– Solo gli sciocchi si stupiscano di svegliarsi ed alzarsi al mattino, uguali a come si erano coricati alla sera. E’ pertanto ovvio constatare che, dopo la sciagurata crisi della maggioranza di fine luglio, il Governo non abbia più – ammesso che lo abbia avuto in misura adeguata – lo smalto delle prime ore. La situazione politica si è fatta pesante. Ne ha subìto le conseguenze il disegno di legge sulla riforma universitaria che, alla Camera, è slittato a dopo il varo della legge di stabilità, a causa della tentata introduzione, alla Camera, di una norma – riguardante i concorsi dei ricercatori – priva di copertura finanziaria.

E’ stato un errore, causato dalle turbolenze scoppiate nella maggioranza. Sarebbe stato meglio tirare diritto votando senza modifiche il testo di Palazzo Madama. Se ci fossero state le condizioni politiche per seguire questa linea ora la riorganizzazione del sistema universitario sarebbe legge dello Stato. Invece, ha vinto il solito andazzo all’italiana, per cui, quando si parla di sviluppare la ricerca, si pensa che il problema si risolva riconoscendo un posto fisso ai ricercatori.

Ma ben più gravi problemi si stanno profilando all’orizzonte. Stiamo assistendo alla fine della Seconda Repubblica. Il quadro politico si sta rapidamente logorando: la maggioranza stenta a rimanere unita, ma non riesce neppure a dividersi; l’opposizione è incapace di proporre un’alternativa credibile. Eppure, in tanto squallore della politica, la linea di condotta dell’esecutivo merita una valutazione assai più generosa di quella espressa da Emma Marcegaglia a Capri e subito rimbalzata tra i luoghi comuni del dibattito politico. I tanti critici dovrebbero interrogarsi, prima di ogni altra considerazione, su quali sarebbero le condizioni di questo sventurato Paese (di cui le anime belle come Mario Monti ogni tanto ammettono di “provare vergogna”) se, durante la fase più acuta della crisi, si fossero seguite le proposte del  Pd.

Per avere una risposta basterebbe andare a rileggere i programmi. Vi sarebbe stata certamente una maggiore spesa pubblica, col pretesto di “sostenere” l’economia e la domanda interna. Così, oggi avremmo un deficit “scappato di mano” (è il caso di prendere nota di quanto sta succedendo nel Regno Unito), ma non una crescita più intensa ed un tasso di disoccupazione più contenuto. Solo l’economia, infatti, è in grado di restituire ciò che tolto. Non sono mai state le norme a promuovere la ripresa.  Non crediamo nell’onnipotenza della politica. Siamo più propensi, sul piano culturale, a vederne i limiti.

Ma qualche merito andrà pur riconosciuto al Governo se dopo un crollo violentissimo (e una crisi non ancora conclusa) l’economia torna a crescere grazie alle esportazioni; se la disoccupazione rimane in linea con i trend degli altri Paesi europei; se l’apparato industriale mantiene il quinto posto nel mondo (mentre quello di nazioni  più blasonate è scivolato verso il basso); se, dopo l’accordo quadro del 2009, sono stati rinnovati una sessantina di contratti nazionali praticamente senza scioperi; se le misure di riforma del sistema pensionistico hanno stabilizzato ulteriormente la spesa in un clima di pace sociale (Oltralpe le cose sono andate molto peggio).

Tutto ciò è avvenuto in coerenza con la “messa in sicurezza” dei conti pubblici. Questa è la legislatura della riforma delle leggi di bilancio, dell’introduzione del federalismo fiscale nonché del riordino del pubblico impiego e della riorganizzazione della scuola. E’ stato garantito il finanziamento degli ammortizzatori sociali, ha avuto applicazione la detassazione delle voci retributive legate alla produttività (ciò significa, ad esempio, che i dipendenti di Pomigliano riceveranno un incremento retributivo di 250 euro mensili tassati al 10%). Anche, nelle settimane del “nostro scontento” il Governo e la maggioranza non sono rimasti paralizzati.

Di recente, è stato approvato il “collegato lavoro”, un provvedimento ricco di contenuti tanto importanti da qualificare un’intera legislatura. Tra di essi ricordiamo: la tutela dei lavoratori esposti a mansioni usuranti; la riforma degli ammortizzatori sociali; diversi interventi di riorganizzazione della pubblica amministrazione e del pubblico impiego; l’introduzione dell’arbitrato secondo equità nelle controversie di lavoro; la regolazione di taluni aspetti del licenziamento.

Tra poche settimane arriverà in Aula, alla Camera insieme allo Statuto dei lavori, anche lo Statuto delle imprese: un segnale di grande attenzione per i diritti delle aziende. L’attuale Governo ha superato, ogniqualvolta si sia posto il problema, l’esame degli organismi europei e degli investitori internazionali; i titoli di Stato hanno mantenuto uno spread sostenibile rispetto a quelli tedeschi. Le critiche della Confindustria all’esecutivo somigliano a quelle che un paziente rivolgere al chirurgo che gli ha trapiantato cuore, polmoni e fegato, dimenticando di operare l’unghia incarnita.

Insomma, il Governo (sempre meno) Berlusconi e (sempre più) Tremonti ha ben operato. Anzi ne ricorda un altro: la compagine presieduta da Giuliano Amato nel 1992, che, mentre imperversava Tangentopoli, riuscì ad evitare la bancarotta e ad aprire la stagione delle grandi riforme. Nessun Plutarco redivivo scriverà mai le “vite parallele” di due esecutivi che hanno agito  in condizioni e tempi diversi. Ma molte caratteristiche le hanno in comune. Ambedue hanno operato mentre il loro mondo giungeva alla fine. E lo hanno fatto con impegno e dignità, incuranti del discredito ingannatore dei loro nemici (quegli stessi che adesso elogiano le iniziative di quel Governo Amato che allora osteggiarono con arroganza e determinazione).

Ambedue hanno gestito il Paese durante una crisi tremenda, riuscendo ad evitare il peggio. Entrambi i Governi hanno affrontato un’offensiva giudiziaria condotta senza tregua ed esclusione di colpi. Nel 1992, il Paese assistette ammutolito ad un’ecatombe di ministri che, raggiunti da comunicazioni giudiziarie, si dimettevano.  Oggi, Silvio Berlusconi – novello San Sebastiano – sta raccogliendo su di sé tutte le frecce degli avversari. Per certi versi ricorda un po’ Bettino Craxi. Speriamo che gli eventi non lo costringano a cercare rifugio – notte tempo – nell’esilio ad Hammamet.