Il privato dei politici? E’ una finzione retorica

– In questi anni ne abbiamo lette e viste e ascoltate di cotte e di crude. Lo spin doctor che si ferma in macchina coi viados, il governatore a far sesso e a tirare coi trans, il premier con giovani e giovanissime donne tra feste, festini e prestazioni a pagamento, deputati, viceministri e i ministri tra cocaina ed escort. Non siamo moralisti e non vogliamo parlare di moralismo. Ma piuttosto: è giusto o non è giusto che la vita privata di un politico sia raccontata dai media?

E’ una domanda complessa; cosi come la scansione pubblico/privato è una questione complessa. Le scienze umanistiche da svariati secoli si interrogano sulle accezioni etiche e morali della sfera pubblica e della sfera privata in quanto tali, e sui problemi etici e morali che compaiono all’orizzonte ogni qual volta la dimensione del privato si trasforma in pubblico e quindi in racconti condivisi da una società.

Nella società della comunicazione di massa il privato diventa un elemento della spettacolarizzazione continua e turbinosa della quale noi tutti – chi più e chi meno – siamo diventati “dipendenti” coscienti – su questo siamo tutti d’accordo – anche se è vero pure l’incontrario, e cioè che da sempre, fin da quando la comunicazione di massa non esisteva, ma esisteva l’uomo comunicante e cioè la cultura, il privato non può che diventare pubblico; l’ uomo fonda la sua esperienza del reale e la sua sedimentazione dell’Io sul vivere per procura vite degli altri, perché ogni vita, nella sua diversità, racconta sempre e solo una cosa … le potenzialità dell’ uomo … e quindi noi stessi… nel bene e nel male.

Però, anche se da sempre la comunicazione si è incentrata sulla condivisione di “storie altrui”, nonostante ciò, giustamente continuiamo a porci questo interrogativo: è giusto rendere carne e merce narrativa, mediatica, la vita privata dei singoli cittadini o meglio ancora “individui”? E’ giusto che la sfera privata di un individuo sia alla mercè di chiunque voglia spiare le esistenze altrui, è giusto che i media possano impossessarsi delle vite di chiunque e renderle spioncino pubblico, bene industriale, forma di guadagno economico e oggetto di speculazione ideologica? Questo, ovviamente, è anche un tema politico, come lo è il punto di partenza di questo articolo.

E’ ormai da anni che in Italia la “tutela” della sfera privata dei politici è diventato uno degli argomenti caldi dell’agone politico. Questo argomento lo possiamo scindere in due convinzioni e linee d’azione. Da un lato la convinzione, sacrosanta, per la quale i media non debbano agire al di fuori delle leggi che tutelano la privacy di qualsiasi cittadino. E su questo siamo assolutamente d’accordo.

Le leggi che proteggono l’inviolabilità delle sfera privata non vanno e non devono essere aggirate. Ognuno, politici compresi, ha il diritto a tutelare il proprio vissuto e la propria intimità, in base alle norme vigenti. Non amiamo né le fughe di notizie, né i faldoni trafugati in procura con l’aiuto di qualche cancelliere compiacente o attraverso vere e proprie soffiate o cose del genere. E poi troviamo l’altra convinzione, assai in voga, in base alla quale “il politico” non debba essere mediaticamente raccontato se non per la sua vita politica. In base a questa logica anche se i media rispettassero le leggi che tutelano la privacy del cittadino, la sfera privata di un politico, comunque, non deve diventare materia di condivisione mediatica, non deve e non può essere considerata oggetto di giudizio politico.

La vita privata di un politico è un bene che va tangibilmente tenuto al di fuori della spettacolarizzazione. Ciò che si fa in Parlamento riguarda il Paese, ciò che si fa in casa propria o nelle proprie ville riguarda la sfera privata del singolo, e solo a lui appartiene. Questo atteggiamento ideologico crea una netta separazione tra pubblico e privato ed “impone” che questa soglia non venga superata. Per quale motivo mai dovremmo interessarci alla condotta privata di un nostro governante?

Questa roba non deve riguardarci! Sono fatti suoi! A noi deve interessare e riguardare solo ed unicamente la sua azione politica! Questa convinzione ha, senza giri di parole, dell’assurdo. Negli ultimi quindici anni la politica italiana ha in toto “inventato”, anzi, sfruttato (importandola degli Stati Uniti e da altri mercati mediatici) la “personaggizzazione” del politico come fattore di consenso – e adesso la vorrebbe dimenticare?

Le famiglie dei politici, i loro amori, le loro passioni, i loro gusti, le loro piccole manie, i loro affezioni culinarie, tutti gli elementi – in poche parole – costitutivi della loro propria privacy, sono stati usati e manipolati e spremuti per trasformare i politici da professionisti della politica, quali erano, in personaggi a tutto tondo della spettacolarizzazione mediatica, e al fine di ottenere identificazione psicologica, voti e consenso – ma adesso? Tutto finito e da dimenticare? Adesso che la sfera privata non serve più a creare identificazione ed empatia negli elettori, ma piuttosto perplessità se non disprezzo, adesso andrebbe tutelata? Eliminata dagli schermi e dai titoli? Adesso che la vita privata dei politici da elemento strumentale della propaganda è diventato fattore di possibile perdita del consenso, adesso non serve più?!

E’ un assurdo. E per due motivi. Il primo attiene alla sfera della filosofia politica. Nella letteratura delle teorie politiche troviamo un’infinità di buone ragioni – ma non è questa la sede per tediosamente elencarvele – in base alle quale se si esercita una funzione pubblica – e la politica è la più alta delle funzione pubbliche – la condotta privata e quella pubblica si “devono” ineludibilmente “fondere” in un tutt’uno. Politica vuol dire essere al servizio di una comunità – un servizio regolato da valori di merito e di giudizio per i quali pubblico e privato possono rimanere distinguibili, ma non separabili.

Se nella mia azione pubblica predico “A” e nella mia vita privata razzolo “B” – e anche su questo chiedo consenso – non sono un politico credibile e posso essere, giustamente, espulso dalla dialettica politica, e punito per la mia incoerenza. Chi scopre la contraddizione (un giornalista, un avversario politico…) non è una spia, né un indebito invasore del mio “privato”, perché la mia sincerità (o insincerità) morale costituisce un connotato del mio profilo pubblico e dunque una parte del mio capitale politico.

Ma se questo motivo non fosse abbastanza convincente, ve n’è un’ altro. Viviamo nella società della mediatizzazione. Imperi delle comunicazione sono incentrati sulla spettacolarizzazione delle vite e dei drammi dei cittadini comuni. Su tutte le reti televisive, e su tutte le testate, i drammi intimi e personali (di quelli che una volta venivano definiti “la povera gente”) imperversano con le funzioni (antropologicamente fondamentali) di catarsi comune e condivisa. Non facciamo altro che nutrirci di vite, passioni, morbosità, crimini e conflitti che appartengono ad “altri”, e sui quali si arricchiscono imprenditori e manager dei media (i quali o stanno in politica, o sono espressioni politiche).

E dovremmo tenere al di fuori di questa spettacolarizzazioni proprio e solo le vite dei politici? E perché? Perché loro devono essere protetti e i cittadini comuni no? Perché Berlusconi sì e la madre di Sarah Scazzi no? Se siamo nel mondo della spettacolarizzazione, tutti dobbiamo esserci allo stesso modo, l’assassino di Paese come il politico di grido. Vi ricordate come finiva il gran bel film di Richard Brooks “L’ultima minaccia”? . Finiva così … con Humphrey Bogart che diceva: “ E’ la stampa, bellezza”.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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