L’esecutivo? Un bilancio in rosso, troppa ‘gestione’, nessuna riforma

di FRANCESCO GIUMELLI – Alla base della decisione di Futuro e Libertà di togliere il sostegno al governo Berlusconi c’è il giudizio negativo sull’operato dell’esecutivo. Ovviamente, questa opinione è avversata dai pidiellini, i quali ribattono sottolineando come il governo abbia saputo gestire la crisi meglio di altri paesi in Europa. In questa confusione generale, ed al netto delle vicende di gossip, come si fa a giudicare se un governo ha operato bene o male?
A parere di chi scrive un governo deve essere valutato in base al progetto politico, al valore del suo gruppo dirigente, ed alle possibili alternative.

In primo luogo, l’attuale governo non sembra avere la minima idea di come sarà l’Italia del 2050, che esso stesso sta in realtà – forse suo malgrado – contribuendo a definire. Misure promesse in campagna elettorale come l’abolizione delle provincie, oppure la privatizzazione delle municipalizzate sono state o del tutto rinnegate o ampiamente disattese. Tuttavia, tali iniziative sarebbero importanti per capire in quale tipo di paese potranno crescere i nostri figli. Tanti sono i settori e i provvedimenti che metterebbero il governo nelle condizioni di meritare un giudizio positivo: la riforma del processo civile, lo snellimento burocratico per le imprese, la valorizzazione delle sinergie tra aziende e scuola, l’abolizione del valore legale del titolo di studi. Nulla di tutto questo, tuttavia, è stato nemmeno discusso tra le alte sfere dell’esecutivo. O almeno, è stato solo discusso. In concreto, però, non è stato fatto nulla capace di “fare la differenza”. L’attuale governo, insomma, non ha ancora dimostrato di avere un’idea chiara di quale Italia si prepari a consegnare ai posteri.

Il secondo parametro attraverso cui valutare l’operato di un governo è guardare cosa fa in più o di diverso rispetto a tutti gli altri governi possibili. Anche sotto questo aspetto il giudizio sull’attuale gruppo dirigente non migliora. Sembra anzi che tutto il “fare” del governo si riduca alla fine alla gestione dell’ordinaria amministrazione. La ricostruzione dell’Aquila, l’informatizzazione della pubblica amministrazione, gli incentivi alla diffusione delle energie rinnovabili e tante altre iniziative di cui pure il governo rivendica la paternità, non sono in realtà altro che provvedimenti “istituzionali”, iniziative dovute. Non sono cose che fanno la differenza tra centrodestra e centrosinistra. Non sono cose che permettono di dare all’esecutivo una riconoscibilità culturale, oltre che politica.

Il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Premier britannico David Cameron – di centrodestra entrambi – stanno facendo nei rispettivi paesi cose capaci chiaramente di marcare l’orizzonte progettuale della loro maggioranza, e dunque di connotarla politicamente come altro dall’opposizione. Solo il tempo, certo, dirà se i due leader europei saranno stati in grado di realizzare i progetti in nome dei quali hanno vinto le  elezioni. Né in Germania né nel Regno Unito, tuttavia, i governi potranno essere accusati di essersi limitati all’ordinario. Potranno aver sbagliato ma hanno fatto, ed è sulla base di quel fatto, di quel record di successi ed insuccessi che saranno valutati dagli elettori.

Prendersi cura della normale amministrazione non è sinonimo di buon governo. È al contrario il segnale della malsana volontà di un gruppo dirigente di scansare le responsabilità imposte invece dal ruolo istituzionale – e cioé affrontare i problemi reali ed implementare risposte strutturali.

Privo di progettualità sul futuro del paese e di risultati oggettivamente significativi da rivendicare, questo governo mette ora a rischio anche la propria credibilità – che è invece fondamentale per portare l’Italia fuori dal guado. La Grecia versa in condizioni economiche terribili, ma le elezioni appena vinte dal partito del Premier George Papandreou dimostrano come una classe dirigente credibile possa prendere decisioni difficili ed impopolari senza perdere il sostegno della gente.

Sono molte le decisioni difficili che il nostro paese non può più permettersi di rinviare. Domenica, a Bastia Umbra, Fini ne ha indicate una serie – le più urgenti, le più sofferte. Quelle che hanno a che fare con il conflitto di interessi tra giovani e vecchi, tra insider ed outsider, tra chi dallo Stato dipende e chi con lo Stato soccombe. Questioni che un qualunque governo europeo – ancor più di centrodestra – avrebbe posto i cima all’agenda delle sue priorità. Ecco, vi sembra siano questi i temi cui si è applicato in questi anni il governo Berlusconi?


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

13 Responses to “L’esecutivo? Un bilancio in rosso, troppa ‘gestione’, nessuna riforma”

  1. vittorio scrive:

    Il discorso non convince minimamente. Tutto sommato il governo Berlusconi andava bene. In un paese come l’Italia è già tanto se non si alzano le tasse. L’esecutivo stava gestendo la crisi e una volta uscita da questa ci sarebbero state più risorse da utilizzare. Certo l’abolizione delle provincie sarebbe auspicabile. Certo si potrebbe fare sempre di più. Ma i finiani non convincono e appaiono in completa malafede anche perchè il loro unico obiettivo appare il governo tecnico con D’alema per modificare la legge elettorale. Nel frattempo il Pd già mette le mani avanti dicendo che un governo tecnico dovrà affrontare la situazione economico sociale del paese. La loro ricetta? Aumentare le tasse, siano esse sul risparmio o sui redditi poca differenza fa. Quindi i finiani finiranno (se il governo “tecnico” avrà la possibilità di nascere) per fare l’esatto opposto di quanto scritto sul programma del centro destra. Quindi vi consiglio almeno di evitare la missione impossibile di presentare la vostra come un’operazione di rispetto del programma. Ma se volete essere ridicoli fate pure.

  2. Joe scrive:

    “Alla base della decisione di Futuro e Libertà di togliere il sostegno al governo Berlusconi c’è il giudizio negativo sull’operato dell’esecutivo”. Non è vero, ovviamente. La decisione è politicista e bastava sentire Campi da Lerner l’altra sera: “La politica è così”, e “Fini ha il problema di ereditare la leadership del centrodestra”, il tutto condito da esortazioni e lisciate di pelo a Berlusca perché lasci spazio a un altro premier. Perché se Pdl e Laga non ci stanno un governo ribaltonista rischia di non vedere la luce. Quanto ai soliti richiami alla Merkel o a Cameron, non so più se ridere, alzare le braccia o disperarmi: quelli tagliano, Fini chiede più spesa.

  3. Rorschach scrive:

    Propongo di non guardare alla teoria, ma ai fatti: fino ad oggi quale azione politica di FLI ha interessato politiche di riduzione della spesa? Quando è stato ricattato il governo al fine di cancellare enti inutili, eliminare i quangocrati, dare una sfoltita all’orda di parassiti che infesta il nostro Paese e farla finita con le politiche del “Datece Quarcosa”?

  4. roberto scrive:

    Rispndo a Joe: anche Cemeron ha aumentato le tasse (vedi le università) e poi a volte per fare dele riforme a volte sono necessarie politiche di spesa. Tu parli di tagli, ma è facile parlare di tagli quando non si ha la forbice in mano, diventa difficile parlarne quando si ha la suddetta forbice. Effettivamente a Berlusconi sono macate le riforme, semmai non sono d’accordo che una mozione di sfiducia possa risolvere il problema.

  5. Joe scrive:

    Roberto, il problema sono gli ingredienti del mix: non posso essere smentito nel momento in cui affermo che Fini ha proposto più tasse (sulle rendite) e non ha fatto altro che crticare i tagli di Tremonti (lo fa dal 2001, del resto), auspicando più spesa per tutto, senza proporre un taglio alternativo e vero di spesa che sia uno, stante che la ricetta Baldassarri di risparmiare sugli acquisti della PA è un taglio non solo politicamente facile, ma anche inesistente.

  6. roberto scrive:

    Rispondo a Joe: grazie per la risposta ma dobbiamo intenderci che cosa intendere per tasse. Fini ha proposto di tassare le rendite in previsione della riforma dell’università: come vedi senza una base di spesa razionale ci si limita solo a gestire mentre con delle buone riforme è possibile in futuro anche ridurre la spesa.

  7. Joe scrive:

    Per tasse si intendono tasse, e se uno dice tassiamo le rendite per finanziare la riforma dell’Università sta dicendo che vuole aumentare le tasse. Poi non capisco il ragionamento: intanto alziamole così poi le abbasseremo? Appunto, resta quello che ho ricordato io: Fini chiede più tasse e più spesa.

  8. roberto scrive:

    Guarda Joe che con il governo Berlusconi la pressione fiscale non è mica dimunita, tutt’altro (è al 43%). Per tasse posso intendo anche la pornotax tanto reclamizzata dalla Santanchè, per non parlare poi della tassazione indiretta. Perchè invece non si riformano gli ordini professionali a cui bisogna pagare pesanti contributi?
    Per il resto intendo dire che par fare delle riforme bisogna avere anche il coraggio dii investire e non solo gestire. Non si può ad esempio tagliare la spesa e poi taglaire i posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione.

  9. vittorio scrive:

    Per conto mio quando si sente parlare di stato che “investe” significa soltanto che si stanno buttando soldi pubblici dalla finestra. Chi parla di investire, sollecitare l’economia non è altro che un socialista mascherato. L’effetto finale è solo più debito per lo stato o più tasse per i cittadini. Il problema è che i politici spesso hanno tutto l’interesse a creare maggiore spesa (e quindi maggiori tasse) perchè in questo modo la loro influenza decisionale aumenta (e aumentano le possibili ricadute in termini di benefici economici per loro: tangenti su conti cifrati, posti e poltrone per parenti e amici, favori e sostegno della stampa controllata da interessi economici). Per questo motivo anche politici che non si richiamano al socialismo finiscono per ricalcare queste politiche nefaste. Non per nulla il modello D’alema sembra trasversale.

  10. Joe scrive:

    Col governo Berlusconi la pressione fiscale è aumentata, meno che con gli altri, considerando la crescita del pil e scudi fiscali vari che fanno media ma sono una tassa in più solo per chi ha bisogno di pagarla. In questa fase, siccome non cresciamo e siamo in crisi fiscale, Tremonti ha provato a tenere relativamente a posto i conti agendo solo sul versante della spesa. Cosa che non basta assolutamente ma che di per sè è positiva: e a Fini non sta bene e non ha fatto altro che invocare il ritorno della spesa per questo e per quello. Fino appunto all’idea di tassare le rendite per l’università

  11. tommaso scrive:

    analisi condivisibile. Il governo Berlusconi è di destra a parole (una destra di un’altra epoca) ma a parole non è ne di destra ne di sinistra, galleggia e si limita a gestire l’ordinario occupando più poltrone possibile per creare una rete clientelare che più che prima repubblica ricorda l’impero romano.

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