Analisi del Fini oeconomicus, pensiero in via di evoluzione

di PIERCAMILLO FALASCA – E sull’economia, cosa dice Fini? E’ questa una domanda ricorrente e inevitabile: sul versante economico il leader di FLI non sembrava finora aver messo a fuoco una visione robusta, come ha invece da tempo scelto di fare sui diritti civili e sulla laicità, sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione o in materia di politica estera.

Già a Mirabello, in verità, Fini aveva iniziato ad evocare alcuni importanti concetti ‘riformatori’: da un nuovo welfare delle opportunità (con lo scambio tra generazioni: in pensione più tardi per finanziare gli ammortizzatori sociali dei giovani) ad un richiamo ad una politica economica che consenta al paese di ritrovare il sentiero della crescita, passando per le liberalizzazioni, le privatizzazioni (in primis quella della Rai) e una tassazione più leggera. Nel discorso di Bastia Umbra il presidente della Camera si è spinto oggettivamente oltre.Parlando esplicitamente di salari legati alla produttività e di una flessibilità che va meglio remunerata, ha affrontato la questione salariale meglio di quanto la politica italiana faccia di solito (condizionata a sinistra dal mito della precarietà e a destra da quello del cuneo fiscale). Riconoscendo che “il federalismo fiscale è competitivo o non è”, e lanciando esplicitamente l’idea di una fiscalità di vantaggio per il Sud da negoziare e far accettare all’Europa, ha rimodulato la questione meridionale, scacciando il fantasma del meridionalismo straccione. Ancora, nel rivolgersi alla platea di Bastia Umbra, il già ‘co-fondatore’ ha enfatizzato la necessità di una riqualificazione dell’intervento pubblico – più ricerca di base, più risorse alle forze dell’ordine e all’università –  che non si traduca in “spesa allargata”.

Il liberal-berlusconiano ‘meno tasse per tutti’ non è nelle corde e nei toni di Fini. Ha evidenti ritrosie a contrapporre il contribuente e lo Stato, laddove Berlusconi ha storicamente saputo meglio di chiunque altro prendere le parti di lavoratori e imprese, scaldandone i cuori, contro la rapacità dell’erario (che però è rimasta tale). Fini non dice mai “pagare tutti per pagare meno”, un’espressione abusata e vetusta, oltre che tecnicamente sbagliata, eppure sembra spesso sul punto di farlo, soprattutto quando contrappone retoricamente la categoria dei “fessi” che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo e quella dei “furbi” che non le pagano. E’ innegabile che la dicotomia esista nella realtà italiana, ma è altrettanto vero che l’emergenza fiscale italiana non è figlia dell’evasione (in parte è dimostrabile il contrario), quanto dell’eccesso di spesa pubblica. E finché non lo dirà, Fini catturerà forse l’attenzione ma non necessariamente il consenso di quella porzione rilevante di opinione pubblica moderata che proprio sulla issue fiscale ha scelto negli anni il centrodestra. Nel Manifesto per l’Italia si chiede un “fisco più equo”, occorrerebbe emendare il testo per sostituire l’aggettivo usato con “leggero”.

Sono riecheggiati, nelle parole del presidente della Camera, alcuni argomenti retorici di ‘frontiera’: l’omaggio ad Internet e alla necessità di investire nello sviluppo della Rete e nella conoscenza, l’invito al governo a puntare sulla ricerca di base, ma anche la sfida al declino economico, considerandolo possibile, ma non inevitabile. In un Paese in cui la politica pare avere prospettive settimanali, alzare lo sguardo oltre l’orizzonte è un esercizio virtuoso. Da una luce ad un’ombra: fa storcere il naso la contrapposizione finiana ( e molto tremontiana) tra economia reale ed economia finanziaria, tra ‘lavoro’ e ‘speculazione’. Scorrendo le pagine del primo capitolo de “Il futuro della libertà”, il libro ai ventenni che il presidente della Camera ha pubblicato lo scorso anno, si trova un riferimento ai cattivi incentivi pubblici che hanno drogato il sistema finanziario internazionale nel decennio passato (e che sembrano repentinamente tornati alla ribalta): sarebbe positivo se fosse questo il senso della critica finiana, lo sarebbe meno se essa fosse il frutto di una vetusta diffidenza nei confronti della finanza. Allo sciame culturale che ronza intorno al leader di FLI il compito di chiarirgli, forse, le idee.

Come già a Mirabello, anche a Bastia Umbra Fini è tornato sul concetto di “alleanza tra capitale e lavoro”,  per superare gli steccati del Novecento. E’ un argomento buono per differenziarsi da una sinistra – vedi Vendola – ancora tentata da una decodificazione marxista dell’economia, ma è opportuno non tradurlo in proposte da capitalismo “neo-renano”. Sempre in tema: le aspettative finiane sui possibili risultati degli “Stati generali dell’economia” sono eccessive (la storia ormai fallimentare della concertazione tra le parti sociali dovrebbe smorzare gli entusiasmi), ma a Fini non è sfuggito come gli attori economici siano spesso più avanti della politica, tanto che l’assenza di quest’ultima non ha impedito (e forse – aggiunge chi scrive – ha favorito) il raggiungimento del patto sociale tra Confindustria e sindacati,compresa la Cgil, su di un pacchetto di riforme per la crescita. Dopo averlo criticato, e non senza qualche ragione, forse è bene che Fini inviti Sergio Marchionne a pranzo e con lui discuta del modello di relazioni industriali di cui l’Italia farebbe bene a dotarsi nel prossimo futuro.

Di una maggiore tassazione del risparmio – le famigerate rendite finanziarie – proposta di recente per finanziare la riforma dell’università, a Perugia non c’è stata traccia, così come il tema non è entrato nel pacchetto di emendamenti di Futuro e Libertà alla Finanziaria. Fini sa ascoltare. E sa cambiare idea.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

32 Responses to “Analisi del Fini oeconomicus, pensiero in via di evoluzione”

  1. Bene Piercamillo, oggi non voglio polemizzare però vorrei porre alla tua attenzione, nonchè di tutti i lettori, alcune piccole osservazioni: 1) fiscalità di vantaggio per il sud: d’accordo, possiamo anche creare una “no tax area”, a condizione tuttavia di AZZERARE i trasferimenti statali. Fini la intende in questo senso? Non ne sono troppo convinto… in caso contrario, sarebbe il solito assistenzialismo; 2) non c’è una parola, nemmeno una, sul tema dell’energia (o forse mi sbaglio?): come la mettiamo? Che mi dice il buon Gianfranco sul tema nucleare, che con lentezza tutta italiana sta comunque cominciando a muoversi? 3) Ma questi obiettivi pensa di raggiungerli facendo cadere il governo? Berlusconi avrà anche molte responsabilità, ma credo che oggi sia fondamentale portare in porto quelle (poche) riforme avviate. Io credo, e continuo a pensare, che a GF l’economia proprio non interessi, tanto che il suo “manifesto” è basato in maniera preponderante sui temi a lui cari (immigrazione, laicità, ecc.).
    Pronto a ricredermi, ma in questo momento non avrebbe il mio voto.

  2. Giuseppe Rollo scrive:

    Potrebbe dire: “pagare meno per pagare tutti”!

  3. Adriano Teso scrive:

    Come sappiamo, a Fini non palpita il cuore quando gli si parla di economia, come invece accade quando parla di governabilità e di sociale. Temi altrettanto importanti , ma , come diceva Aristotele, ” Primum vivere, deinde philosophari “. Sapendolo anche lui, sa ascoltare e credo concordare.

    Ha qualche ottimo consigliere storico, come Baldassarri, ed altri ne può raccogliere. Proprio recentemente gli ho suggerito di costituire un piccolo “ Comitato per lo Sviluppo Economico” , composto da non più di dieci persone , fra i quali almeno un economista, un economista di impresa, un industriale , un sindacalista ed un banchiere, veramente interessati solo allo sviluppo nazionale. Ed io mi sono messo, come per tutte le cose di questo genere, a completa disposizione.

    Anche io sono particolarmente interessato a chiarire alcune ambiguità sulle doppie tassazioni finanziarie, sulla cogestione aziendale, sulla equiparazione al matrimonio dele coppie di fatto, che inevitabilmente inciderebbe sui delicatissimi diritti successori per una impresa, sulle problematiche economiche dell’immigrazione e dei relativi trasferimenti finanziari all’estero, sula tempificazione e quantificazione dei trasferimenti alle aree insufficientemente sviluppate ed alla cessazione dei non pochi previlegi inutili ad alcune aree ormai sviluppatissime. Su questi punti qualche dubbio sulle sue intenzioni è legittimo , e incompatibile con le posizioni liberali.

    Ma anche io so che sa ascoltare, verificare e gestire in modo collegiale, se se ne è convinto. In generale la dichiarazione di voto di Bocchino del 29 settembre erano piene di punti condivisibili. Ma altre non erano cosi puntuali da fornire certezze sul FLI pensiero. Credo che sia doveroso non dare deleghe in bianco su temi così essenziali per lo sviluppo. Occorre verificare e concordare con certezza.

  4. LC scrive:

    Quanto alla fiscalità agevolata per il sud, di fatto già c’è: basta guardare (dati delle Entrate alla mano) le imposte che (non) pagano per capire che, tagliando le aliquote radicalmente ed attuando una seria lotta all’evasione (da Roma in giù, e non da Firenze in su come solitamente avviene), per i conti pubblici poco cambierebbe. Solo che è difficile immaginare come ciò possa avvenire senza schierare l’esercito a difesa dei funzionari delle Entrate, dato che lì davvero a guardare le statistiche vien da pensare che ci sono pochi “poveri fessi” che pagano e parecchi furbi che nulla versano allo Stato.
    La tassazione più leggera è però pura propaganda: in una crisi mondiale del debito, tagliare le tasse si può se e solo se si hanno i conti a posto. Con il debito da ripagare che ha l’Italia, per tagliare le tasse bisogna tagliare di importo almeno pari la spesa pubblica (e su quali voci di spesa tagliare, sinceramente Fini non dice niente. Forse perché non osa dire che i tagli di spesa devono essere alla voce “personale”, quindi meno dipendenti pubblici, molti dei quali suoi storici elettori? Compreso un ridimensionamento del personale in forza all’Istruzione?)
    Se vuole essere credibile, prima dica dove trovare le risorse, poi dica quali tasse tagliare.
    Per inciso, in tema di tasse Fini ha già detto una bella stupidata (per essere gentili), parlando di tassazione “delle rendite”: anzitutto, usando un termine ed un tono che denota disprezzo per il profitto di capitale (come se un mondo dove si guadagna dal capitale anziché dal lavoro fosse brutto…… contento lui…. ah già ma lui tanto non lavora); in secondo luogo, la tassazione dei redditi di capitale non è la sola cedolare del 12,5%, c’è anche il 27%, i redditi che vanno in dichiarazione e quindi soggetti ad Irpef, e per la parte proveniente da azioni/strumenti di capitale di rischio sconta anche Ires e Irap. Tanto che, mettendo tutto insieme, dalle tabelle Eurostat risulta che la tassazione dei redditi da capitale in Italia è in linea con gli altri Paesi europei; per una volta, siamo di poco (ma molto poco) sotto la media: la proposta di Fini ci farebbe balzare ampiamente ai vertici, e colpirebbe soprattutto i patrimoni medio-piccoli. I grandi patrimoni sono tutti intestati a società (chieda riscontro all’amico Montezemolo, che tra l’altro, per non smentire la prassi del parlare a sinistra col portafoglio a destra, i propri risparmi li ha piazzati in Lussemburgo), e come tali quindi difficilmente soggetti all’aliquota del 12,5% (verosimilmente, prendono dividendi che vanno in dichiarazione dei redditi per il 49% e rotti del loro importo, se e solo se vengono distribuiti ai soci). D’altronde, un miliardario che non intestasse i propri beni a società sarebbe da interdire, allo stato attuale (in effetti lo fanno tutti, quindi non devono essere troppo scemi questi miliardari), e se si vuole intaccare le grandi rendite (obiettivo per carità legittimo, purché uno lo dichiari apertamente spiegandoci il perché sarebbe giusto farlo) non è l’aliquota della cedolare la questione da affrontare, ma le fittizie intestazioni societarie ed i fringe-benefit mai dichiarati né quindi tassati.
    Ma siccome Fini pare interessato a compiacere Confindustria, l’argomento rimarrà tabù; e, detto tra noi, essere amici di Confindustria e perseguire politiche economiche liberali è un ossimoro che, dopo decenni di subalternità della politica alle grandi aziende ed ai grandi sindacati (con sbilanciamento pro uno o l’altro a seconda delle momentanee convenienze), e lo stato attuale dell’economia italiana, dovrebbe essere evidente alle persone di buonsenso.
    Quanto al mercato del lavoro, Fini non ha il coraggio di dire dove sta il problema: è vero, i precari sono sottopagati, è vero, la produttività non è premiata, ma il nocciolo della questione è che in Italia esiste un sistema per cui una volta assunti si può essere licenziati solo se l’azienda sta per fallire, o se si rubano i soldi dalla cassa (e, forse, neanche in quei casi); e siccome a queste condizioni le aziende sono, stranamente, poco propense ad assumere, date le rapidissime dinamiche dei mercati che impongono continui aggiustamenti della struttura produttiva (e, quindi, anche del personale), ci sono pochissimi posti per una moltitudine di candidati. In effetti, una certa meritocrazia c’é: chi sopravvive ad anni di stage, tirocini, contratti a termine sottopagati, dimostrando che, forse, assumerlo non è una così cattiva idea, allora ottiene l’agognato posto fisso con contratto a tempo indeterminato.
    Ma dire che il problema sono gli stage sottopagati significa non voler vedere il cuore del problema: l’eccessiva onerosità per chi vuole assumere del contratto a tempo indeterminato. È l’impossibilità di licenziare che impedisce di assumere, il resto è solo questione di contorno.
    Se poi parliamo dei praticantati professionali, basterebbe una riforma semplice: introdurre nel diritto del lavoro una formula obbligatoria per l’inquadramento dell’iscritto all’albo dei praticanti, che preveda un obbligo di retribuzione.
    Certo, tutto questo uno potrebbe saperlo se, a differenza di Fini, avesse anche solo la minima conoscenza di come funziona il mondo reale della piccola e media impresa italiana, ma d’altronde l’esperienza del mondo reale, citando Manzoni, uno non se la può dare.
    Poi invece che andare a pranzo con Marchionne (che, sinceramente, per quanto bravo è pur sempre a capo di un’azienda che non è né rappresentativa della realtà economica italiana né simbolo storico di un’efficiente e sana gestione imprenditoriale), forse farebbe bene ad incontrare quelle centinaia di piccoli imprenditori che, in Lombardia e Veneto, producono ed esportano in tutto il mondo, competendo con le aziende tedesche pressoché alla pari, nonostante le maggiori tasse, le peggiori infrastrutture, la più invasiva burocrazia con cui, quotidianamente, sono costrette a combattere. E che nonostante tutto, tra parentesi, pagano le tasse con un tasso di onestà che, per la Lombardia, è tra i primi al mondo, e per il Veneto solo di poco peggiore. Potrebbe provare a chiedere se e quanto investono in innovazione, se e quanto investono per far crescere la propria azienda, e soprattutto se non lo fanno perché non lo fanno. Potrebbe scoprire cose interessanti, molte di più di quelle che Marchionne gli potrebbe dire.
    E soprattutto scoprire che essere pro-economic freedom non coincide necessariamente con l’essere pro-large corporations.

  5. enzo51 scrive:

    “Fisco più equo,guindi più giusto”!;non sostituire ma aggiungere.

    @ Iuretich: GF sta per Gianfranco Fini o Grande Fratello?

    Amici,anche se li Gianfry potrebbe risultare un pò indigesto per le troppe “cazzate” che ha fatto,credetemi:è l’unico che ,nell’attuale panorama politico,potrebbe salvare ancora questo sciagurato paese!

    Non deve interessare più di tanto da dove proviene,l’importante è sapere dove vuole arrivare e con quale squadra!

  6. enzo51 scrive:

    errata corrige “Fisco più equo,quindi più leggero”

  7. Pietro M. scrive:

    Fermo restando che Libertiamo ha sicuramente un effetto positivo sul pensiero di Fini, anch’io come LC mi chiedo se esista un piano per tagliare la spesa.

    Il liberalismo non è mai stato per il deficit alle stelle, questa fu una mutazione genetica legata al fatto che Reagan fallì nel tagliare la spesa pubblica e dunque creò un buco nero nei bilanci degli USA.

    Se vogliamo tagliare le tasse, occorre tagliare le spese. Fini nel suo discorso pare abbia criticato i tagli di Tremonti perché colpivano tutti indiscriminatamente, ma vorrei sapere se propone dei tagli discriminanti… meno dipendenti pubblici, meno sovvenzioni al Sud, abolizione delle Province, vendita del patrimonio immobiliare e mobiliare dello Stato, semplificazione della burocrazia?

    Purtroppo in politica parlare di tagliare le tasse fa prendere voti, e parlare di tagli alla spesa li fa perdere. Colpa dell’irrazionalità di elettori incapaci di capire un vincolo di bilancio intertemporale, e colpa di una politica che tende a nascondere i costi per prendere in giro o ancor peggio truffare il cittadino.

    La riforma delle pensioni è probabilmente da considerare un modo per tagliare la spesa, ed è sicuramente un passo necessario. Serve ora un piano per tagliare il resto, altrimenti i conti esploderanno, o l’economia soffocherà.

    Se l’Italia deve cambiare, anche questo deve cambiare: non si può promettere una cosa solo perché fa prendere voti, e nascondere i costi reali. Parlare di tasse e non di spesa non ha senso.

    Io temo che sarà difficile per chi viene da un partito di dipendenti pubblici accettare che è lì che bisognerà tagliare. D’altra parte è indubbio che Fini – salvo la ritrattata boutade sulla tassazione delle rendite finanziarie – sta parlando di cose importanti, purtroppo soprattutto in campo non-economico, e grazie a Libertiamo un po’ anche in campo economico.

  8. Parnaso scrive:

    Per privatizzare la Rai si intende appaltare un contratto di € 6 milioni di euro ad una società costituita dalla suocera 3 mesi prima che non ha tutte le abilitazioni e le licenze a realizzare il programma oggetto del contratto? Certo è il malcostume di politici e uomini in gonnella (leggi vescovi) piazzare uomini di riferimento nel carrozzone della Rai, ma questo rende Fini come gli altri politici, non un diverso.
    Per quanto riguarda il fisco, facendo il commercialista a Milano ed essendo originario del sud Italia, mi sento di dire: adesso basta Sud: di tutti i soldi che sono stati dati al sud nei miei primi 20 anni di vita (1976-1996) almeno nella mia provincia (Ragusa) non ho visto nulla di meritevole e memorabile eccetto un ospedale costruito in 20 anni e che si appresta a chiudere perchè si preferisce portare i propri cari negli ospedali dei paesi vicini piuttosto che farli uscire morti da quella struttura cui manca il capitale umano, tutto raccomandato dai politici locali. Soldi al sud, come direbbe Totò..ma mi faccia il piacere! Quant’anche il federalismo significasse che le imposte pagate rimangano nei luoghi di produzione del reddito, io mi acconterei perchè in Italia è impossibile, con questo sitema parlamentare, volare alto.

  9. Tudap scrive:

    Propongo Adriano Teso prossimo Ministro dello Sviluppo Economico! ;-)

  10. Serenella Tozzi scrive:

    Non mi pare che nell’articolo si sia menzionata la riforma della giustizia: la divisione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati.
    Da un po’ di tempo non se ne parla più, come mai?

  11. Marianna Mascioletti scrive:

    Ehm…azzardo una risposta… non si parla di giustizia nell’articolo perché l’articolo (fin dal titolo) riguarda l’economia?

  12. Piero Sampiero scrive:

    Il fisco più equo è il fisco più leggero.
    Ma va accompagnato dalla lotta all’elusione e dalla pareggio del bilancio
    Richiamo le proposte di Antonio Martino (il quale non capisco perché continui ancora a rimanere nel pdl, visto il trattamento subito in tutti questi anni): aliquota unica al 20% ed abolizione delle ‘scorciatoie’ che consentono di prendere in giro i contribuenti” fessi”.
    Di fronte al 43% di prelievo, ai danni del contribuente normale, cioè di chi è obbligato a pagare, ci sono aliquote del 14% che favoriscono società e grandi imprese, come ha messo in luce da tempo Oscar Giannino, le quali non pare si preoccupino molto d’investire per la crescita in virtù dei vantaggi conseguiti…

  13. Joe scrive:

    “Antonio Martino (il quale non capisco perché continui ancora a rimanere nel pdl, visto il trattamento subito in tutti questi anni)”. Se fai uno sforzetto scommetto che ci arrivi. Coraggio

  14. Max Vassura scrive:

    Che un SOCIALISTA come Fini sia in grado di risolvere i problemi di questo paese con uno scatto in avanti liberista mi sembra paragonabile ad accettare senza incazzarsi, che un tizio che e’ stato in 60 anni governatore della banca d’italia, presidente del consiglio, presidente della repubblica abbia il coraggio e la mancanza di pudore di scrivere un libro sull’italia che e’ diversa da quella che voleva. Ma lui dov’era ?
    E Fini dov’e’ oggi ?

    Inoltre : oltre ai fantastici artigiani italiani, perche’ TUTTI sistematicamente si dimenticano dei professionisti nelle loro visioni riformatrici ?

  15. Piero Sampiero scrive:

    No Joe, non sono bravo come te. Dillo tu.

  16. Joe scrive:

    Come vuoi: perchè che il tasso di liberismo di FLI sia maggiore di quello del PDL è una cosa in cui vuoi legittiamamente credere, non un dato di fatto. Sarà che Martino conosce Fini più da vicino e da più tempo rispetto a me e a te, che ti devo dire

  17. oppure jo, a vederla in un modo diverso, per sentimentalismo, nostalgia, amicizia con Berlusconi o semplicemente interessi personali?
    e poi fa ridere che si continui a dire solo liberismo… e il liberalismo dove l’avete lasciato?
    cmq tranquilli, l’ultima uscita made in PDL: tassare i single e i gay

  18. Gianni scrive:

    Behhh…per la serie fisco piu’ equo, oggi il duo Fini-D’Alema ha appena proposto a Asolo una bella tassa di scopo per le “classi medio-alte” e il raddoppio delle tasse sui risprmi. Sono nauseato

    PS
    Qualcuno mi puo’ spiegare perchè chi vive di rendita come i politici che vivono del nostro lavoro si ostina a chiamare rendite i nostri sudati risprmi?
    Grazie

  19. Piercamillo Falasca scrive:

    Joe: sará che Martino non ha voglia di costruire un percorso nuovo, é legittimamente stanco. Il tasso di liberalismo di Fini sará magari più basso del tuo, ma dentro FLI sto vedendo un afflato liberale che il PdL non ha mai avuto…

  20. Joe scrive:

    Il tasso di liberalismo di Fini è senz’altro molto più basso del mio, ma questo non conta. Se tu vedi l’afflato per carità, ma le tesi sono fatte per essere discusse e io discuto le dichiarazioni, i comportamenti politici, presenti e passati, le proposte – quelle irrinunciabili che stiamo vedendo in commissione Bilancio e quelle che invece si possono fare e poi lasciar affondare, ecc. Ho toccato un punto sensibile, vedo. Il fatto è che Martino non è morto e nessuno se ne può appropriare, mentre, perdona la malizia, a me pare che venga richiamato da queste parti molto spesso senza ricordare un fatto: è stato molto corteggiato, con tanto di lettera di Fini, e ha detto no.

  21. Serenella Tozzi scrive:

    Chiedo scusa, la voglia di parlare di giustizia ha prevalso.

  22. Il mio dubbio è che Fini usi gli argomenti liberisti come specchietto per le allodole: insomma, visto gli atti passati di Fini (salvataggio Alitalia nel governo Berlusconi 2001-2006, Siniscalco al posto di Tremonti, etc. ), quali sono gli elementi per cui il Baldassarri (per esempio) di turno non venga messo da parte, così come successo ad Antonio Martino?

    Solo perchè la percentuale di liberisti è maggiore in FLI rispetto il PDL? In questo caso però FLI non ha i numeri per poter dare un’impronta liberista a possibili governi: in questo caso che farebbe? Allearsi con socialisti e ex-democristiani? E che differenza ci sarebbe con il PdL?

    A me sinceramente sembra una strada che porta ad una destinazione diversa dall’indicazione stradale :(

  23. Filippo Santore scrive:

    Standing ovation a LC.

    Sul mio blog ho recentemente scritto, male e con molta approssimazione, un articolo intitolato “La mancata rivoluzione liberale”: il concetto alla base è lo stesso.

    Qui scommettete sulla mutazione liberale di Fini. Il che può anche essere vero.

    Il problema è che a ribaltone effettuato il nuovo governo dovrà fare atti concreti. Atti digeribili dalla nuova maggioranza e dalla base elettorale che la sostiene. E FLI, in posizione di estrema debolezza, dovrà trovare un compromesso con UDC, IDV e PD.

    Qualcuno crede che:

    1. la proposta di tassare le rendite finanziarie non salterà fuori?

    2. Fini ci metterà il veto a rischio di complicare la già difficile esistenza del governo tecnico?

  24. Luca scrive:

    Ma anche mettesse Baldasarri… cosa pensate, che sia un liberale? Uno della scuola di Modigliani? Vi piace illudervi.

  25. Joe scrive:

    ADDENDUM: Ieri sera da Vespa Urso ha detto di aver letto sul Corriere una bozza della riforma fiscale (che comunque non si farà) in cui era previsto, parole di Urso, l’abbassamento dell’aliquota più alta. E Urso ha obbiettato: no, così non va bene, per noi le tasse vanno tagliate al “ceto medio impoverito”. E la domanda è: ma di che stiamo parlando?

  26. Anzitutto i complimenti, che spesso molti dimenticano di fare: l’articolo mi è piaciuto e mi è sembrato esaustivo, complimenti! :)

    Passando ai commenti, mi chiedo perchè non appena ci si azzarda a dire che Fini sta assumendo lentamente posizioni liberiste-liberali, subito si smorza il tutto. E il bello è che lo si fa partendo dalle barricate del PDL, dove il liberalismo è morto – anzi, non è mai nato!
    Insomma, mi sembra di sentire il bue che dice cornuto all’asino, per dirla in termini molto popolari. :)

    Da liberale – quindi non necessariamente da “finiano” – apprezzo che ci siano nuovi incentivi al pensiero liberale nel panorama politico, e non mi faccio troppi problemi alambiccando sul loro reale peso: visto che nessuno, mai, ha avanzato proposte pienamente liberali, trovare qualcuno con un tasso di liberalismo – magari non altissimo, ma comunque presente – mi riempie di gioia. Mi fa sperare. Viceversa, buona parte degli scettici preferisce lagnarsi, come se venisse da vent’anni di riformismo, rivoluzione liberale e crescita economica.

    Sulla questione ANTONIO MARTINO, di cui si parla sempre più spesso, invito – senza false modestie – a dare un’occhiata a un mio articolo qui su Libertiamo, che parla proprio del professore. E, a margine, faccio una considerazione: le discussioni su Martino sono il frutto del disegno politico di SB, che irregimentò personaggi del vecchio PLI per darsi un lustro liberale – senza mai, di fatto, agire da liberale. Ancora oggi, evidentemente, tutto ciò funziona; il PDL non adotta mai provvedimenti liberali, eppure agli occhi dei berluscones la sola presenza di Martino, e il suo diniego a FLI, sono garanzia di liberalismo nel centrodestra italico.

  27. @Luca

    Anche Mario Draghi viene dalla scuola di Baldassarri: mettere nello calderone Draghi, Baldassarri e i vari keynesiani che hanno fatto sballare i conti pubblici è almeno ingeneroso.

    @Francesco D’Amario
    “Fini sta assumendo lentamente posizioni liberiste-liberali, subito si smorza il tutto.”
    “le discussioni su Martino sono il frutto del disegno politico di SB, che irregimentò personaggi del vecchio PLI per darsi un lustro liberale – senza mai, di fatto, agire da liberale”

    Il punto è proprio questo (almeno per me): cosa assicura che anche quello di Fini (o dei dirigenti del FLI: non voglio buttarla sulla persona) non sia un escamotage come quello di Berlusconi con Martino?
    Da quello che ho capito, posizioni veramente liberiste non sono portate avanti dai “piani alti” e la storia degli interventi passati (Alitalia, pubblico impiego, etc) non offre appigli per esssere molto speranzosi.

    Senza polemica sulle persone, ripeto

  28. Luca scrive:

    Baldassarri è quello della finanziaria alternativa che prevedeva: più spesa pubblica finanziata con tagli alla spesa per acuisti di beni e servizi (centralizzandone la gestione per avere sconti) e recupero dell’evasione. Più o meno la copertura proposta ogni anno negli ultimi 50 anni, di cui possiamo apprezzare gli ottimi risultati. Sì, in quel calderone ci sta benissimo.

  29. vittorio scrive:

    Ma ci vuole poi tanto a capirlo? A Fini il liberismo interessa meno di una pipa di tabacco. Fini e Della Vedova sono dispostissimi a governare col PD in spregio sia del programma di centro destra (che escludeva in ogni caso l’aumento delle imposte) e in spregio degli elettori. Il mio voto ha contribuito ad eleggere Della Vedova e Fini dopo una campagna elettorale fatta quasi esclusivamente da Berlusconi e da Bossi. E adesso dopo aver frignato fino adesso su ogni pretestuosa questione possibile vogliono mettersi a governare con la sinistra che già dice di voler aumentare le tasse sul risparmio? Ma chi credete di prendere in giro? Se Della Vedova pretende ancora di essere liberista, allora io posso pretendere di essere un dirigibile. Se i finiani vogliono trasformarsi nei gregari degli ex comunisti almeno dovrebbero avere la decenza di affrontare il voto prima. Ma questi la decenza non sanno neppure cosa sia.

  30. Giovanni scrive:

    Per Falasca
    Ma ha letto l’intervento di Fini “Questa è la ricetta economica
    di Futuro e libertà” dell 11 Novembre scorso?
    E cosa c’è di economico prima ancora di liberale? E’ solo un chiaro esempio di cerchiobottismo proto-DC
    Qualsiasi liberale che si accodi a FLI mi sa che lo fa solo per qualche interesse personale

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