– Il peggior endorsement che poteva esser rivolto alla Conferenza Nazionale della Famiglia è stato fatto proprio dal sindaco Gianni Alemanno: “Se vogliamo aiutare le famiglie, che sono quelle sposate, vuol dire aumentare le tasse ai single e alle coppie con pochi figli… Bisogna concentrarci sulla famiglia della Costituzione formata da un uomo e una donna che fanno figli”.
Poche righe che dipingono una visione non solo e non tanto anacronistica e reazionaria, quanto piuttosto ingiusta e lontana dai problemi veri della società contemporanea.

Si può reagire con spirito: i single hanno buon diritto ad invocare pane e gnocca (o gnocco) per far famiglia e scampare alla funesta punizione del fisco. Oppure esprimere preoccupazione per il risorgere di uno spirito familistico che ricorda la tassa sul celibato di fascistissima memoria.
Potrà esserci un pizzico di retorica nell’obiettare che se la natalità è ai minimi storici ciò è dovuto in buona misura alle difficoltà che i giovani incontrano a raggiungere la stabilità economica necessaria a dar vita a una famiglia. Trasferire risorse da chi non riesce a costruirne una a chi può permettersi la gioia della procreazione è una beffa, più che una misura redistributiva. Si può poi sottolineare come tassare le coppie che non riescono a procreare equivalga ad infierire su quanti in Italia non vedono riconosciuta la libertà di ricorrere a tutti i mezzi possibili per dar alla luce un figlio.
L’idolatria che avvolge l’istituto della famiglia composta da un uomo, una donna e i figli nati nel matrimonio devia il tiro da un welfare equo.

Le politiche per la famiglia attualmente applicate presentano notevoli distorsioni; sono, infatti, tutte focalizzate sull’asse moglie-marito, trascurando l’asse genitori-figli.
Un esempio. Già oggi il single, la coppia omosessuale o la coppia di fatto pagano all’inps la previdenza sociale per le future e i futuri vedovi. Per garantire la pensione di reversibilità ai survivor si impone anche ai single e alle coppie di fatto il pagamento di un’assicurazione sociale che di fatto è intestata a persone a questi estranee. Insomma, la tassa sul celibato esiste tuttora e pesa per il 10% sulla spesa sociale (contro il 4% dell’Europa). Peccato che non vada necessariamente a sostegno della maternità, che anzi riceve una fetta alquanto esigua della spesa sociale (il 4% contro l’8% dell’Europa).

Ma le distorsioni più evidenti riguardano il capitolo delle detrazioni per famigliari a carico. La legge fa poca distinzione tra il coniuge e il figlio a carico. Il risultato? Un tasso di occupazione femminile tra i più bassi in Europa, al 47,2%, e politiche di sostegno alla natalità inconsistenti. Così, chi versa in uno stato di reale bisogno, come le famiglie unigenitoriali, le madri nubili, conoscono la fatica e hanno ben pochi vantaggi da un fisco miope e vessatorio.
Tassare i single per aiutare le famiglie costituitesi nel matrimonio significa santificare un dogma e sacrificare ad esso i bisogni reali della società.

Una politica per la famiglia improntata su ragioni di equità non può che porre al centro lo stato di bisogno che attraversa il periodo dell’infanzia, sia il figlio nato nel o fuori del matrimonio, naturale o adottato. Un indirizzo del tutto opposto a quello che informa le attuali politiche fiscali e sociali e che Alemanno sembra sollecitare con maggior forza. Quella che, forse volutamente, suona come la provocazione di un conservatorismo innovatore, è in realtà la conferma che dagli errori compiuti non si è tratta alcuna lezione.