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Una radicale a Perugia. Ad ascoltare

– Ho preso parte alla convention di FLI a Bastia Umbra, in provincia di Perugia. Per esplorare, per ascoltare.
Non bisogna essere dei politologi per capire che il movimento all’interno del centrodestra è il segnale di una crisi sistemica destinata a sparigliare le carte per tutti. Io, da radicale e liberale, ho voluto “mettermi in ascolto”, seduta tra gli altri diecimila partecipanti (tutti a proprie spese!) a questa tappa del percorso fondativo del nuovo partito targato Fini.

Un’altra delle  sigle “dominanti”, per dirla con Marco Pannella, destinata a scomparire nel giro di qualche anno? Dipenderà dal coraggio di Gianfranco Fini e dalla qualità delle persone, che daranno corpo e voce al movimento.  Dipenderà dalla capacità di proporre una politica nuova, liberale, europea, non ingabbiata nei tatticismi da Prima Repubblica. Ammetto che  il richiamo alle grandi personalità di quel periodo, da Aldo Moro a Enrico Berlinguer, non mi abbia entusiasmato, sebbene abbia compreso il senso profondo della critica, ben poco velata, ai “personaggi”, che occupano oggi la scena politica nazionale. Uno stridente contrasto. Non trovo convincente neppure il discorso sulla questione morale: tuttavia, va detto che Fini ha riconosciuto che si tratta di “temi scivolosi”, definendo il moralismo “una delle peggiori attitudini di tanti sepolcri imbiancati”.  Meglio di niente.

Sono arrivata in questa immensa fiera. A salutarmi gli amici di Libertiamo con una bella iniziativa contro l’abuso degli stage non retribuiti. Poi lo stand di FareFuturo, la fucina culturale del movimento; lo spazio del Secolo d’Italia con una battagliera Flavia Perina in jeans impegnata a raccogliere firme contro il taglio dei contributi al suo giornale. Mi porgono il libro delle dichiarazioni e io scrivo: “I contributi, se proprio devono essere, siano per tutti. E non a intermittenza per soffocare la voce fuori dal coro”. Del resto, tra i partecipanti alla convention si respira un senso di rivolta contro chi per tanto tempo ha soffocato una miriade di voci, di iniziative, di idee. Rivolta a tratti smaccatamente antiberlusconiana, a tratti ricca di orgoglio per un’autonomia ritrovata, per una serietà della politica restaurata.

Ci sono i “finiani da sempre” e i “finiani da mai”. Tanti, lo ricorda anche Fini dal  palco, hanno storie politiche le più disparate, talvolta con nessuna storia politica alle spalle. E’ un pullulare di movimento, gruppuscoli organizzati, associazioni di volontari, volantini, giornaletti e gadget.

Luca Barbareschi legge il Manifesto per l’Italia. “Noi amiamo l’Italia, la nostra Patria e la vogliamo orgogliosa e consapevole”.  I toni sono patriottici, non mi appartengono per cultura e formazione. Tuttavia, man mano che si articola il dibattito, capisco che la responsabilità nazionale non è sguaiato patriottismo etnico. Qualcosa di più, qualcosa (per me) nuovo. Vengono citati Thomas Jefferson e i padri costituenti americani fino al poeta Saint-Exupery; perifrasi di scrittori latini, immagini tratte dalla tradizione classica antica. Il gusto dell’arcaico si mescola con le pennellate del moderno. Ed ecco che si parla di cittadinanza breve per gli immigrati, ai quali  riconoscere gli stessi diritti dei cittadini italiani, purché si assumano i relativi obblighi. Ecco allora che il patriottismo si concreta nell’esaltazione della “responsabilità nazionale”: l’immagine del Paese all’estero; le ragioni di governo che vengono prima della gestione partitica del potere; libertà e responsabilità individuale come pilastri dell’azione politica.

L’aggettivo “liberale” c’è, è presente, palpita. Fini riesce a stupire: non gioca di rimessa, ma alza la posta in gioco. FLI si candida a diventare il soggetto del centrodestra italiano, guarda oltre il PDL. Per un partito liberale di massa. Dal garantismo incarnato da Chiara Moroni all’afflato liberale impersonato da Benedetto della Vedova fino al rifiuto esplicito di ipotesi terzopoliste. Convinti bipolaristi, così si professano i futuristi. In economia, messo da parte un concetto un tantino vetusto come la dialettica tra capitale e lavoro, la proposta è liberale. Più concorrenza, no alle rendite di posizione, avanti col merito. Addirittura Fini propone salari agganciati alla produttività e norme trasparenti per le gare di appalti pubblici.

“Se un tempo si diceva “è discusso, ma porta molti voti”, oggi dobbiamo dire “porta molti voti, ma è discusso”. Una politica pulita, senza i “parassiti” del sottopotere locale. Certo, un compito arduo, ma non impossibile. Torna a più riprese il tema della “laicità positiva”, dei diritti civili da riconoscere a tutti. A dirlo non è soltanto Benedetto della Vedova, che parla “da radicale”, come dice lui stesso (e io sento una punta di nostalgia); lo dicono anche altri massimi dirigenti e lo stesso Gianfranco Fini, che rilancia sul riconoscimento delle coppie di fatto. Applausi scroscianti.
 “Dimettiti o usciamo dal governo”. Parole forti e coraggiose. Il coraggio, che trapela anche dalle parole della senatrice Barbara Contini, ex governatrice d i Nassiriya. Forse la più applaudita, dopo Fini. “Siamo molti di più di quelli che s’aspettavano, e saremo molti di più di quelli che non s’immaginano”. Sa infiammare le truppe. Si scaglia contro “l’Italia che non sa decidere”.  E i rottweiler della parte opposta li chiama chihuahua. Lei non ha paura.

Si chiude la convention e io mi rimetto sul treno.  In testa un puzzle di messaggi e di immagini. Incluse le note di Ennio Morricone in Nuovo Cinema Paradiso. E’ un’impresa ambiziosa e ardua quella che si pone  FLI, un soggetto malleabile perché ancora in divenire. Necessariamente inclusivo. A parte il richiamo di Tremaglia, la parola “partitocrazia” non appartiene al lessico dei futuristi. Così come una certa retorica della patria non appartiene al mio lessico, a quello radicale. L’Italia, però, non ha bisogno di vocaboli complessi. Liberale ed europeo: è questa la politica di governo di cui abbiamo bisogno. Torno con questa certezza e poche altre. Convinta che, per ritrovare la capacità di crescere e di innovare, dobbiamo guardare oltre gli steccati politici. Serve il coraggio di chi vuole mettersi in gioco.


Autore: Annalisa Chirico

Pugliese, classe 1986. Laureata cum laude in Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli di Roma. Master in European Studies. Attualmente specializzanda in Relazioni Internazionali. Durante l'Eramus a Bruxelles ha lavorato al Parlamento Europeo per gli europarlamentari radicali. E' membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e dirigente dell'Associazione Luca Coscioni. Liberale, antiproibizionista e federalista europea.

6 Responses to “Una radicale a Perugia. Ad ascoltare”

  1. Onesto e in larga parte condivisibile.

  2. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Annalisa,in quanto liberale,immagino tu sia anche liberista.Sull’abuso degli stage non retribuiti e sfruttamento del lavoro intellettuale giovanile in genere, sono d’accordo con te;però dovresti ammettere che ciò non è un argomento pro-libero mercato,semmai ha a che fare con quella “vecchia gloriosa idea”di cui(così come il marinaio ateo nel naufragio si ricorda di Dio) anche il Liberale invoca in tempi critici:si può chiamarla qui dentro col suo vituperato nome:Socialismo?.Stesso discorso per i contributi ai giornali;ma naturalmente non si può pretendere che Perina sia Liberista. A proposito di curriculum politico personale,-come dice l’antico proverbio cinese:”Il saggio cambia idea”-è bello e nobile che Fini e i suoi invochino la cittadinanza breve per gli immigrati;il problema sarà però superare la legge vigente:la “Bossi-Fini”,appunto.

  3. Piccolapatria scrive:

    Non una parola sul teatrino scombiccherato presieduto dal Presidente della Camera nella veste impropria di conducator, che, seduto in platea come il papa re, mentre rumina incessantemente, scambia bacini con i suoi tenentini di complemento che sul palco commossi e in lacrime gli mettono a disposizione i loro incarichi governativi. Alla faccia del rispetto delle istituzioni e della magna carta Costituzione! Alle loro spalle dominava una parete intera con il logo del nuovo partito del sol dell’avvenire ; sopra la scritta FINI gigantesca e sotto in caratteri minuscoli, ma proprio minuscoli Futuro e Libertà ( credo perchè non era proprio leggibile… nelle riprese TV) Neanche Berlusconi era arrivato a tanto. Che futuro!

  4. Sabbath Addesso Gianluca scrive:

    Articolo preciso: hai colto il cuore pulsante del problema! Ti sei limitata certamente ad illustrare la parte incarnata dai finiani nella loro convention: tante buone idee e buoni propositi! Come ho scritto già da qualche altra parte, qui c’è lo zampino del signor Benedetto, vecchio volpone!!!!!
    Però sei stata un pò troppo buona nel lesinare elogi: c’è qualcosa che non quadra in tutto questo disegno dai toni trionfalistici…è quel qualcosa è la storia di quei signori, il leader in pectore per primo: è davvero difficile pensare che un gruppo di ex missini o ex aennini con contorno di qualche intruso liberale possa sostenere a spada tratta certe idee così rivoluzionarie: e temi stridenti come legalità tendente al giustizialismo ( come sarebbe legittimo per uomini con una storia così pesante alle spalle) e patriottismo sono un indice di qualcosa di ambiguo e a tratti fanno pensare ad una operazione di mascheramento che gli consenta semplicemente di drenare voti da più chiese.
    Certamente sembrerebbe più concreto pensare ad un futuro dei finiani come destra modello sarkozy ma molto meno labour in alleanza con quella anima più puramente popolare di certa parte del Pdl e dell’Udc in una fase post-berlusconiana. E chissà a quali sacrifici sarebbe disposto a prestarsi il nostro Fli di fronte alla propsettiva di restare a mani vuote per il loro “futuro”…
    E a noi radicali, amica mia, non resta che sorridere di fronte all’idea che si possa contare su questa nuova forza politica per promuovere le nostre sempre-verdi idee…ma forse anche no!
    Futuro e Ambiguità, come diceva qualcun altro in giro tra i blog liberali. Sulla parola “Libertà” ci mettiamo un grosso interrogativo in attesa di riscontri….
    Benedetto, noi crediamo in te!! Non ci deludere…

  5. Adriano Teso scrive:

    Cara Annalisa,
    una bella cronaca con tante riflessioni condivisibili. Tieni però sempre perente che in politica esiste il “mai dire mai” e la fiducia deve arrivare solamente all’atto finale di “vedere cammello, pagare cammello”. A me Fini umanamente piace, e credo sia uno di parola. Per questo in altri articoli di questi giorni ho posto una serie di interrogativi sulla politica economica non ancora chiaramente espressa. Io ci conto, ma preferisco che dica esplicitamente e solo allora “vedere il cammello”.
    Gragnanello ti pone delle riflessioni interessnti e doverose alle quali aggiungo la mia sui ” salari agganciati alla produttività”. E se fosse la “compartecipazione”, roba da veterocomunisti, già in passato affermata da Fini ? E tutte le regole ed interventismi di legge hanno poco di liberale e di mercato. Le leggi devono solo impedire gli sfruttamenti, non garantire redditi e contributi.

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