– Mi manca Lucio Colletti, specie oggi che ricorrono 9 anni dalla sua scomparsa. Mi manca, ovviamente, non perché lo conoscessi personalmente e nemmeno posso dire che, al momento della sua morte improvvisa (il 3 novembre 2001, appunto), sapessi granché sul suo conto, se non la storia del celebre filosofo marxista che si era clamorosamente convertito (o ‘venduto’, come dicono i compagni) al nemico borghese e capitalista nella peggiore delle sue forme, quella berlusconiana.

In realtà, a mancarmi è quello spirito “scettico”, profondamente scettico, ma, come riconobbe giustamente Emanuele Macaluso, proprio di uno scetticismo rivolto verso gli uomini e le loro faccende (ivi compresa la politica), non verso le idee. Anzi, da questo punto di vista, il percorso umano, filosofico e politico di Colletti fu emblematico di un’estrema coerenza verso i principi che ispiravano i suoi scritti e le sue azioni. Ecco, è questa coerenza filosofica che, ad oggi, mi manca. Cercherò di spiegarmi meglio.

Colletti si era avvicinato al comunismo grazie al suo maestro, Galvano Della Volpe, il quale si faceva promotore di un marxismo inteso come “galileismo morale”. Il sostantivo è importante, perché richiama l’origine della scienza moderna e porta con sé l’idea che il marxismo di quella rivoluzione scientifica costituisse la naturale continuazione. Di qui l’idea, propria di Della Volpe e Colletti, di un marxismo scientifico, ripulito da ogni commistione con la dialettica hegeliana. Di qui anche l’equivoco su cui si fonderà tutta la prima parte del percorso filosofico-politico di Colletti.
L’equivoco, in realtà, sta alla base della stessa filosofia marxiana, in cui il concetto di “scienza” assume un valore duplice. Da un lato, infatti, Marx recupera il concetto hegeliano di scienza, basato sulla dialettica e quindi sulla contraddizione, per cui le contraddizioni stesse in cui si avvolge la società capitalista dovranno condurre alla nascita di un nuovo sistema, in cui, mutate le strutture economiche, muteranno anche le sovrastrutture ideologiche (rapporti sociali, arte, cultura, ecc.).

La novità del pensiero di Marx, però, sta nel fatto che il raggiungimento di questa condizione finale non passa attraverso una forma di misticismo ma su una sorta di “certezza scientifica” (di cui si fa portatore il “materialismo” dialettico): non più soltanto una scienza della natura inanimata, ma una scienza della storia e dell’uomo, perché l’uomo stesso, nella concezione marxiana, viene a perdere il suo status privilegiato. Non esiste più (è solo una mistificazione) un’essenza propria dell’uomo, ma l’uomo stesso diventa oggetto di questa scienza, che, proprio per questo, non è più “teoria” ma “prassi” (come dicono chiaramente le Tesi su Feuerbach).

Di questo equivoco (la sintesi fra scienza moderna e dialettica hegeliana) si rese conto molto bene Gentile (1899), per il quale, infatti, il materialismo marxiano è qualcosa di posticcio e la vera forza del pensiero di Marx sta nel primato della prassi. Di questa posizione gentiliana si ricorderà Gramsci (come ha mostrato Augusto Del Noce). Ora, però, il marxismo di Colletti non prendeva spunto da Gramsci, bensì da Lenin, in particolare dal Lenin di Materialismo ed Empiriocriticismo (1909), libro in cui viene criticato duramente il fenomenismo e lo psicologismo di filosofi come Mach, e propugnato il ritorno ad una forma di realismo filosofico di stampo positivista.

Dunque, per Colletti il dato da cui partire era il materialismo, su cui (a torto o a ragione) si fondava la scienza moderna. Accettare questo punto significava, per Colletti, denunciare come posticcia l’eredità hegeliana di Marx. Questo il tema del famoso libro di Colletti su Il marxismo ed Hegel (1969), in cui per la prima volta Colletti proponeva la contrapposizione tra “contraddizione logica” e “opposizione reale” (ripresa da un saggio di Kant del 1763) per scoprire gli errori della linea Hegel-Marx: le “contraddizioni reali” che il marxismo rileva nella società sono, in realtà, solo delle opposizioni; dunque la scienza del reale non può essere la dialettica (basata sul principio: contradictio est regula veri) bensì la scienza naturale (o le scienze sociali) basata sul principio di non-contraddizione.
L’equivoco rimase tale finché Colletti credette possibile sganciare il nucleo “scientifico” del marxismo (e, in particolare, delle teorie economiche del Capitale) dall’ipoteca hegeliana ma è chiaro che, venuta meno la dialettica, viene meno anche la sintesi marxiana del “materialismo storico” e tutto l’edificio crolla. Quando Colletti se ne accorse, in coerenza con i suoi principi, denunciò la cosa nella famosa Intervista filosofico-politica del 1974  e sancì il suo distacco ufficiale dal marxismo.

Su questo punto ci sarebbe molto da dire. Ad esempio, personalmente non condivido l’interpretazione collettiana di Hegel (basata, soprattutto, su Trendelenburg e sul famoso saggio di Popper contro la dialettica) come filosofo della contraddizione e credo che, su questo punto, avesse ragione Emanuele Severino quando faceva notare come, per Hegel, la contraddizione fosse solo uno strumento  e non uno scopo: precisamente, lo strumento per portarsi dal punto di vista del finito (l’intelletto astratto) a quello dell’assoluto (la ragione speculativa).
Credo che Colletti abbia tenuto conto di queste critiche, perché nel suo ultimo ciclo di lezioni su Kant e Hegel (pubblicato da “Liberal” col titolo Lezioni tedesche), questo tema della ricomposizione finale, della “conciliazione” come fine della dialettica, viene particolarmente accentuato e criticato da Colletti. L’accusa a Hegel (che, nella visione un po’ semplificante ma assai coerente di Colletti, diventava un’accusa a tutta la tradizione filosofica da Platone a Vico a Hegel e Marx) era quella di una visione finalistica della storia basata sull’antropocentrismo e su un messianismo profetico.

Questo tema è al centro anche dell’ultimo libro di Colletti, la raccolta di saggi intitolata, significativamente, Fine della filosofia (1997), che comincia proprio con una critica severa al principio fondamentale di ogni messianismo filosofico-politico: “Conoscenza e salvezza sono cose diversissime tra loro. C’è da dubitare che esista la salvezza”.
Per l’ultimo Colletti è la scienza, e solo la scienza, a fornirci l’esatta descrizione della realtà, mentre la (cattiva) filosofia è responsabile di una “adulterazione profonda del concetto di realtà, a partire dall’identificazione di Realtà e Storia (umana)” e “il XX secolo ci ha ammaestrato a sufficienza su cosa si debba pensare delle metafisiche della temporalità, cioè delle filosofie che trasferiscono l’assoluto (o la salvezza) in politica. Quanto al marxismo, è già stato detto tutto ed è inutile ripetersi. Il “comunismo dell’avvenire”, la società tutta armonica e senza più contrasti (infelicità, eccetera), abitata dall’“uomo nuovo”, in cui doveva sboccare, secondo Marx, il lungo travaglio della storia, è palesemente una replica della Gerusalemme celeste, portata in terra. E sappiamo bene quanto questa speranza visionaria sia costata”.

I toni apocalittici dell’ultimo Colletti, la sua idea della fine della filosofia in Occidente e la sua esaltazione della scienza sono sicuramente eccessivi. In fondo, sua posizione rimase quella di un materialista coerente con i propri principi e votato allo scetticismo (alla fine, gli unici filosofi che apprezzava veramente erano Hume e un Kant letto con gli occhi di Hume), ma con un pregio particolare. Per lui “materialismo” significava attaccamento profondo alla realtà e ai suoi principi e, dunque, critica di ogni concezione mistificatrice della realtà o di ogni ideologia che ne propugnasse la radicale trasformazione in nome di un ideale (ritenuto) superiore. E il marxismo, da filosofia demistificatrice, si era rivelato per lui la forma più pericolosa di mistificazione e violenza contro la realtà in nome dell’Idea.

L’intelligenza critica di Colletti era tutta rivolta contro il vecchio (ma sempre vivo) principio: “se i fatti non ci danno ragione, allora tanto peggio per i fatti”.
Anche per questo, oggi, mi manca.