– Alla convention di Perugia, l’entusiasmo “futurista” era contagioso. Fini è riuscito senza dubbio a resuscitare in molti la passione per l’impegno politico, sopita dai troppi compromessi imposti dai lunghi anni del berlusconismo. L’entusiasmo di Perugia, però, non è stato generato dall’ammirazione per le qualità superiori dell’Imperatore, che contraddistingue i rituali celebrati dal Cavaliere, ma dalla condivisione di un impegno ideale che Fini si è impegnato ad interpretare e rappresentare.

L’evento è stato convincente in termini di linguaggio e di comunicazione, un po’ all’americana, molto all’europea: i colori del simbolo del nascente partito richiamano quelli dei conservatori britannici, l’ambientazione ricordava le convention sarkozyste dell’Ump. È difficile dissentire dal “Manifesto per l’Italia”,che pare concepito proprio per far sentire “in colpa” chi non lo vuole sottoscrivere.

La sfida, ora, è quella di non deludere le aspettative generate nella base “futurista”. FLI nasce nell’area mentale del centrodestra italiano come alternativa polemica al PDL. Il PDL è stato un partito-non partito creato al servizio dell’Uomo del Predellino, che, di fatto, non ha mai realmente attivato i meccanismi di partecipazione interna pur previsti dallo statuto. Al contrario, FLI si propone come un partito vero che, dopo una prima fase “movimentista”, dovrà garantire la democrazia interna, avvalendosi delle possibilità di partecipazione consentite dai nuovi media e di una struttura “leggera” ma comunque collegata con il territorio e con la società civile organizzata. Tale prospettiva ha già suscitato grandi attese che non possono e non devono essere deluse, soprattutto tra i più giovani, che le rilevazioni demoscopiche indicano come uno dei bacini elettorali più importanti per il nascente partito. Non a caso quello della “fuga dei giovani” all’estero è stato uno dei temi più battuti durante la convention.

Il nuovo soggetto politico si propone come interprete di una destra repubblicana, con salde radici nel concetto di coesione nazionale. Il “Secolo” di domenica ha pubblicato una lista degli intellettuali di oggi con cui FLI deve dialogare: Severgnini, Cazzullo, Brizzi, Saviano, Gramellini, Battista. Una lista, come tutte le liste di questo tipo, certamente passibile di critiche e di integrazioni. Per altro verso, non va sottaciuto che durante il suo intervento, Fini ha citato non solo Moro e Berlinguer, ma anche Almirante, includendo così – un po’ surrettiziamente – nell’”arco costituzionale” anche chi ne era escluso.

La convention di Perugia è stata senza dubbio una dimostrazione di forza dei “futuristi”. Altro che “quattro gatti”! Nel giro di poche settimane, al richiamo di Fini hanno risposto, a Perugia, diecimila persone, oltre alle molte altre che hanno seguito l’evento in tv o via internet. La sottovalutazione berlusconiana del malcontento generato in consistente parte del PDL rischia di rivelarsi tragica.

Fini ha restituito al mittente la proposta di un patto di legislatura dettando le proprie condizioni. Innanzitutto, il “commissariamento”, di fatto, di Tremonti – che il premier non concederà mai, a meno che non ci si  metta di mezzo la Lega… In una prospettiva di medio periodo, l’istituzione del Senato delle Regioni e la riscrittura dell’art. 117 della Costituzione che disciplina il riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni, per sciogliere nodi divenuti ormai ineludibili con l’avanzare del federalismo fiscale. Inoltre, la riforma della legge elettorale, definita a chiare lettere per quello che è: una “vergogna”. Infine,  la “bomba” della richiesta di dimissioni di Berlusconi.

Fini, in sostanza, è un Presidente della Camera che si è proposto come “premier ombra”, indicando come unica alternativa accettabile la via di una crisi extraparlamentare. Certo, la contraddizione tra il ruolo di leader politico e quello di terza carico dello Stato è evidente. Ma la crisi politica del berlusconismo è altrettanto conclamata, soprattutto a causa dell’inconsistenza dell’opposizione.

Fini vuole imporsi come leader del centrodestra dopo Berlusconi, non più in via ereditaria. Lo spazio c’è e intende conquistarselo. A maggior ragione, dopo l’estinzione di An e in un orizzonte post-berlusconiano non definito dal conflitto d’interessi, gli serve il sostegno di un partito vero, moderno, democratico al suo interno.