– Manca poco al Natale e, confidando nel suo buon cuore, quasi quasi gli scrivo. A chi se non a Silvio. A periodi alterni Papi o Caritas, libertino o padre di famiglia, donnaiolo e un po’ misogino (soprattutto con le brutte, principalmente con Rosy Bindi), generalmente omofobo.

Sono certo, però, che nonostante tutto, essendo egli un uomo di cuore, mi risponderà. Se lo farà prometto che quando me la passerò meglio farò realizzare per lui, anzi,per il suo giardino ad Arcore, a Porto Rotondo o ad Antigua, una bella statua di Babbo Natale con la sua faccia.

Vabbè, mi presento. Mi chiamo Daniele Priori, non ho ancora trent’anni, sono precario come molti, giornalista free lance. Sono abbastanza brutto, un bel po’ sovrappeso e soprattutto gay, come Signorini. Spero proprio non sia un problema…

Ora, non è che voglia impietosirlo o approfittare del suo buon cuore solo perché sono il solito omosessuale che si piange addosso. No, no.  Avrei proprio delle richieste tipo “letterina a Papi Natale”. Perché le esigenze sono tante, tutte drammaticamente vere, da non arrivare a fine mese e un aiutino davvero non ci starebbe male.

Anzitutto con i contributi all’Inpgi. Sì, perché nel famoso “popolo delle partite Iva” c’è un mucchio di gente come me, garantita da nessuno, senza ferie, permessi o malattia pagati a parità di tariffa con chi un contratto e tutte quelle garanzie ce le ha ma, in effetti, lavoratore autonomo. E i contributi, appunti, me li verso da solo ogni anno, tutto nell’ultimo trimestre. Un vero supplizio. Solo per un fortunato e condizionante particolare biologico, ovviamente, a parte uno splendido compagno, precario pure lui, non ho figli. 

Poi c’è l’affitto che grazie a Dio divido col mio compagno, senza nessuno sgravio né riconoscimento per le giovani coppie, solo perché siamo gay. Particolare che non conta nel momento in cui lo Stato si accorge che sulle mie spalle c’è anche mia sorella, che vive lì con noi, disoccupata e un po’ sbandata ma non bella come Ruby. In quel caso lo Stato mi riconosce tutti i doveri di fratello. Come è giusto che sia, forse…

Ne sento di tutti i colori in questo piccolo grande meretricio collettivo che è diventato il nostro Paese. Eppure ancora non mi rassegno. Non mi va di rassegnarmi nemmeno al buonissimo cuore del presidente.

Preferisco ancora alzare la testa per ottenere i miei diritti di persona, di cittadino, di lavoratore, di omosessuale. Uguali, né migliori né peggiori, di quelli di un eterosessuale. Senza vittimismi né eroismi ma con la speranza che il mio amore gay, autentico e quotidiano, persino noioso come quello di tante altre coppie etero o omosessuali, non necessiti di viagra a nessuna età e resista persino all’ebbrezza violenta del “bunga bunga”.

Questo sono io, nel mio piccolo e squattrinato presente, ad augurarlo anche a Lei e ai suoi tanti giorni a venire, caro presidente.