di SIMONA BONFANTE – Alla fine ha vinto Fini. Il Pdl – annuncia un insolitamente grave Silvio Berlusconi all’Assemblea nazionale del Pdl, riunita a Roma giovedì – riconosce che il governo ha fatto, ma non abbastanza.
Governare – sembra convenire il Presidente – è più difficile che comandare.
“Tutti reclamano cambiamenti, ma poi – ammette – si scagliano quando quei cambiamenti li toccano da vicino.”
E aggiunge pure, il nostro Capo del governo, che il governo, da solo, non va lontano. Perché si può anche vestire i galloni e sedersi al timone, ma senza benzina è difficile riuscire a navigare. Ebbene, anche Berlusconi sembra finalmente essersi accorto che quella benzina al governo può darla solo un partito – un partito vero, forte, democratico. Lo stesso invocato invano, un’era politica fa, dal co-fondatore.
E cos’altro chiedeva allora Fini se non un Pdl pro-attivo capace di dare impulso e traiettoria all’azione dell’esecutivo?

Berlusconi, poi, ammette che il vestito buono del governo sono le riforme. I cinque punti già annunciati in Parlamento, certo, ma anche di più. E quel di più non saranno guasconate da predellino ma azioni concertate con le forze politiche della maggioranza. Tutte le forze politiche che si riconoscono nel centrodestra.
Già, perché Berlusconi ammette pure, nel suo tragicamente ragionevole intervento al consesso pidiellino, che Futuro e Libertà è una di quelle forze. Una forza autonoma, indipendente. Non una dépendance dell’opposizione, ma un muro portante del centrodestra.

Il paese – ha detto Berlusconi – ha bisogno di stabilità. Di un governo forte, che decida, che segua una rotta condivisa. Perché questo chiedono gli elettori, perché questo chiedono i produttori, perché questo è quello di cui hanno bisogno i lavoratori, i contribuenti, le istituzioni, la politica di un paese che ci si era impegnati a lasciare migliore, più moderno, più efficiente, più giusto, più serio, più libero di quello ereditato.

Se tutto questo fosse stato riconosciuto allora, ci saremmo risparmiati strappi, logoramenti, fango. Ci saremmo risparmiati la paralisi che ha tenuto governo e parlamento nel devastante bagnomaria di questi mesi.

Alla fine insomma ha vinto Fini. Ma ha vinto pure Berlusconi – e ce ne felicitiamo. Perché una maggioranza impegnata in un’agenda coerente, ambiziosa e soprattutto condivisa è un merito che gli italiani attendono da tempo di poter riconoscere al nostro longevissimo Premier.