Vincono i Repubblicani più repubblicani, i tea-partiers del governo limitato

di STEFANO MAGNI – Un lago di sangue. Anzi: un mare. Questo è quel che devono aver pensato i Democratici la sera del 2 novembre 2010, mentre la macchia rossa (che negli Usa, contrariamente all’Italia, è il colore della destra) si allargava sulla mappa degli Stati Uniti, nelle proiezioni in tempo reale dei risultati elettorali: stato dopo stato, contea dopo contea, cadevano inesorabilmente nelle mani della destra statunitense. La notte dello spoglio del voto di medio termine è stata molto lunga, ma già dalle 18 (ora della costa orientale degli Usa), la situazione appariva sbilanciata a favore del Grand Old Party. Il primo stato a svelare i risultati, il Kentucky, dava la vittoria a Rand Paul, libertario, candidato repubblicano favorito dal movimento dei Tea Party. Poi l’Indiana: vittoria attribuita (dagli exit polls) a David Coats, sempre un “rosso”. E poi, uno dopo l’altro, tutti i territori contesi sono stati espugnati dalla marea rossa. Alle 20,30, un’ora dopo la chiusura della maggioranza dei seggi, appariva solo un piccolo rettangolino blu (democratico) nell’estremo Nord-Est degli Usa, nel Vermont. I risultati li conosciamo tutti, ormai: i Repubblicani, che nel 2008 apparivano annientati, hanno conquistato la maggioranza alla Camera, rosicchiato la maggioranza democratica al Senato, espugnato quasi una decina di stati nelle competizioni per le cariche di governatore.

Il Tea Party è stato indubbiamente il “miracolo” di questa vittoria della destra Usa. “Indipendentemente dai risultati – ci spiegava Matt Kibbe (economista, fondatore, assieme a Dick Armey, del think tank Freedom Works) già all’inizio dello spoglio – queste elezioni sono già state vinte moralmente dai Tea Party. Perché l’agenda del Partito Repubblicano è ricalcata sui punti programmatici del movimento”. Il Tea Party è un movimento trasversale. Non ha un leader: “Ha milioni di leader, ognuno dei suoi membri lo è – ci dice con enfasi Russ Walker (Freedom Works). E’ un movimento nato dal popolo, “grassroots” come si dice in America. E’ un “magnifico caos, o un ordine spontaneo, se si preferisce, perché è un movimento molto organico e compatto, ma non ha una struttura, né una gerarchia, né un leader” – ci spiega Russ Walker – I Vip che hanno accettato il programma e sono diventati i suoi front-men, come Sarah Palin, si sono aggregati solo successivamente”.

Fondamentalmente, cosa chiede il Tea Party?Non è un gruppo politico nel senso stretto del termine – ci spiega Matt Kibbe – ma un movimento focalizzato su alcune idee programmatiche ben precise: responsabilità fiscale, tagli alla spesa pubblica, abbattimento del debito pubblico, rigetto della riforma sanitaria. Il movimento è nato dall’idea che il governo abbia ignorato la volontà della gente comune”. La sanità è vantata da tutti i media come uno dei maggiori successi dell’amministrazione Obama. Non per i tea partiers: “In primo luogo la riforma sanitaria costa e pesa sul debito pubblico, in un periodo in cui non ce lo possiamo permettere. Secondo: tutta la riforma ruota attorno all’obbligo individuale all’assicurazione sanitaria, in base al principio che ogni americano deve essere coperto. Al di là della retorica, questo principio, nella pratica, si traduce in un enorme trasferimento di ricchezza dai cittadini giovani e in salute a quelli più anziani e meno in salute”. Quale è alla fine, il pensiero di questo movimento, a volte descritto come “ultra-conservatore”, altre come “ultra-libertario”? “Se vogliamo dare un senso ultimo a questa campagna – risponde Kibbe – questo è essenzialmente: rispettare la Costituzione, che pone dei limiti alle dimensioni del governo. Le funzioni della politica devono essere limitate allo stretto necessario. Oltre al quale, la gente deve essere libera di fare quello che vuole”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Vincono i Repubblicani più repubblicani, i tea-partiers del governo limitato”

  1. Roberto scrive:

    Al di là della retorica, questo principio, nella pratica, si traduce in un enorme trasferimento di ricchezza dai cittadini giovani e in salute a quelli più anziani e meno in salute”.

    è questo è male?????????
    che gli altri crepino pure????

  2. Edoardo scrive:

    ho letto attentamente l’articolo che è una documentazione di quello che è successo negli ultimi giorni negli usa,però non mi convince lo spirito di fondo che è quasi elogiativo nei confronti di questo fantomatico Tea Party,inutile rilevare che Tea che vuol dire tè dovrebbe se non altro far tornare in mente un salotto dove un’aristocrazia parla di politica spiccia,del microcosmo riguardante ognuno di noi,una comunità sociale che si ritrova a discutere(ed è questo l’inquadramento del movimento finiano in Italia)poi tea party che è anche lotta contro le tasse,lotta contro un sistema opressivo(vedi la rivolta del tè)tea party che sempre nell’immaginario colettivo potrebbe rappresentare una rivoluzione pacifica e non violenta come quella di Ghandi in India(è dentro futuro e libertà dovrà resistere una mentalità pacifica e non violenta di dialogo tra laici liberali,socialisti e cattolici.Spero solo che fli non voglia scimmiottare il solito liberismo che abbiamo visto negli ultimi anni in salsa prodiana e berlusconiana e in usa in stile bushiano e manipolatorio,e adesso repubblicana salsa tea party che già nel programma contraddice la sua denominazione.Insomma io vorrei una destra liberale,ma del liberalismo tradizionale sociale cristiano all’inglese per intenderci,il liberalismo che ha prodotto grandi autori come Hobbes e Locke,che sia un liberalismo che si prospetti come salvaguardia della dignità e integrità morale e sociale della persona umana e non antisociale,radicaleggiante,immorale e ultrafinanziarista che poi fà lo stesso gioco dei comunisti che innescano dove ci sono tagli sociali fenomeni di lotta di classe,vorrei un liberalismo aristocratico come poteva essere quello della dc e del psi,non la degenerazione morale borghese attuale nel liberismo globale,Obama sta guardando attraverso questo orizzonte(quello sociale,ma anche a quello ecologico della green economy)un sistema che anche se non riesce a far raggiungere l’eguaglianza tenta cmq di sostenere i più deboli e lottare contro emarginazione e povertà(e lasciatemelo dire visto che è l’anno sociale europeo della lotta contro esclusione sociale e povertà e come ha ricordato Della Vedova l’italia ha fatto molto poco in questo senso;non vorrei che il nuovo gruppo politico fli diventasse l’enessimo partito ultraliberista della seconda repubblica visto che sembra questa la tendenza principale.Invece è neccessaria una società che dal suo vertice piramidale cerca di aiutare le persone più in basso della piramide,una vera aristocrazia rivoluzionaria e sociale,per prima cosa è neccessario adottare misure di welfare liquido nella più grande tradizione liberale socialista e cristiano sociale,e non investire tutto il denaro pubblico in costruzione di strutture pubbliche che servono solo a mantenere burocrati e funzionari statali,invece la vera rivoluzione liberale è quella del bonus scuola,della concorrenza tra scuola privata e pubblica,dell’abolizione del valore legale del titolo di studio,della pensione alle casalinghe,della lotta all’evasione fiscale,della lotta a droga e alcool che stanno distruggendo il tessuto sociale della nazione e la vita delle giovani generazioni(altro che liberismo,nella società odierna serve ordine ma ordine sociale)un’ordine basato su valori e identità condivise come può essere quella nazionale,la lotta al razzismo ed a ogni tipo di discriminazione,la difesa dei valori e simboli dell’occidente ma anche una politica euromeditteranea di non aggressione degli interessi strategici di altre nazioni(ritiro truppe dall’irak e dall’afghanistan),insomma ci vuole una politica che sviluppi una cultura del bello e della vita non della disgregazione e della morte,questo mi aspetto da Fini e da Futuro e Libertà,di certo non uno scimmiotamento del dipietrismo del grillismo del postcomunismo sessantottino e del liberismo in salsa neocon dollaro yen mondializzante(e poi diciamocela chiaramente se vogliamo una vera politica ambientale seria dobbiamo criticare le scelte del wto che stanno predisponendo una politica ultraliberista di aggressione delle risorse dei paesi poveri come fece Bush in Irak con il pretesto delle armi di distruzione di massa che non furono mai trovate),il wto lo stanno criticando anche le comunità ecclesiastiche del sud america.In italia serve un partito veramente liberale e nazionale,ma ripeto non uno scimmiotamento del liberismo che tanti danni ha fatto e continua a fare in Italia e nel mondo.

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