di PIERCAMILLO FALASCA – E sull’economia, cosa dice Fini? E’ questa una domanda ricorrente e inevitabile: sul versante economico il leader di FLI non sembrava finora aver messo a fuoco una visione robusta, come ha invece da tempo scelto di fare sui diritti civili e sulla laicità, sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione o in materia di politica estera.

Già a Mirabello, in verità, Fini aveva iniziato ad evocare alcuni importanti concetti ‘riformatori’: da un nuovo welfare delle opportunità (con lo scambio tra generazioni: in pensione più tardi per finanziare gli ammortizzatori sociali dei giovani) ad un richiamo ad una politica economica che consenta al paese di ritrovare il sentiero della crescita, passando per le liberalizzazioni, le privatizzazioni (in primis quella della Rai) e una tassazione più leggera. Nel discorso di Bastia Umbra il presidente della Camera si è spinto oggettivamente oltre.Parlando esplicitamente di salari legati alla produttività e di una flessibilità che va meglio remunerata, ha affrontato la questione salariale meglio di quanto la politica italiana faccia di solito (condizionata a sinistra dal mito della precarietà e a destra da quello del cuneo fiscale). Riconoscendo che “il federalismo fiscale è competitivo o non è”, e lanciando esplicitamente l’idea di una fiscalità di vantaggio per il Sud da negoziare e far accettare all’Europa, ha rimodulato la questione meridionale, scacciando il fantasma del meridionalismo straccione. Ancora, nel rivolgersi alla platea di Bastia Umbra, il già ‘co-fondatore’ ha enfatizzato la necessità di una riqualificazione dell’intervento pubblico – più ricerca di base, più risorse alle forze dell’ordine e all’università –  che non si traduca in “spesa allargata”.

Il liberal-berlusconiano ‘meno tasse per tutti’ non è nelle corde e nei toni di Fini. Ha evidenti ritrosie a contrapporre il contribuente e lo Stato, laddove Berlusconi ha storicamente saputo meglio di chiunque altro prendere le parti di lavoratori e imprese, scaldandone i cuori, contro la rapacità dell’erario (che però è rimasta tale). Fini non dice mai “pagare tutti per pagare meno”, un’espressione abusata e vetusta, oltre che tecnicamente sbagliata, eppure sembra spesso sul punto di farlo, soprattutto quando contrappone retoricamente la categoria dei “fessi” che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo e quella dei “furbi” che non le pagano. E’ innegabile che la dicotomia esista nella realtà italiana, ma è altrettanto vero che l’emergenza fiscale italiana non è figlia dell’evasione (in parte è dimostrabile il contrario), quanto dell’eccesso di spesa pubblica. E finché non lo dirà, Fini catturerà forse l’attenzione ma non necessariamente il consenso di quella porzione rilevante di opinione pubblica moderata che proprio sulla issue fiscale ha scelto negli anni il centrodestra. Nel Manifesto per l’Italia si chiede un “fisco più equo”, occorrerebbe emendare il testo per sostituire l’aggettivo usato con “leggero”.

Sono riecheggiati, nelle parole del presidente della Camera, alcuni argomenti retorici di ‘frontiera’: l’omaggio ad Internet e alla necessità di investire nello sviluppo della Rete e nella conoscenza, l’invito al governo a puntare sulla ricerca di base, ma anche la sfida al declino economico, considerandolo possibile, ma non inevitabile. In un Paese in cui la politica pare avere prospettive settimanali, alzare lo sguardo oltre l’orizzonte è un esercizio virtuoso. Da una luce ad un’ombra: fa storcere il naso la contrapposizione finiana ( e molto tremontiana) tra economia reale ed economia finanziaria, tra ‘lavoro’ e ‘speculazione’. Scorrendo le pagine del primo capitolo de “Il futuro della libertà”, il libro ai ventenni che il presidente della Camera ha pubblicato lo scorso anno, si trova un riferimento ai cattivi incentivi pubblici che hanno drogato il sistema finanziario internazionale nel decennio passato (e che sembrano repentinamente tornati alla ribalta): sarebbe positivo se fosse questo il senso della critica finiana, lo sarebbe meno se essa fosse il frutto di una vetusta diffidenza nei confronti della finanza. Allo sciame culturale che ronza intorno al leader di FLI il compito di chiarirgli, forse, le idee.

Come già a Mirabello, anche a Bastia Umbra Fini è tornato sul concetto di “alleanza tra capitale e lavoro”,  per superare gli steccati del Novecento. E’ un argomento buono per differenziarsi da una sinistra – vedi Vendola – ancora tentata da una decodificazione marxista dell’economia, ma è opportuno non tradurlo in proposte da capitalismo “neo-renano”. Sempre in tema: le aspettative finiane sui possibili risultati degli “Stati generali dell’economia” sono eccessive (la storia ormai fallimentare della concertazione tra le parti sociali dovrebbe smorzare gli entusiasmi), ma a Fini non è sfuggito come gli attori economici siano spesso più avanti della politica, tanto che l’assenza di quest’ultima non ha impedito (e forse – aggiunge chi scrive – ha favorito) il raggiungimento del patto sociale tra Confindustria e sindacati,compresa la Cgil, su di un pacchetto di riforme per la crescita. Dopo averlo criticato, e non senza qualche ragione, forse è bene che Fini inviti Sergio Marchionne a pranzo e con lui discuta del modello di relazioni industriali di cui l’Italia farebbe bene a dotarsi nel prossimo futuro.

Di una maggiore tassazione del risparmio – le famigerate rendite finanziarie – proposta di recente per finanziare la riforma dell’università, a Perugia non c’è stata traccia, così come il tema non è entrato nel pacchetto di emendamenti di Futuro e Libertà alla Finanziaria. Fini sa ascoltare. E sa cambiare idea.