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Le famiglie costano, i ‘family day’ no

– Il ministro Tremonti con i numeri è spesso implacabile. E come ad ogni ouverture su possibili proposte politiche coincide il suo sistematico niet, allo stesso modo, l’ analisi data dal ministero dell’economia sulle politiche di aiuto alla famiglia ci rivela una storia che non è quella della narrazione dei Family day dove al cheap talking di solito non segue l’azione concreta. Perché agire costa, scontenta e pretende impegni concreti.

Prendendo in considerazione la UE a 15, quanto alla spesa a sostegno della famiglia e della maternità in rapporto al PIL, l’Italia, con Spagna e Portogallo, guarda dal basso verso l’alto tutti gli altri Paesi. Certo, qualche antistatalista incallito potrebbe sostenere che la forza del modello mediterraneo di famiglia risiede proprio nell’assenza di una politica dello Stato, ma lasciamo da parte questo argomento per renderci almeno conto dei dati.

Secondo la “Relazione Generale sulla situazione economica del Paese 2009” redatta dal ministero dell’economia l’Italia è il fanalino di coda in Europa. 1,2% del PIL rispetto al 3,7% danese o al 3% svedese, al 2,5% francese o al 2,8% tedesco. Sostanzialmente un abisso. Già l’Eurispes aveva evidenziato negli anni precedenti l’insostenibilità di tale situazione. Qualche esempio? Secondo il noto istituto di ricerca se paragoniamo la situazione italiana a quella francese o a quella tedesca ci si accorge della pochezza delle detrazioni fiscali in vigore nel nostro Paese: in Italia una famiglia con due figli a carico ed un reddito complessivo di 30 mila euro avrà un risparmio d’imposta di poco più di 500 euro contro i 3000 francesi o i 6000 tedeschi. Eppure basterebbe guardare all’impegno di Cameron in Inghilterra, anche se, dobbiamo dirlo, i tagli degli ultimi mesi non hanno risparmiato nemmeno l’iniziativa Child Benefit e molte famiglie della classe media vedranno ridursi alcuni sostegni prima garantiti.

Saranno infatti oltre un milione e duecento mila famiglie, ovvero quelle con reddito complessivo a 50mila euro l’anno, a ricevere 1200 euro l’anno in meno se hanno un figlio, 3000 in meno se ne hanno tre.

Certo la Francia poi è un miraggio. Basta pensare al sistema delle allocation familiales ovvero provvedimenti a favore delle famiglie con almeno due figli, previste per ragazzi in età scolare (fino a 16 anni) che sono disponibili per tutto il periodo degli studi ed aumentano con l’aumentare dei figli. Per non citare i contributi per gli affitti o quelli per le famiglie monoparentali. E ancora l ‘APE (allocation parentale d’éducation), previsto per il padre o la madre per i bambini fino a tre anni, l’AGED (allocation de garde d’enfant à domicile) e l’AFEAMA (Aide aux familles pour l’emploi d’une assistante maternelle agréée) per le baby sitter. Inoltre con il PAIPPE varato nel 2007  (Plan d’Aide à l’Investissement Pour la Petite Enfance) è previsto un programma di investimento da 44 milioni che prevede la realizzazione di 4.000 nuovi asili entro il 2010.

Fermiamoci per carità di patria. L’Italia, come è possibile constatare leggendo i dati a disposizione, vive da una parte il problema della sostanziale assenza di politiche pubbliche in materia, ma dall’altra quello forse più immediatamente significativo legato alla rappresentazione della famiglia nello spazio pubblico ed alla sua parallela strumentalizzazione. Nella società a mass-mediatizzazione avanzata i rapporti sociali sono sempre di più mediati dalle immagini. E da questo punto di vista i nostri leader politici non sembrano essere una garanzia.

Proprio mentre scriviamo arriva la notizia della rinuncia del Presidente del Consiglio a partecipare all’inaugurazione della conferenza sulla famiglia prevista per i prossimi tre giorni a Milano.

Perché hai voglia a difendere strenuamente la separazione fra vita privata e vita personale, ma poi la faccia bisogna mettercela ed il perenne problema del conflitto fra forma e sostanza viene fuori. Perché va bene la normale dissociazione nella quale sguazza il Paese, ma arriva il punto in cui le manifestazioni a sostegno della famiglia e la loro puntuale non realizzazione, l’endorsement strategico e ad ore alterne dei principi cattolici ed il loro puntuale svuotamento non reggono più.

Nelle forme di rappresentazione da parte dei rappresentanti delle istituzioni, e nella sostanza dei provvedimenti legislativi a suo sostegno, le famiglie italiane aspettano tempi migliori. Che puntualmente non arrivano mai.

Domani, nel frattempo,  il sottosegretario Giovanardi sostituirà Berlusconi. Appunto.


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

One Response to “Le famiglie costano, i ‘family day’ no”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Ah,”L’ETAT SOCIAL”!Dunque,dopo pochi anni di Liberalismo, già ci manca:soprattutto ai giovani,vedo.

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