di SIMONA BONFANTE – Quando ha citato Pierluigi Battista e Alessandro Campi ho avuto l’impressione di essere stata intercettata nelle mie quotidiane conversazioni multimediali degli ultimi – tipo – sei mesi. Ho pensato: incredibile, qualcuno deve avergli trascritto la mia lista di doglianze per il silenzio riservato alle questioni pubblicamente poste dal libertario del Corriere e dal politologo farefuturista. Lo ha detto chiaramente pure lui, d’altra parte: mi chiedono di fare chiarezza. Ebbene, signori, non mi sottraggo.

Diciamolo: c’eravamo un po’ stufati di sentirci ribadire le buone ragioni della rottura, ma non ancora argomentare quelle della nuova costruzione. Ci era chiaro il perché di Fli, ma non ancora il cosa, non ancora il come. Ci aspettavamo che ciò avvenisse ad un paio di giorni dalla ruffianata distensiva berlusconiana?
No, non ce l’aspettavamo.

Non ci aspettavamo, francamente, neanche l’assalto frontale – il ritiro delle deleghe dei ‘governativi’ e, boom, la richiesta di dimissioni al Presidente del Consiglio. Quest’altra novità però non parla del cosa, ma semmai del come. Ci dice cioé che la tattica adesso è: alzare la posta politica, il tenore della competizione. Sfidare Berlusconi sui temi, allungare la gittata del discorso politico aldilà del recinto programmatico. Lo scenario è cambiato, la gerarchia di priorità pure. Non più complici. Semmai, competitor.
Rilancio inatteso e, certo, suggestivo, questo dell’altrimenti cautissimo leader di Futuro e Libertà. I giornali non parleranno d’altro, mentre noi proprio di altro ci occupiamo. Dei dubbi di Battista e Campi, per la precisione.

Il perché di Fli era stato ufficializzato a Mirabello. Il cosa ha cominciato ad essere tracciato ieri e ieri l’altro, nel padiglione di una fiera disposta lungo una non pittoresca direttrice autostradale umbra.
A Mirabello – non così amena località neanch’essa – c’era la destra. All’incontro perugino, l’embrione di Futuro e Libertà. A Mirabello, i cd coi discorsi di Almirante. A Bastia Umbra i libri di Antonio Martino e i nostri paper liberal-privatizzanti (prevenzione sanitaria, Ogm, Rai).
Alla festa settembrina, il Fini emotivamente ferito dall’affaire Montecarlo. Alla prima convenzione nazionale di Futuro e Libertà, il titolare del nome inscritto – tutto maiuscolo – nel simbolo di un partito ancora tutto da costruire.
Lì c’era la militanza – e che Filippo Rossi non ce ne voglia – qui la significanza. Che vuol dire? Che ho visto coi miei occhi il radicale libertario valtellinese Benedetto Della Vedova stoppato da motivatissimi militanti calabresi che gli dicono: “Della Vedova noi siamo qui per te”.

Sabato pomeriggio, Libertiamo ha organizzato al suo stand un incontro ‘sovversivo’ contro gli stage e i praticantati gratuiti.
C’era un sacco di gente. Gente di tutte le età. E c’era gente non necessariamente usa a bazzicare il lato liberale della luna. Della Vedova diceva: “guardate che noi siamo per la flessibilità del lavoro, per un mercato veramente libero. Siamo per la competizione”. “E – gli facevano eco Palma e Falasca – siamo per la valorizzazione del merito e della propensione al rischio”. “Ma non siamo per lo sfruttamento” – dicevamo tutti. E non lo siamo per ragioni etiche ed ancor più per ragioni economiche: sfruttare i cervelli non rende.

Nel suo intervento, Fini ha parlato di “patto generazionale”. Ne ha parlato, appunto, come di una priorità. A differenza del direttore Palma, non azzardiamo previsioni. Non ne abbiamo il fegato. Però una cosa la diciamo. Ci sembra proprio una gran buona idea che un partito chiamato Futuro e Libertà faccia della riforma del sistema sociale – welfare, pensioni, lavoro – il ‘suo’ tema. Che lo riempia di senso, precisandone l’orizzonte, i contorni, l’estensione. Che lo declini in un progetto, o meglio in un ombrello progettuale che ambisca a coprire l’intero – perdonatemi l’arbitrario sociologismo – ‘corpo’ sociale.

L’ambizione di Fini è fare di Futuro e Libertà un partito capace di rappacificare la politica con la dimensione extra-televisiva del reale. Ambizione perseguibile, presidente. Cominciamo subito occupandoci di quello stato di semi-schiavitù chiamato stage, spingiamo per la riforma dell’università, rilanciamo con la liberalizzazione delle professioni. Occupiamoci, insomma, dei diritti delle ‘persone di fatto’. Il resto – consenso compreso – verrà naturalmente da sé.