Dalla crisi si uscirà con il mercato (e qualcuno lo sta già facendo)

– Sono passati poco più di due anni dall’apice di una delle crisi economiche più importanti degli ultimi decenni. Poco più di due anni dal crollo delle borse e dal crac di Lehman Brothers. Poco più di due anni da quell’ondata di paura e di sfiducia che nella previsione di molti – e nella speranza di alcuni – avrebbe dovuto archiviare le politiche di libero mercato e fornire una generalizzata legittimazione ad una nuova era di intervento pubblico.
I governanti della maggior parte dei paesi europei – di destra come di sinistra – predisponevano costosi “piani di stimolo”, mentre in America si affermava un presidente socialdemocratico destinato, secondo parecchi, a cambiare per sempre i connotati culturali della sua nazione.

La spinta liberale innescatasi a partire dagli anni ’80, con i governi di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, con la caduta del Muro e con la transizione dell’Europa dell’Est verso un’economia di mercato, pareva così giunta alla sua conclusione – e contemporaneamente nei salotti buoni ritornavano in auge quelle teorie macroeconomiche keynesiane che avevano ispirato le scelte politiche di parte importante del ventesimo secolo.

È tempo di trarre un primo bilancio di questa presunta “inversione a u” per valutare se la narrazione della crisi che abbiamo tante volte sentito stia effettivamente trovando un riscontro reale. Nei fatti ci sono ragioni più che valide per affermare che le cose non stiano andando esattamente secondo le previsioni delle tante cassandre stataliste.
Sul piano economico, in effetti, già quest’anno sono entrati pesantemente in gioco alcuni fattori non adeguatamente considerati da chi prefigurava la possibilità di un ritorno alla crescita attraverso la spesa. La crisi greca, infatti, ha fatto emergere la questione della sostenibilità del debito sovrano per un buon numero di Stati della zona Euro, oltre alla Grecia, in primis l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia – ed anche fuori dall’eurozona, come è avvenuto a Londra, si è preso bruscamente coscienza dei pericoli di un significativo deficit di bilancio.
Al tempo stesso il forte livello di tassazione, necessario per finanziare la spesa, e la rigidità del mercato del lavoro rischiano di avere un effetto depressivo sulle prospettive di crescita economica del cosiddetto “primo mondo”, anche in virtù della forte concorrenza che proviene dai paesi emergenti.

In definitiva, debito, deficit, fisco e scarsa competitività del lavoro si stanno rivelando le vere spade di Damocle che incombono sulla ripresa, tanto che già oggi si parla sempre più di questi fattori e sempre meno dell’“avarizia” dei banchieri e degli speculatori, così “di moda” nel 2008.
In queste condizioni non è ragionevole pensare che la soluzione alla crisi possa essere “più Stato”. Sembra invece molto più pragmatico andare nella direzione di una ridimensionamento della cosa pubblica, se non altro perché i paesi occidentali non sono in grado di sostenere l’attuale livello di costo della macchina statale – a maggior ragione in questo momento di crescita ridotta.

Al tempo stesso, sul piano politico-elettorale, non sembra di assistere alla pronosticata deriva dei votanti verso il sostegno a politiche pubbliche espansive. Il messaggio “liberista” continua ad essere più che appetibile e su politiche di contenimento delle imposte e del peso dello Stato si vincono ancora le elezioni.
Ne sono riprova la forte avanzata dei liberali in Germania nel 2009 e – quest’anno – l’avvento di un nuovo governo a guida liberale in Olanda, oltre alla riconferma della maggioranza di centro-destra in Svezia. Ne è riprova, senz’altro, il cambio della guardia a Downing Street ed il fatto che il nuovo governo di coalizione britannico si stia mostrando risoluto nell’implementare una politica di drastici tagli di bilancio. La “strana coppia” Cameron-Clegg non ha avuto paura di mettere la faccia su una riforma draconiana e lo ha fatto con l’aspettativa più che ragionevole che l’elettorato ne comprenda e ne sostenga le ragioni.

Ma la vera cartina di tornasole delle tendenze che potrebbero delinearsi nei prossimi anni è l’esito del voto americano di pochi giorni fa. Il declino politico di Obama, il successo del Partito Repubblicano come unico vero “country party” e l’emergere dalla società americana di un nuovo movimento politico di critica radicale all’invadenza dello Stato.
Diversamente dal piccolo Partito Libertario e da altri tentativi politici velleitari, i Tea Party sono rapidamente assurti al rango di soggetto politico in grado di condizionare la politica americana in senso libertario ed anti-statalista. È presto per dire se il loro ruolo sia destinato a consolidarsi nel tempo oppure se i tea-partiers siano espressione di un sussulto protestatario di breve respiro. Se, tuttavia, l’onda conservatrice e libertaria che ha determinato l’esito delle elezioni di middle term conserverà vigore fino alle presidenziali del 2012, ci troveremo di fronte ad una svolta politica e culturale in senso liberista di portata storica che avrà necessariamente ripercussioni anche al di fuori delle frontiere americane.

Insomma, malgrado di fronte alla crisi alcuni governi abbiano indubbiamente colto la palla al balzo per provare a riaffermare il primato della politica sull’economia, non si ha l’impressione di assistere nell’opinione pubblica ad un panic selling delle libertà economiche e ad una richiesta di intervento statale generalizzato.
Anzi non è escluso che la crisi possa creare, negli ambienti politici e culturali più consapevoli, un senso di urgenza riguardo all’implementazione di politiche di riforma liberale e che possa mettere  i più riottosi di fronte all’aut aut “o cambiare o morire” – dinamiche che si stanno per certi versi già sperimentando anche nel nostro paese, come è evidente dalle vicende Fiat.

In definitiva, per quello che stiamo vedendo, non appare affatto scontato che dalla crisi del 2008 si esca con lo stesso armamentario concettuale che ha condizionato i decenni successivi alla crisi del 1929. Al contrario le idee e le soluzioni liberali ed antistataliste appaiono un viatico molto più credibile per uscire dalla crisi.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Dalla crisi si uscirà con il mercato (e qualcuno lo sta già facendo)”

  1. Gionata Pacor scrive:

    Faraci dovrebbe fare l’editorialista su di un grande quotidiano.

  2. Giovanni scrive:

    Di certo non sarà l’Italia con FLI a uscire dalla presente crisi con il mercato: le poche esternazioni di Fini in argomento sono per ulteriore tasse e spese. Con tanti auguri al liberismo di Della Vedova!

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