farebbero ricadere la scelta su un partito affine. Ma ammettere un partito alla consultazione e poi escluderlo successivamente, fa sì che dei cittadini siano indotti a votarlo e poi si ritrovino scippati del loro suffragio.

La legge elettorale deve, dunque, essere chiarificata per non lasciare spazio ad operazioni di correzione chirurgica dell’esito stabilito dai cittadini.

In secondo luogo c’è da chiedersi se siano sensate leggi che consentano l’apparentamento ad un candidato governatore di un numero illimitato di liste o se sarebbe più ragionevole limitare a 3 o 4 il numero dei simboli per coalizione.

In Piemonte, quest’anno c’erano 9 contrassegni a sostegno di Cota (di cui 5 finiti sotto l’1%), 12 a sostegno della Bresso (di cui 5 sotto l’1%) e 10 a favore di Rabellino (tutti sotto l’1%) – in tutto 32 liste contando quella di Grillo. Considerando che una raccolta “in regola” può essere ostica persino per partiti consolidati, è evidente che una simile proliferazione di liste è compatibile solamente con uno scenario di irregolarità diffusa – ed il tutto solo per consentire la presenza di liste civetta e di mutuo disturbo tra le coalizioni (pensionati per Cota e pensionati per Bresso, verdi per Cota e verdi per Bresso, socialisti per Cota e socialisti per Bresso, etc.)

Realisticamente lo scenario più probabile è che tutte le questioni sollevate dalle vicende delle regionali di quest’anno resteranno in sonno. Fino alle prossime regionali e fino alla prossima “vicenda”. In Italia non oportet ut scandala eveniant, anzi è perfettamente inutile.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Firme elettorali. Si “gestiscono” le emergenze, non si cambia la legge che le causa”

  1. Marianna Mascioletti scrive:

    Complimenti a Faraci che ha ben spiegato il meccanismo molto italiano per cui tutti sono d’accordo ad approvare, mantenere, promulgare “norme farraginose e vessatorie, salvo poi confidare su un tacito accordo di tutte le parti di non applicarle”.

Trackbacks/Pingbacks