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Dopo le midterm, tre sfide aperte nel Gop

– Che il Tea Party stia dando del filo da torcere all’élite repubblicana lo si deduce da tre competizioni, o veri e propri scontri, in corso in questi giorni, all’indomani delle elezioni di Medio Termine.

In Alaska inizia il riconteggio dei voti in una competizione per un seggio al Senato, non fra un Repubblicano e un Democratico, ma fra due Repubblicani. O meglio: fra il nuovo Repubblicano Joe Miller (Tea Party) e la ex Gop, ora indipendente, Lisa Murkowski (istituzionale).

La genesi di questo scontro è molto utile per capire le caratteristiche del duello in atto. Lisa Murkowski è figlia dell’ex governatore dell’Alaska, Frank Murkowski, il quale, una volta eletto governatore nel 2002, diede le dimissioni dal Senato e la designò quale sua erede al seggio. La vicinanza della Russia di Putin, insomma, deve averlo contagiato.

Ma gli elettori americani odiano il nepotismo, e, nel 2006, Murkowski (padre) fu battuto alle primarie repubblicane da Sarah Palin. Nelle primarie del 2010, lo scontro si è tramandato: Sarah Palin, non più governatrice dello stato nord-occidentale, ma neo-acquisita figura di punta del movimento Tea Party, ha dato il suo endorsement al veterano di guerra Joe Miller per la corsa al Senato.

La senatrice Lisa Murkowski, forte del suo retaggio familiare, contava sull’appoggio dell’apparato del Gop. Le primarie sono state vinte da Joe Miller. Non accettando la sconfitta, la Murkowski ha deciso di candidarsi come indipendente:  ha vinto. I Repubblicani hanno dubbi, però, e hanno chiesto il riconteggio. Dalle urne, insomma, si è passati ai tribunali. Dalla raccolta fondi per la campagna elettorale si è arrivati a quella per pagare le spese legali. Sarah Palin ha chiesto al suo seguito (via Twitter) di sostenere Miller e contribuire, con laute offerte, al pagamento dei legali.

Dietro al candidato del Tea Party si è schierato anche Mike Huckabee (ex candidato alle primarie presidenziali del Gop nel 2008) e, questa volta, c’è anche l’istituzionale National Republican Senatorial Committee. Che durante le primarie aveva appoggiato la campagna della Murkowski. Quest’ultima, forte del suo vantaggio alle urne (41 a 34%), snobba sia il Tea Party che gli alleati di Miller: “So che cosa hanno fatto nel mio stato, sono venuti da fuori, hanno cercato di dirottare le elezioni, lo hanno fatto nelle primarie, ma non lo faranno ancora”, aveva dichiarato alla Tv Fox News il giorno dopo le elezioni.

La seconda battaglia non si combatte fra i ghiacci dell’Alaska, ma nel palazzo neoclassico del Congresso, a Washington DC. Si tratta di decidere chi ricoprirà la carica di presidente del Comitato per i Servizi Finanziari, un posto chiave per il controllo della legislazione sull’economia e la finanza. E in tempi di crisi economica, primo motore delle decisioni prese dagli elettori, non è una carica da poco.

Il candidato favorito del Gop è Spencer Bachus, ma il Tea Party gli oppone Ed Royce. E la competizione, nonostante il grande vantaggio iniziale del primo, è tutto meno che conclusa. Ed Royce, cattolico, ma molto vicino anche alle idee di Ayn Rand e degli Oggettivisti (che lo hanno invitato a parlare ai loro eventi), ha votato non solo contro il piano di stimolo economico di Barack Obama (come tutti i Repubblicani), ma anche contro il Tarp, il piano salva-banche voluto da George W. Bush per impedire altri collassi dopo quello della Lehman Brothers. Bachus, al contrario, aveva votato pro, ligio al volere del suo Presidente.

Oggi, la fedeltà a Bush non è più una virtù, mentre il dissenso di allora è diventato una medaglia al valore dopo i buoni risultati del Tea Party alle elezioni di Medio Termine. Peggio ancora: Bachus aveva votato a favore di un piano di incentivi per la rottamazione di auto vecchie e più inquinanti. Fra Royce e Buchan, il futuro speaker repubblicano alla Camera, Boehner, non si pronuncia. Sarah Palin invece sì, rilasciando alla stampa dichiarazioni per screditare Bachus, proprio enfatizzando la sua storia di voti statalisti.

C’è infine una terza battaglia in corso al Campidoglio. Michele Bachmann, candidata del Tea Party, sfida il favorito dell’establishment Jeb Hensarling per la presidenza della House Republican Conference, la quarta posizione più importante alla Camera dei Rappresentanti. Il leader della maggioranza repubblicana, Eric Cantor, ha dato il suo endorsement ufficiale a Hensarling. Ma il settantasettenne tea partier (nonché conservatore ultra-veterano, scrittore e pioniere del marketing politico) Richard Viguerie ha fatto circolare una petizione in cui chiede all’establishment del Gop di rimanere neutrale in questa battaglia: “Sia Hensarling che Bachmann sono dei bravi conservatori costituzionali” – scrive Viguerie – “entrambi meritano di competere onestamente per la guida della House Republican Conference senza la vostra interferenza”.

Infine, un ultimatum è stato mandato dal think tank Freedom Works ai neoeletti. A tutti i neoeletti. Il gruppo di Dick Armey e Matt Kibbe avverte che i rappresentanti e senatori che hanno cambiato idea sulla riforma sanitaria di Obama, trasformando la loro opposizione in un opportunistico consenso, sono stati puniti dall’elettorato il 2 novembre. La lettera di Armey e Kibbe constata che ben 67 congressisti hanno firmato il Contratto dall’America proposto dal Tea Party. E dunque: “Il vostro mandato è chiaro. Avendo vinto la maggioranza alla Camera e un potere di ostruzionismo al Senato, le vostre navi politiche sono state bruciate dietro di voi. Politicamente parlando avete una sola scelta: passate all’attacco e respingete, sostituite e private di fondi l’Obamacare entro il 2011, o rischierete di essere bocciati dall’elettorato nel 2012”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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