– da Il Secolo d’Italia del 13 novembre 2010

In questi giorni caotici, che seguono il discorso di Gianfranco Fini a Perugia, sono diversi gli scenari che si prospettano. L’ipotesi di un governo allargato, come richiesto dal leader di Futuro e libertà, pare ormai naufragata. Diventa più plausibile la possibilità di un voto di sfiducia nelle prossime settimane, dopo l’approvazione in particolare della finanziaria. E certamente la presentazione di una mozione di sfiducia e la sua approvazione avrebbero il merito di riportare la crisi nell’alveo del gioco istituzionale e di evitare che la sua soluzione fosse ricercata in un contesto extra-parlamentare, secondo lo stile opaco della Prima Repubblica.

Con la sfiducia due sono gli scenari che si aprirebbero: o il ritorno al voto o un nuovo esecutivo con una nuova maggioranza (e naturalmente un nuovo premier). In questa seconda, e a parere di chi scrive più probabile, circostanza vi è da augurarsi che almeno parte del Pdl prenda responsabilmente atto che uno scontro frontale non gioverebbe a nessuno e farebbe solo il male del paese e dunque si renda disponibile per partecipare a un nuovo esecutivo – auspicabilmente di breve durata – che ponga le premesse per un ritorno alle urne il prima possibile.
A questo proposito diventa cruciale la questione della legge elettorale).

È evidente che essa è considerata da più parti una necessità urgente prima di richiamare gli italiani a votare e al tempo stesso, nel caso di un nuovo governo, costituirebbe uno dei fattori cruciali dell’accordo tra le varie parti. Ma è altrettanto evidente che la scelta di un sistema piuttosto che di un altro non è indifferente, poiché le future regole elettorali saranno decisive per la sopravvivenza o meno della dinamica bipolare. 
L’adozione di un sistema proporzionale, senza premi di maggioranza e con l’unico correttivo delle soglie di sbarramento, aprirebbe la strada a un sistema partitico frammentato e non porrebbe alcun incentivo alla creazione di coalizioni pre-elettorali; ci ritroveremmo di nuovo in mano alla volontà delle segreterie di partiti e partitini, con questi ultimi in grado di decidere della formazione dei governi dopo le elezioni. Se davvero si vuole una nuova legge elettorale che ovvi ai difetti dell’attuale, in particolare allo scandalo dei parlamentari “nominati”, e che al tempo stesso garantisca la tenuta di una competizione bipolare, l’unica strada è quella di un sistema elettorale basato sui collegi uninominali (che garantiscono al meglio un rapporto diretto tra elettore ed eletto) e maggioritario.

Recentemente Angelo Panebianco ha lanciato sulle pagine del Corriere della Sera la proposta di un sistema elettorale maggioritario a turno unico, ma con la possibilità di esprimere una seconda scelta. Discusso anche in seno a un gruppo di studio bipartisan promosso dal senatore Pietro Ichino, questo sistema, come si evince da uno dei documenti del gruppo, scritto dal costituzionalista Giovanni Guzzetta, avrebbe diverse “virtualità”: oltre a consentire la scelta diretta del proprio parlamentare (come ogni sistema con collegi uninominali), consentirebbe di realizzare i vantaggi del doppio turno, tra i quali l’incentivo a creare coalizioni pre-elettorali, pur conservando un turno unico ed evitando in questo modo la disaffezione che normalmente si produce in occasione dei ballottaggi. Consentirebbe all’elettore di compiere una seconda scelta (o anche più scelte ulteriori) nel caso in cui il candidato preferito (cioè la sua prima scelta) non fosse eletto; consentirebbe che l’eletto, sommando prime, seconde (ed eventualmente ulteriori) preferenze, ottenga una maggioranza relativamente più ampia di quella che si consegue con il tradizionale turno unico; infine, favorirebbe, in presenza di un sistema partitico nazionalizzato, la formazione di maggioranze parlamentari già al momento del voto.

Questa soluzione avrebbe probabilmente anche il vantaggio, rispetto, ad esempio, a un sistema maggioritario secco o a un sistema proporzionale, di raccogliere il consenso di diverse forze e consentirebbe di evitare che la ricerca di un accordo per un nuovo governo, al fine di uscire dall’attuale situazione di crisi, si risolvesse in un compromesso “al ribasso” (una legge elettorale proporzionale), destinato a compromettere il buon funzionamento del nostro sistema politico. 
 Come ha giustamente osservato in un articolo pubblicato ieri sul il Punto on line sempre Giovanni Guzzetta, «se il “fine” spesso giustifica il “mezzo”, è anche nota, soprattutto in Italia, la lunga storia di “mezzi che giustificano il fine”; cioè – fuor di metafora – di una politica che rilancia continuamente la promessa di un sol dell’avvenire o di una rivoluzione liberale, ma finisce per perpetrare vecchi modi (e mezzi)  di far politica».

Condividiamo con Guzzetta la speranza che questo non sia l’esito dell’avventura di Futuro e Libertà. Una soluzione di compromesso per mettere nell’angolo Berlusconi, ma che metterebbe nell’angolo anche il futuro del Paese, ponendo fine alla democrazia bipolare (che dal 1994 con il proprio voto la maggioranza degli italiani ha mostrato di apprezzare), per regalare a formazioni che rappresentano una ridottissima fetta di elettori il potere di decidere della formazione e della vita dei governi sarebbe un chiaro esempio di un mezzo che compromette il fine, il fine di un sistema politico e partitico ben funzionante (sul modello delle grandi democrazie europee) e di quella grande destra laica, liberale e repubblicana che Gianfranco Fini ci ha promesso nel suo discorso di Perugia e che potrebbe prendere forma solo nel quadro di una efficace democrazia dell’alternanza.