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Fini a Perugia, la politica del rischio

“Per me, io sono colei che mi si crede.” Lo dice la Signora Ponza, la protagonista del dramma, nella sua ultima battuta di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello. Questo personaggio è una splendida metafora del concetto di realtà come interpretazione individuale. E per scendere dalle vette della drammaturgia alle pianure della politica italiana possiamo affermare che in questi giorni Gianfranco Fini sta facendo di tutto per uscire dal ruolo di Signora Ponza della politica che molti osservatori stan cercando di appioppargli.

In che senso? Nel senso che le reazioni al suo discorso di Perugia sono state una chiara dimostrazione di come tutto (e tutti i discorsi e tutte le parole) sia fisiologicamente alla mercè di chi lo interpreta. All’ identità politica di Fini, nelle ore immediatamente successive al suo discorso, sono stati applicati diversi predicati generali.
Fini di sinistra: a tal proposito scrive Antonello Caporale su Repubblica:

Due ore è durato l’intervento e il popolo pigiato ha atteso fino all’ultima parola, come se fosse l’ultima speranza. «Non è stato un discorso di destra. Diritti civili, cittadinanza, uguaglianza tra eterosessuali e omosessuali. C’è uno sfondo politico nuovo, un disegno originale, una forza in più», secondo Benedetto Della Vedova, liberale radicale, felicemente accasato, molto a suo agio. «In quello che ho detto c’è la destra ma c’è anche molto di sinistra», ha confermato proprio Fini, nella convinzione molto indagata dai sondaggisti che terra da arare ce n’è.

Dalla lettura di quest’articolo ne vien fuori un Fini che apre ai valori della sinistra e un Della Vedova che identifica i diritti civili, il diritto di cittadinanza e la libertà di scelta degli individui come valori della sinistra nei quali da ex radicale (e insieme agli altri ex radicali) potersi tranquillamente identificare proprio in quanto valori di sinistra. In base a questa lettura FLI va a pescare nel serbatoio della sinistra storica i valori di riferimento da applicare e nei quali investire per il futuro del paese. Ovviamente è facile riconoscere l’errore.

I radicali, nella loro filogenesi storico politica, non sono mai stati di sinistra ma, bensì, sempre al servizio della sfera valoriale attinente alle libertà ed al libero arbitrio dei cittadini in quanto persone e individui – in uno Stato non controllato, ma regolato da norme certe, ma non invasive né fortemente prescrittive nei confronti dell’area della libera individualità. Questa sfera valoriale è da sempre distintiva di un liberalismo dalle radici secolari, che si è sempre allocato in una certa idea di destra della filosofia politica, e che Fini (in questo momento storico nel quale nessuno ricorda più cosa sia la tradizione della destra liberale) incarna nelle sue scelte e nei suoi discorsi.

Questo radicalismo dall’intonazione libertaria, individualista e antistatalista non casualmente ha incrociato, nel ’94, il percorso berlusconiano (del Berlusconi di allora), iscrivendo i radicali nelle fila della destra più odiata dalla sinistra. E proprio ai radicali si deve di avere addirittura “sdoganato” in Italia la cultura economica liberista, a cui il Berlusconi delle origini dichiarava idealmente di riferirsi. Presentare allora quella di Fini come un’azione politica che va a caccia dei valori della sinistra è una piccola “truffa ideologica”, oltre che il più grande regalo che si possa fare alla “resistenza” berlusconiana.

Il predicato, invece, di Fini come ricongiungimento alla tradizione liberale lo ritroviamo nell’articolo di Pier Luigi Battista:

Il partito che Fini ha fato nascere a Perugia appare invece come una forza politica vera, proiezione di un’ anima autentica del centrodestra italiano. E’ stato lo stesso Fini a sottolinearlo più volte. Non vuole che Futuro e Libertà esca culturalmente e politicamente dal “perimetro del centro destra”. Non vuole che la rottura con Berlusconi possa preludere ad una “subalternità” nei confronti della sinistra.

Altro predicato è quello di  Fini avventuriero: a tal proposito scrive Marcello Veneziani su il Giornale:

All’armi siam sfascisti. La fanteria del Partito Democratico, le truppe terrestri di Di Pietro, la flottiglia aerea dei pm, più i carri armati dei poteri forti, sono partiti per colpire in terra, in cielo e in mare Berlusconi, il suo governo e la maggioranza dell’ Italia che lo sostiene. Non hanno un progetto comune e nemmeno progetti separati: ma un solo desiderio: sfasciare Berlusconi e il suo governo. Per la causa ogni scusa è buona: giovani mignotte, scavi di Pompei, giudici d’assalto e gay indignati.

Per l’interpretazione di Veneziani  il discorso di Fini non è né più né meno che un ulteriore puntello ad un sentimento diffuso che ha come unico fine l’abbattimento di Berlusconi in quanto tale. Non c’è una vera istanza politica, non c’è una idealità di futuro, non c’è un’idea di Paese; c’è solo un’accolita brancaleonesca di sfasciatori, ai quali, buon ultimo, si sarebbe aggiunto anche Fini.

Nei toni e nei riferimenti dell’articolo (sfascisti – flottiglia aerea – terra, cielo e mare) troviamo poi elementi referenziali che rimandano a quello che Veneziani intende come padre putativo e riferimento ideale di Fini, ossia, il fascismo e Mussolini. Per Fini e suoi compari, raccontati da Veneziani quali novelli rappresentanti dei Fasci di Combattimento del ’19, ogni causa e ogni scusa e buona per far fuori Berlusconi, e nella loro indistinzione anche Fini finisce per perdere una proprio chiara identità politica e finisce per perdersi nell’indistinzione, nella massa, dei nemici del premier.

Questa interpretazione di Fini come leader antiberlusconiano viene ulteriormente messa a punto da Feltri che apre il suo editoriale dell’ 8 novembre con questa frase

“Ha parlato quasi due ore, ma solo negli ultimi cinque minuti ha detto una cosa importante.”

L’unica cosa significativa che Fini avrebbe detto nel suo discorso di ’83 minuti, quindi, sarebbe la richiesta di dimissioni del premier. E tutto quello che ha detto prima? Non ha rilevanza, non conta. Per Feltri la prefigurazione del sistema valoriale sul quale incardinare il futuro del paese e delle sue politiche sociali ed economiche, non ha pregnanza politica. A destra, quindi, parlare di politica non conta, non ha rilevanza testuale, l’unica rilevanza si gioca nella condivisione o meno di Berlusconi in quanto tale. Tutto il resto è fuffa, tutto il resto è indistinto.

Altro predicato sensibile è quello di Fini risolutore, del quale scrive Massimo Giannini su La Repubblica.

Sembra impossibile, eppure il 25 aprile è arrivato davvero. Gianfranco Fini chiude il sipario, su Berlusconi e sul berlusconismo. Scaduto il tempo delle segrete trame di palazzo, gli oscuri riti bizantini, i vecchi tatticismi da Prima Repubblica. Esaurito lo spazio per i giochi del cerino, le partite a scacchi, lo sfoglio dei tarocchi. Quello che va in scena non è più il solito “teatrino della politica” che il Cavaliere esecra abitualmente a parole, rappresentandolo quotidianamente nei fatti. È invece il dramma pubblico di una maggioranza che si dissolve. (…) Dovrà ricredersi, chi da Perugia si aspettava un Fini ambiguo e attendista sul destino del governo, o prudente e possibilista sul futuro della maggioranza. Il presidente della Camera è stato netto e inequivoco, sul primo e sul secondo.

Dobbiamo fare attenzione ad un particolare. Nell’enciclopedia dell’immaginario italiano il riferimento al “25 aprile” implica tre connotazioni diverse. La prima, ovviamente, è quella di liberazione dal giogo di un regime tragico e violento. La seconda è quella di inizio di una nuova e, si sperava, definitiva nuova età della società e della politica italiana. La terza è quella dell’inopinabilità. Ovvero, di improvvisa ed inaspettata accelerazione e risoluzione del conflitto politico. Accelerazione che portò ad uno scioglimento di nodi che sembravano potersi attestare sul versante della inestricabilità. Fini, quindi, come acceleratore e risolutore (con tanto di riferimento implicito all’archetipo culturale del taglio della testa del padre/sovrano) di una situazione altrimenti condannata allo stallo.

Fini che incarna una sorta di funzione narrativa invocata da una parte della società, ma fino a pochi mesi fa non immaginabile dai più. Una funzione che determina crisi e discontinuità in un sistema e, quindi, la ipotetica possibilità di ridefinizione e rifondazione dello stesso. La nuova età (in termini idealistici) che per l’appunto rappresentò il confine simbolico del 25 aprile ’45.

L’ultimo predicato che molti analisti attribuiscono all’identità dinamica politica di Fini è  definibile  come … predicato del rischio. Qui è inutile portare articoli a mo’ di esempio. La questione è molto semplice da dirsi. Come andrà a finire? Ma il predicato del rischio è implicito nel concetto stesso di messa in crisi del presente e di futuro. Il valore semantico della parola crisi ha due valori: il primo è rottura, il secondo è scelta nel senso di nuova  possibilità.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

6 Responses to “Fini a Perugia, la politica del rischio”

  1. vittorio scrive:

    Ho l’impressione che l’interpretazione corretta del partito di Fini venga data più o meno consapevolmente da Bocchino con la colonna sonora. La musica di “C’era una volta l’America”: l’epopea di un gruppo di malavitosi che inizia dal marciapede e finisce nelle ovattate stanze della politica corrotta. Il livello culturale è quello di Toto Riina e compari che religiosamente assorbono la carica motivazionale prodotta in loro da una videocassetta del “Padrino”. E infatti superato il velo delle parole abbiamo i fatti: ed ecco allora il Bocchino che con la moglie colloca filmetti alla Rai, la suocera casalinga di Fini che parimenti diventa produttrice cinematografica, la casa di Montecarlo, il cognato con le società offshore, la vicenda grottesca dei Tulliani. Questa è la classe dirigente al di là delle parole e delle interpretazioni. La colonna sonora, lapsus fruediano o meno che sia, invece dice tutto.

  2. inutile scrive:

    Ecco l’esempio di Futuro che si propone:
    L’ex accusato di tutto da Fini Rutelli, il vecchio democristiano cattolico Casini e Buttiglione e De Mita, e poi FINI.
    Azz, proprio il nuovissimo.
    Coerenza?

  3. Baron scrive:

    Qui l’ unica cosa che si capisce con chiarezza e’ che il “nuovo” partito di Fini vuole raccogliere i voti dei vecchi radicali ( delusi dalle indecisioni del vecchio partito di Pannella ) aggiungendogli un po’ di libertarismo generico (che va’ sempre bene per i piu’ giovani e glii ex sessantottini frustrati) che pero’ hanno scoperto che, in fondo, almeno italiani con un tricolore sono rimasti…………. Beh! Che nuovi e meravigliosi valori per il futuro !!!!! Compliments. Con questi fantastici ideali si fara’ forse il 4,5 % a livello nazionale!

  4. Gustavo scrive:

    Questo matrimonio non s’ha da fare né domani né mai ….

    L’instabilità politico-istituzionale che mira volontariamente a minare la continuità e la stabilità del governo in Italia continua a manifestarsi con fenomeni di cannibalismo incivile, di bandistismo e di pirateria politica.

    Il grado di inciviltà giuridica, di immaturità umana e di irresponsabilità politica che scuote il sistema democratico, qui e adesso, ha raggiunto livelli di scabrosità e di squallore indicibile, ingiustificabile, inaccettabile, irricevibile.

    Il livello di guardia democratico è stato grandemente superato e la situazione politica verificatasi dopo il tradimento finiano ha reso instabile il sistema democratico creando un precedente di prassi procedurale nella “contrattazione politica” molto pericoloso e reazionario, oscurantista e parruccone, termini sinonimi fra di loro e contrari ai termini riformista e progressista.

    La contrattazione politica nelle alleanze di governo che si presentano agli elettori con un programma di governo da attuare e realizzare viene grandemente pregiudicata da questa prassi reazionaria che pretende di cambiare regole, schieramenti ed alleanze durante il mandato elettorale che ha validato una maggioranza di governo a governare.

    Da oggi in poi, grazie a questo precedente pericoloso, chiunque ed in qualunque momento è autorizzato a “scomporre” la maggioranza di governo in virtù di interessi di parte che nulla hanno a che fare con l’interesse generale, l’interesse pubblico e l’interesse del popolo sovrano nelle nucleazioni fondamentali di famiglie ed aziende.

    Questo “mischiare le carte”, questo confondere gli obiettivi comuni, questo disordinare ogni regola a partire da quella base della convivenza civile, a sua volta connotata dalla lealtà alla parola data, dalla correttezza dei conseguenti comportamenti politici e dal concetto ormai infranto (definitivamente?) di responsabilità politica ed istituzionale (quotidianamente violata e violentata, piegata ed abusata a miserabili interessi di parte politica e alle ormai smisurate ambizioni personali del reazionario di turno), questo ingarbugliare mirato a sovvertire la già espressa volontà popolare che indicava chiaramente uno schieramento politico composto di alleanze fra parti politiche che si impegnavano a governare per tutto il mandato, guidando l’esecutivo al fine della realizzazione di quella programmazione elettorale sottoposta all’elettorato e premiata dal responso dell’urna, questa ormai consolidata prassi del tradimento politico ed istituzionale a fini non compresi in quella progammazione, questo brigantaggio politico si rende responsabile della instaurazione di una prassi secondo la quale, nulla è sicuro, nulla è programmato, nulla è certo.

    Nella trasposizione di quella incertezza del diritto e della pena che impera da sempre nel nostro paese, questa novella incertezza politico-istituzionale, istituzionalizza appunto il tradimento come metodo di contrattazione politica che tende a superare il mandato elettorale ed il patto sottoscritto.

    Inizia un’era in cui l’incertezza assurge a valore (che squallore inumano: l’incertezza che sale al grado di “valore”!) e diviene asse trasversale a tutte le regole che accreditano il patto fondante di ogni società:
    l’interesse comune, certamente riconosciuto, certamente realizzabile, certamente inquadrabile in un ambito di norme e regole scritte e non scritte e fondanti una comunità umana condivisa e condivisibile.

    Ogni nuova alleanza elettorale d’ora in poi dovrà fare i conti con questo nuovo assioma, questa nuovo principio della incertezza nel futuro e della relativa mancanza di speranza, ormai divenuta prassi consolidata e consuetudine superante i limiti della valorizzazione legislativa (secundum, preter o contra), divenendo essa stessa regola sopra le regole, norma sopra le norme e, addirittura, “valore di riferimento”.

    Ogni nuova coalizione di governo, ogni nuovo premier, ogni nuovo esecutivo chiamato a governare non potrà garantire continuità e stabilità nel governo del paese proprio a causa di questa incertezza, di questo nuovo valore di riferimento.

    Cosa che, a dire il vero, avveniva anche nel passato, soprattutto nelle coalizioni di governo del centro-sinistra, laddove il premier era “incerto” e cambiava spesso e volentieri durante il mandato (governo Prodi-D’alema-Amato) e il programma era “incerto”, poichè continuamente attaccato dall’interno della stessa maggioranza (si fa rifermimento a quelle storiche manifestazioni di gruppi parlamentari della coalizione di governo che scendevano in piazza per manifestare contro l’azione del governo, del “loro” governo).

    Il fatto nuovo è che questo “virus della irresponsabilità ed immaturità politica” ha aggredito violentemente anche l’altra polarizzazione politica, quella del centro-destra, l’unica sinora capace di garantire polarizzazioni politiche finalizzate alla formazione di governi stabili e continui.

    Il fatto nuovo è che questo virus ha ormai contagiato gran parte del sistema politico, fatta eccezione per l’unico movimento politico che tutte le parti politiche ricercano per le sue “uniche” qualità di lealtà e correttezza rispetto alla parola data e di cui nessuno però, vintende pagare il conseguente prezzo politico di supporto alle progettualità ed idealità che lo identificano:
    esso è la lega Nord per l’Indipendenza della Padania.

    E’ la donna più bella, più attraente, più leale e corretta che esista, ma è anche la donna che nessuno vuol sposare.

    Ed è proprio il matrimonio l’elemento base del nostro sistema in profonda ed aperta crisi.

    Ed è proprio il matrimonio fra un uomo e d una donna, il matrimonio fra due partiti politici, il matrimonio fra due aziende cointeressate, il matrimonio fra gruppi sociali che condividono stili di vita comuni, è proprio questo concetto fondamentale di matrimonio ad essere messo in crisi.

    E’ lo stare insieme, è l’incapacità di unirsi seriamente e lealmente in matrimonio che corrode profondamnete la nostra comunità nei tempi moderni.

    Ci si è dimenticata la regola d’oro che pretende che i panni sporchi vadano lavati in casa e non esposti pubblicamente quasi fossero trofei sportivi.

    Ci si è dimenticata quell’analisi dell’esperienza comune che fece un tal Giuseppe Capograssi, magnifico uomo, filosofo e giurista che definì la difficoltà dell’unirsi dello stare insieme più di chiunque altro.ù

    E’ un invito alla lettura, questo:

    Analisi dell’Esperienza Comune
    Giuseppe Capograssi

    Per coloro i quali ancora credono che, una parola data, va rispettata, che una mano stretta, va onorata.

    Nel bene come nel male.

    Possibilmente, al di là dle bene e del male …..

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

  5. Baron scrive:

    Mi complimento con Gustavo per lo splendido articolo ( questo non e’un post ) che ha colpito esattamente nel centro l’anomalia grave che domina il comportamento politico ed etico della maggior parte degli italiani,e quindi dei loro politici, ormai da troppi decenni: direi piu’o meno dal 1968 / 1970 in avanti. Ma l’uomo politico di oggi riflette, come sempre, la modestia dei tempi e del loro senso etico …….e non mi stupisco piu’……..a differenza di Gustavo. Ed anche il partito di Fini mi da’ ragione ogni giorno di piu’. Che peccato.

  6. Baron scrive:

    Speriamo pero’ che i responsabili di libertiamo.it leggano, almeno, queste nostre riflessioni. Almeno per capire lo sconforto di tanti italiani come noi, che sono disgustati da comportamenti che ci saremmo aspettato da loro ben diversi. Basti dire che il Presidente della camera dei deputati adesso, in Italia, puo’ chiedere a gran voce le dimissioni del Presidente del consiglio e ritornarsene al suo ufficio il giorno dopo senza che nessuno sopra di lui gli dica che nella sua posizione di uomo dello Stato non puo’farlo mai!!!!! Ma la confusione e la modestia istituzionale e’ tale che nessuno se ne stupisce piu’………….Che livello ragazzi!

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