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Troppi candidati per “meriti privati”. La riforma elettorale è davvero necessaria

– È molto difficile cercare di svolgere una riflessione seria sulle recenti cronache “politiche”. È forte il rischio di reiterare lo stantio gioco delle opposte tifoserie.  Eppure anche dalla vicenda Ruby emerge un aspetto problematico di interesse generale: il ridotto grado di autonomia dei membri delle assemblee legislative causato dalla previa predeterminazione di una parte degli eletti. E a questo si aggiunge – come conseguenza diretta – il problema del rapporto puramente “privato” tra leader e eletti, che bypassano qualunque procedura di selezione pubblica, sia all’interno del partito di cui diventano, da un giorno all’altro, rappresentanti, sia al cospetto del corpo elettorale.

È, infatti, noto che le consultazioni elettorali non si svolgano completamente al buio e sia possibile formularne una previsione molto accurata, la quale può consentire – in presenza di determinati meccanismi elettorali (ad esempio a livello nazionale le liste bloccate e a quello regionale il listino) – di determinare, almeno in parte, a priori con un alto grado di probabilità gli eletti.

Ciò, di fatto, comporta il degrado del principio di separazione dei poteri, vera pietra angolare di un ordinamento autenticamente libero e democratico, in quanto il rappresentante (parlamentare o consigliere regionale) è consapevole che la sua elezione (e l’eventuale rielezione) è dipesa (o dipenderà) dalla scelta di chi predispone la lista (o il listino): in definitiva dal suo arbitrio.

Certo è vero che in linea di principio ciò potrebbe permettere la selezione dei migliori candidati, evitando le turbolenze delle preferenze e la lievitazione dei costi delle campagne elettorali, perchè

“non sempre l’arbitrio è rivolto al male, non sempre è espressione di intendimenti reazionari e ‘polizieschi’ in senso deteriore; c’è anche e lo si incontra più spesso di quel che generalmente non si creda nella storia, l’arbitrio “buono”, illuminato, progressivo. Ma la valutazione delle intenzioni e degli effetti rimane necessariamente soggettiva, quindi variabile, incerta: senza contare poi che l’arbitrio è un fenomeno contagioso. Malgrado tutto, il principio di legalità si rivela ancora il miglior presidio della libertà” (Crisafulli).

D’altronde, il caso in argomento sembra essere paradigmatico sia del fatto che i criteri di selezione dei rappresentanti non siano sempre ispirati all’interesse pubblico (ma ai più vari motivi privati: simpatia personale, gradimento estetico, legame parentale o affettivo, riconoscenza per l’opera svolta, retribuzione o progressione di carriera posti a carico del contribuente), sia per il sostanziale mandato imperativo (in senso atecnico) che lega il rappresentante al suo “benefattore”, con evidenti distonie sul corretto svolgimento delle prerogative istituzionali del rappresentante, anche quando non si giunga alla situazione estrema del comando al disbrigo di affari di carattere personale.

Allora, forse, sarebbe il caso di riflettere sulla necessità di revisionare i sistemi elettorali vigenti (a partire da quello del Parlamento nazionale, come ieri ha ricordato lo stesso Fini) per ridurre quanto più possibile il rischio di potenziali arbitrii in materia, nella convinzione che il grado di autonomia della rappresentanza politica sia (insieme all’indipendenza della magistratura) uno dei più idonei parametri per valutare lo stato di salute di un ordinamento democratico.

Quindi se “dal letame nascono i fiori”, anche dalla discutibile (sotto molteplici punti di vista) vicenda Ruby, il Paese, per il tramite delle forze parlamentari più responsabili, potrebbe finalmente acquisire consapevolezza della necessità di ridare effettività (e dignità) alla rappresentanza politica.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

One Response to “Troppi candidati per “meriti privati”. La riforma elettorale è davvero necessaria”

  1. Andrea D.C. scrive:

    Prof. Canale mi consenta un’umilissima postilla a latere.. :) La mia antica eperienza in politica (nonostante abbia solo 30 anni) mi suggerisce pensieri molto più pratici e molto meno “spirituali” di quelli che lei ha giustamete menzionato. Ho avuto ruoli nazionali nel Fronte, poi provinciali in AN inserendomi per merito di consenso in una civica amministrazione dove ho esercitato appieno la carica elettorale. Ho sempre notato che il meccanismo di selezione della classe dirigente avviene nei svariati modi che lei ha affermato e nel sistema democratico ,in generale, chi entra in meccanismi di rappresentanza di tipo nominale non è scelta per l’interesse ideale di cui è genuinamente portatore bensì per l’interesse materiale che rappresenta. E’ forse una stortura questa? Certamente si in quanto costoro rappresenteranno gli istinti più materiali della società, quindi rappresenteranno meno della media della società stessa. La politica dovrebbe innalzare i popoli educandoli ma si costeggerebbe il sottile confine tra stato etico e democrazia, tra elitarismo corporativo e caste romanocetriche. Trovare la sintesi tra queste due linee appare impresa ardua. Lo Stato etico di Gentiliana memoria ha dato all’Italia le menti più nobili: da Bottai ad Oriani passando dal “fascismo immenso e rosso” di Bombacci e Ruinas fino agli aeropoemi di Marinetti. A seguire “Il Primato”, “l’Architrave”, “Ventuno Domani” (oggi le chiameremmo Fondazioni culturali) nelle quali qualche tempo dopo anche Togliatti attingerà menti illustri. La democrazia di rappresentanza fino ad ora ha fallito in questa impresa. Se da un lato il meccanismo odierno assomiglia molto al meccanismo di elezione corporativa (nel senso tecnico del meccaismo elettorale) oggi non ci si preoccupa di nominare “elite” nelle liste bloccate. La responsabilità sono dei partiti, delle loro guide… vogliamo chiamarli leader perchè il termine aglofono è molto “politically correct”? Meglio non dire la parola latina altrimenti per colpa del semanticismo si viene tacciati di apologia.. Fini ieri ha parlato di “meduse e zattere”. Condivido pienamente: cerchiamo quantomeno di non accettare nel partito europarlamentari che le zattere (quelle vere) negli anni ’80 le hanno conosciute per approdare nei lidi cari ad Ulisse per non incorrere in quel turbinio conosciuto come la stagione di “mani pulite”. Altrimenti ci troveremo semplicemente a cambiare per fare in modo che nulla cambi.
    Andrea D.C.
    ex vicepresidente provinciale di AN.

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