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Lucio Colletti, il marxista scettico che si fa liberale

– Mi manca Lucio Colletti, specie oggi che ricorrono 9 anni dalla sua scomparsa. Mi manca, ovviamente, non perché lo conoscessi personalmente e nemmeno posso dire che, al momento della sua morte improvvisa (il 3 novembre 2001, appunto), sapessi granché sul suo conto, se non la storia del celebre filosofo marxista che si era clamorosamente convertito (o ‘venduto’, come dicono i compagni) al nemico borghese e capitalista nella peggiore delle sue forme, quella berlusconiana.

In realtà, a mancarmi è quello spirito “scettico”, profondamente scettico, ma, come riconobbe giustamente Emanuele Macaluso, proprio di uno scetticismo rivolto verso gli uomini e le loro faccende (ivi compresa la politica), non verso le idee. Anzi, da questo punto di vista, il percorso umano, filosofico e politico di Colletti fu emblematico di un’estrema coerenza verso i principi che ispiravano i suoi scritti e le sue azioni. Ecco, è questa coerenza filosofica che, ad oggi, mi manca. Cercherò di spiegarmi meglio.

Colletti si era avvicinato al comunismo grazie al suo maestro, Galvano Della Volpe, il quale si faceva promotore di un marxismo inteso come “galileismo morale”. Il sostantivo è importante, perché richiama l’origine della scienza moderna e porta con sé l’idea che il marxismo di quella rivoluzione scientifica costituisse la naturale continuazione. Di qui l’idea, propria di Della Volpe e Colletti, di un marxismo scientifico, ripulito da ogni commistione con la dialettica hegeliana. Di qui anche l’equivoco su cui si fonderà tutta la prima parte del percorso filosofico-politico di Colletti.
L’equivoco, in realtà, sta alla base della stessa filosofia marxiana, in cui il concetto di “scienza” assume un valore duplice. Da un lato, infatti, Marx recupera il concetto hegeliano di scienza, basato sulla dialettica e quindi sulla contraddizione, per cui le contraddizioni stesse in cui si avvolge la società capitalista dovranno condurre alla nascita di un nuovo sistema, in cui, mutate le strutture economiche, muteranno anche le sovrastrutture ideologiche (rapporti sociali, arte, cultura, ecc.).

La novità del pensiero di Marx, però, sta nel fatto che il raggiungimento di questa condizione finale non passa attraverso una forma di misticismo ma su una sorta di “certezza scientifica” (di cui si fa portatore il “materialismo” dialettico): non più soltanto una scienza della natura inanimata, ma una scienza della storia e dell’uomo, perché l’uomo stesso, nella concezione marxiana, viene a perdere il suo status privilegiato. Non esiste più (è solo una mistificazione) un’essenza propria dell’uomo, ma l’uomo stesso diventa oggetto di questa scienza, che, proprio per questo, non è più “teoria” ma “prassi” (come dicono chiaramente le Tesi su Feuerbach).

Di questo equivoco (la sintesi fra scienza moderna e dialettica hegeliana) si rese conto molto bene Gentile (1899), per il quale, infatti, il materialismo marxiano è qualcosa di posticcio e la vera forza del pensiero di Marx sta nel primato della prassi. Di questa posizione gentiliana si ricorderà Gramsci (come ha mostrato Augusto Del Noce). Ora, però, il marxismo di Colletti non prendeva spunto da Gramsci, bensì da Lenin, in particolare dal Lenin di Materialismo ed Empiriocriticismo (1909), libro in cui viene criticato duramente il fenomenismo e lo psicologismo di filosofi come Mach, e propugnato il ritorno ad una forma di realismo filosofico di stampo positivista.

Dunque, per Colletti il dato da cui partire era il materialismo, su cui (a torto o a ragione) si fondava la scienza moderna. Accettare questo punto significava, per Colletti, denunciare come posticcia l’eredità hegeliana di Marx. Questo il tema del famoso libro di Colletti su Il marxismo ed Hegel (1969), in cui per la prima volta Colletti proponeva la contrapposizione tra “contraddizione logica” e “opposizione reale” (ripresa da un saggio di Kant del 1763) per scoprire gli errori della linea Hegel-Marx: le “contraddizioni reali” che il marxismo rileva nella società sono, in realtà, solo delle opposizioni; dunque la scienza del reale non può essere la dialettica (basata sul principio: contradictio est regula veri) bensì la scienza naturale (o le scienze sociali) basata sul principio di non-contraddizione.
L’equivoco rimase tale finché Colletti credette possibile sganciare il nucleo “scientifico” del marxismo (e, in particolare, delle teorie economiche del Capitale) dall’ipoteca hegeliana ma è chiaro che, venuta meno la dialettica, viene meno anche la sintesi marxiana del “materialismo storico” e tutto l’edificio crolla. Quando Colletti se ne accorse, in coerenza con i suoi principi, denunciò la cosa nella famosa Intervista filosofico-politica del 1974  e sancì il suo distacco ufficiale dal marxismo.

Su questo punto ci sarebbe molto da dire. Ad esempio, personalmente non condivido l’interpretazione collettiana di Hegel (basata, soprattutto, su Trendelenburg e sul famoso saggio di Popper contro la dialettica) come filosofo della contraddizione e credo che, su questo punto, avesse ragione Emanuele Severino quando faceva notare come, per Hegel, la contraddizione fosse solo uno strumento  e non uno scopo: precisamente, lo strumento per portarsi dal punto di vista del finito (l’intelletto astratto) a quello dell’assoluto (la ragione speculativa).
Credo che Colletti abbia tenuto conto di queste critiche, perché nel suo ultimo ciclo di lezioni su Kant e Hegel (pubblicato da “Liberal” col titolo Lezioni tedesche), questo tema della ricomposizione finale, della “conciliazione” come fine della dialettica, viene particolarmente accentuato e criticato da Colletti. L’accusa a Hegel (che, nella visione un po’ semplificante ma assai coerente di Colletti, diventava un’accusa a tutta la tradizione filosofica da Platone a Vico a Hegel e Marx) era quella di una visione finalistica della storia basata sull’antropocentrismo e su un messianismo profetico.

Questo tema è al centro anche dell’ultimo libro di Colletti, la raccolta di saggi intitolata, significativamente, Fine della filosofia (1997), che comincia proprio con una critica severa al principio fondamentale di ogni messianismo filosofico-politico: “Conoscenza e salvezza sono cose diversissime tra loro. C’è da dubitare che esista la salvezza”.
Per l’ultimo Colletti è la scienza, e solo la scienza, a fornirci l’esatta descrizione della realtà, mentre la (cattiva) filosofia è responsabile di una “adulterazione profonda del concetto di realtà, a partire dall’identificazione di Realtà e Storia (umana)” e “il XX secolo ci ha ammaestrato a sufficienza su cosa si debba pensare delle metafisiche della temporalità, cioè delle filosofie che trasferiscono l’assoluto (o la salvezza) in politica. Quanto al marxismo, è già stato detto tutto ed è inutile ripetersi. Il “comunismo dell’avvenire”, la società tutta armonica e senza più contrasti (infelicità, eccetera), abitata dall’“uomo nuovo”, in cui doveva sboccare, secondo Marx, il lungo travaglio della storia, è palesemente una replica della Gerusalemme celeste, portata in terra. E sappiamo bene quanto questa speranza visionaria sia costata”.

I toni apocalittici dell’ultimo Colletti, la sua idea della fine della filosofia in Occidente e la sua esaltazione della scienza sono sicuramente eccessivi. In fondo, sua posizione rimase quella di un materialista coerente con i propri principi e votato allo scetticismo (alla fine, gli unici filosofi che apprezzava veramente erano Hume e un Kant letto con gli occhi di Hume), ma con un pregio particolare. Per lui “materialismo” significava attaccamento profondo alla realtà e ai suoi principi e, dunque, critica di ogni concezione mistificatrice della realtà o di ogni ideologia che ne propugnasse la radicale trasformazione in nome di un ideale (ritenuto) superiore. E il marxismo, da filosofia demistificatrice, si era rivelato per lui la forma più pericolosa di mistificazione e violenza contro la realtà in nome dell’Idea.

L’intelligenza critica di Colletti era tutta rivolta contro il vecchio (ma sempre vivo) principio: “se i fatti non ci danno ragione, allora tanto peggio per i fatti”.
Anche per questo, oggi, mi manca.


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

5 Responses to “Lucio Colletti, il marxista scettico che si fa liberale”

  1. Biagio Muscatello scrive:

    Interessante questo quadro di Colletti. Bravo, Osvaldo!
    Si potrebbe aggiungere che Colletti era allievo di Della Volpe, che preferì – è vero – Kant a Hegel, ma soprattutto provò a inserire Hume nella cultura marxista italiana: operazione irrimediabilmente destinata al fallimento. Hume, in Italia, è stato studiato poco dai liberali; figuriamoci se poteva avere fortuna tra i marxisti!

  2. Colletti-vista scrive:

    In realtà Hume e la tradizione empirista hanno avuto una forte influenza tra i marxisti del mondo anglosassone, che ovviamente qui non vengono considerati perché complicherebbero il quadro di un marxismo idealista e parolario tanto facile da imporre nel caso dell’Italia. Il pensiero di Colletti è qui presentato in modo chiaramente strumentale alla dimostrazione di una tesi che lo stesso Colletti si sarebbe probabilmente rifiutato di sottoscrivere: uno storicismo conservatore per cui la traiettoria intellettuale del dellavolpismo dimostrerebbe implicitamente le radici del fallimento del socialismo e delle sue ragioni teoriche prima che storiche, in una sorta di formula hegeliana di tesi-antitesi-sintesi “Colletti marxista – Intervista politico-filosofica – Colletti liberale”.

    Anche questo è un finalismo e recuperare Hegel a tal fine è d’altronde l’esercizio che il conservatorismo liberale à la Fukuyama impostosi negli ultimi 30 anni, sopratutto sotto l’egida dell’irrazionalista e dialetticante Hayek (l’analisi di Sciabarra è calzante in proposito), ha portato avanti quasi con la stessa tenacia con cui lo ha fatto l’hegelo-marxismo postmoderno nelle sue speculazioni antiglobaliste fondamentalmente anti-marxiste e reazionarie così in voga in Italia. Colletti non ha mai riabilitato alcuna forma di contraddizione dialettica perché viola il principio di non contraddizione e non ha mai dovuto riabilitare alcuna forma di dialettica intesa come attualizzazione del pensiero sotto forma di “concetti regolativi” ovvero tautoeterologia per il semplice motivo che questa non l’ha mai criticata: è sempre stata accettata da Colletti e distinta appropriatamente dalla contraddizione dialettica sin dalle prime pubblicazioni.

    Il problema del materialismo dialettico è la dialettica della natura non il pensiero dialettico: è l’idea che la dialettica sia immanente nelle cose, che la conoscenza si risolva nell’annullamento dell’empiria che trova la sua anima nell’unicum dello spirito di cui la realtà particolare non è che “l’esposizione positiva”. Il problema non è il pensiero dialettico, né l’idea che la conoscenza empirica implichi una mediazione dell’intelletto. Il problema è che il materialismo dialettico da un lato affermava di rimuovere ogni mediazione intellettuale con la realtà (i.e., il grezzume leninista di Materialismo ed Empiriocriticismo) riabilitando il tal modo il “positivismo acritico” che Marx denuncia in Hegel, dall’altro appioppa alla realtà le capacità dell’intelletto, detronizzandola implicitamente del suo potere limitativo nei confronti della ragione, che è illimitata per definizione. In tal modo la ragione, resa immanente al mondo, lo governa arbitrariamente e la realtà perde ogni potere di controllo sul mondo delle idee. Ma questo ha a che fare con il rapporto tra il mondo delle idee, che è sempre dialettico, e il mondo reale, dove esistono solo opposizioni reali. Questa è una critica pesante della dialettica, ma è circostanziata, è inutile approfittarne. Si tratta di un riposizionamento della dialettica, di riportare la dialettica sotto la “sovranità passiva” dei fatti.

    L’autore di questo articolo dimostra poi in altri modi di aver letto male Colletti, probabilmente interessato semplicemente a poter brandire un documento di cosi palese rilevanza politica: ciò che secondo colletti lega Marx alla contraddizione dialettica non ha nulla a che vedere con “la sintesi marxiana del materialismo storico”, in quanto il processo seguito da Marx non è quello di porre a priori uno sviluppo storico (come fanno gli economisti classici ed Hegel) ma li deriva dall’analisi del capitalismo ovvero del mondo a lui contemporaneo, della realtà specifica ed osservabile. Questa derivazione avviene contrastando il capitalismo con il suo passato, identificandolo attraverso ciò che ha di specifico, ponendo il passato come “altro dal capitale” e solo in seguito, attraverso la comparazione con il presente, abbozzando una mai completata e mai teoreticamente centrale teoria dell’evoluzione delle formazioni sociali. Colletti lo riconosce ampiamente e cita spesso il seguente passo in proposito:

    «non è necessario scrivere la storia dei rapporti di produzione per analizzare le leggi dell’economia borghese. In realtà, la giusta concezione e la deduzione di queste leggi in quanto rapporti nati nel corso della storia ci conducono senza posa a stabilire delle comparazioni che rievocano il passato di questo sistema, come per i dati delle scienze naturali. Queste rievocazioni, insieme alla giusta concezione del presente, ci danno la chiave del passato: è questo tutto un lavoro che noi speriamo di poter affrontare in futuro.» (Grundrisse der Kritik der politischen Oekonomie, Dietz, 1953, pp. 364-65).

    Il problema essenziale per Colletti è il nesso che lui rintraccia in Marx tra alienazione ed astrazione del lavoro attraverso lo scambio. Tutto il resto della sua critica al marxismo è fondamentalmente una reinterpretazione dei medesimi passi analizzati in “Il marxismo ed Hegel” e in “Ideologia e Società” dove è del tutto dubitabile che l’autore superi in effetti sé stesso in proposito. Ciò che fa crollare l’edificio prima facie è la constatazione -alla cui assimilazione hanno trasversalmente contribuito marxisti e non, filo hegeliani e non- che la forma valore, ovvero la categoria fondamentale dell’economica marxiana, deriva da una categoria filosofica, quella dell’alienazione attraverso lo scambio. Il resto è del tutto secondario. Il finalismo non è tale in quanto una teoria formula una previsione. Ogni teoria scientifica formula previsioni, poiché la previsione è il terreno su cui si verifica la teoria. Una teoria non scientifica o non formula alcuna previsione o può formularne infinite e non è certo questo il caso del marxismo, che in molte occasioni è stato falsificato -per quanto sia tutto da vedere quanto peso queste falsificazioni abbiano avuto sulla teoria e quanto le siano state cruciali. Il finalismo riguarda il metodo di costruzione di una teoria e non il suo contenuto. Questo fa la differenza tra una filosofia della storia ed una scienza della storia o meglio una “sociologia” come la definiva appropriatamente Colletti nel primo magistrale saggio di Ideologia e Società. Bollare il socialismo di finalismo per il semplice motivo che prospetta un cambiamento radicale nell’organizzazione sociale nel futuro è ridicolo. È il modo in cui questa previsione viene costruita che rileva a tal fine e le incoerenze rilevate da Colletti partono da questo presupposto e non da un generico rifiuto di qualsivoglia previsione sul futuro del capitalismo, cosa che peraltro nessuno dei grandi economisti, liberali in prima fila (Adam Smith, Ricardo, J. S. Mill, Schumpeter), si è mai astenuto dal fare senza però a quanto mi risulta incorrere nella marea di critiche epistemologiche riservate accuratamente a Marx. Sulla selettività di questo genere di attenzioni critiche ci sarebbe molto da discutere.

    L’autore dell’articolo dimostra invece maggior interesse nell’uso politico di Colletti e d’altronde questo è chiaro quando si pretende di tracciare una linea tra fallacia epistemologica e gli orrori del socialismo reale del secolo scorso: “E sappiamo bene quanto questa speranza visionaria sia costata”. Questo è un accostamento dozzinale, un’associazione di idee impressionistica del tutto campata in aria che non regge minimamente una anche solo superficiale conoscenza di Marx, indipendentemente dai suoi errori e dalle sue contraddizioni. La critica di Colletti è seria ma non ha mai implicato la rimozione di tutto ciò che di altro Marx ha scritto: che il socialismo fosse di fatto un’evoluzione dei paesi a capitalismo avanzato; che lo sviluppo della democrazia moderna, del costituzionalismo borghese e dell’individualismo fossero precondizioni indispensabili per questa transizione; che i partiti dovessero avere un ruolo del tutto subalterno alle tendenze macro-sociali espresse dalle classi in modo decisamente più generale e trasversale rispetto alle facezie particolaristiche della politica; che il socialismo dovesse svilupparsi a partire dall’abbondanza capitalistica e non dal sottosviluppo o dalla miseria; che il comunismo dovesse essere inteso come meta ideale e quindi riferimento progettuale astratto e non operazione costruttivista di ingegneria sociale contraddistinta dalla realizzazione positivista della diversità e non dall’egualitarismo radicale dei socialisti utopici; che l’azione dello stato inteso come monopolio della violenza organizzata dovesse ulteriormente indebolirsi di fronte alla natura spontanea delle relazioni sociali nella sfera pubblica.

    Che tutto ciò si scontri, al momento della formulazione di una teoria scientifica, contro alcuni importanti scogli epistemologici è il grande quesito posto da Colletti. Che invece da ciò ne derivi -tramite una hegelianissima e irrazionalissima astuzia della storia- un’automatica assimilazione agli orrori teorici prima che storici del marxismo-leninismo è una becera forma di riduzionismo che solo una lettura smaccatamente interessata e ottusa può abbassarsi a proporre. La natura del rapporto tra Marx ed il socialismo reale del XX secolo è un problema da indagare, non una verità autoevidente di facile constatazione. Marx, è l’ora di ammetterlo, la pensava quasi all’opposto della stragrande maggioranza dei rivoluzionari e dei teorici marxisti, in particolar modo di filosofi e letterati, che hanno “infiammato” le piazze europee negli ultimi 150 anni. Ammetterlo oggi, caso strano, risulta tanto difficile a destra quanto a sinistra. A sinistra perché si è ceduto alle tentazioni del postmoderno. A destra perché fare ciò salverebbe Marx dal funerale che gli si celebra costantemente, in maniera assillante da ormai tre decenni. Questo chiaramente costringerebbe molti cervelli ad abbandonare controvoglia i porti tranquilli in cui amano così tanto ristagnare.

  3. osvaldo ottaviani scrive:

    Gentile Colletti-vista,

    potrei anche essere d’accordo con Lei (no, in realtà non lo sono) che non vi sia passaggio dalla “fallacia epistemologica” agli “orrori del socialismo”; il problema è che a non essere d’accordo con Lei era Colletti, autore della frase che Lei riporta (e che è tratta dall’introduzione a “Fine della filosofia e altri saggi”). La riporto ancora una volta, per completezza:

    “Sull’altro versante, invece, quello della “filosofia della storia”, il XX secolo ci ha ammaestrato a sufficienza su cosa si debba pensare delle metafisiche della temporalità, cioè delle filosofie che trasferiscono l’assoluto (o la salvezza) in politica. Quanto al marxismo, è già stato detto tutto ed è inutile ripetersi. Il “comunismo dell’avvenire”, la società tutta armonica e senza più contrasti (infelicità, eccetera), abitata dall’“uomo nuovo”, in cui doveva sboccare, secondo Marx, il lungo travaglio della storia, è palesemente una replica della Gerusalemme celeste, portata in terra. E sappiamo bene quanto questa speranza visionaria sia costata”

    In secondo luogo, non capisco cosa intenda quando parla di “critica circostanziata della dialettica”. Il Colletti che mi è capitato di leggere (da “Marxismo e dialettica” fino alle ultime “Lezioni”) non fa grande distinzione tra varie forme di “dialettica”. Anzi, da questo punto di vista, il discorso di Colletti mi pare semplice e lineare: la scienza e il materialismo sono basati sul principio di non-contraddizione, mentre il marxismo è convinto che ci sono alcuni fenomeni (es., il capitalismo) che sono contraddittori, ma, poiché per Colletti la scienza è l’unica forma legittima di accesso alla realtà, segue che l’analisi marxiana (fondata sulla dialettica hegeliana) è erronea.

    Per dirla tutta, io non condivido affatto né l’idea che la scienza sia materialista né che essa costituisca l’unica forma di sapere legittimo. E nemmeno credo che sia corretta la ricostruzione fatta da Colletti del metodo dialettico di Hegel. Ho già scritto che, su questo punto, sono d’accordo con quanto Severino rimproverava a Colletti in “Tramonto del marxismo”, cioè che la dialettica non nega simpliciter il principio di non-contraddizione, ma solo la sua formulazione inadeguata (perché intellettualistica) e, difatti, per Hegel la contraddizione è ciò che ci permette di elevarci dall’intelletto alla ragione, fino a che tutte le contraddizioni non vengano tolte e/o superate. Riassunto del discorso severiniano (cit.): “il principio di non contraddizione esclude che la realtà sia contraddittoria, ma non esclude l’esistenza di chi erra contraddicendosi”.

    Detto questo, però aggiungo che, pur non condividendone le basi, trovo molto convincente la critica al marxismo, almeno per quanto riguarda la sua pretesa scientificità. Per intenderci, se il marxismo è scienza, allora il suo metodo non può essere un metodo dialettico (e, infatti, non mi sembra che oggi molti prendano in considerazione la “dialettica della natura” di Engels); altrimenti, se si salva la dialettica (come fa Gentile, ma non solo lui, di recente ho visto che Fusaro propone un Marx “fichtiano”), bisogna rinunciare al materialismo e alla scienza. Non solo: bisogna rinunciare alla pretesa “esclusività” del marxismo, cioè dire: va bene, alla fine è una filosofia come un’altra, cioè un’interpretazione della realtà che può essere più o meno corretta, più o meno accettabile.

    Per finire, sono sicuro che qualche marxista ben preparato (io non sono né l’uno né l’altro) saprà trovare delle obiezioni molto ben congegnate per salvare capra e cavoli. Peccato, però, che questo non faccia che confermare la vecchia tesi di Popper, del marxismo come teoria olistica (e, dunque, non scientifica) che si può sempre correggere e che non può mai essere smentita.

  4. Biagio Muscatello scrive:

    Non amo discutere con chi non conosco. Ma l’anonimo colletti-vista, se ha un evidente dimestichezza con le edizioni MEW e MEGA, non ne dimostra altrettanta con gli scritti di Hayek, che suppongo sia stato definito “irrazionalista”, per il suo mancato riconoscimento della scientificità del socialismo marxiano. Ma, quale che sia la ragione di quell’aggettivo, sine ira ac studio, mi fermo qui, non volendo abusare dell’ospitalità altrui.

  5. Colletti-vista scrive:

    Supponi male, caro Muscatello. Per quanto indubbiamente nelle mie simpatie, il socialismo “scientifico” non è ad oggi abbastanza tale da potersi seriamente considerare un solido metro di giudizio per dispensare etichette a chicchessia, l’inattualissmo Hayek compreso. Il mio giudizio deriva interamente dalla mia circoscritta ma del tutto sincera e a tratti appassionata lettura di Hayek e di alcuni suoi intelligenti commentatori, quasi tutti suoi epigoni peraltro.

    Il tardo Hayek è indiscutibilmente un critico della scienza, che come in ogni occasione viene riformulata sotto le spoglie di critica allo “scientismo” o agli “eccessi della scienza” o all’applicazione di metodi scientifici ad ambiti disciplinari di “diversa natura” (i.e. non scientifici) in questo caso all’economia. La critica al socialismo di Hayek è, nel rapporto tra razionalità e irrazionalità, speculare a quella di Popper. Dove il primo vede un assalto della ragione strumentale contro l’insostituibile valore della tradizione e della conoscenza tacita e diffusa, il secondo vede l’arroganza politica ed il prodotto emotivo e utopistico figli di una teoria politica irrazionale e fideistica. La morale di una razionalità “eccessiva” che si tramuta per contrappasso dialettico in orrore tecnocratico è il vero succo ideologico e la forza di The road to serfdom. D’altro canto gli scritti sull’ordine spontaneo, Individualism and economic order su tutti, sono un vero e proprio monumento alla relazionalità. Non è azzardata la definizione, forse data da Kołakowski ma potrei sbagliarmi, di Hayek come controparte liberale dei francofortesi. Magari del Marcuse tecnofobo e libertario aggiungo io -quello che Colletti amava tanto distruggere a colpi di citazioni di Hegel e Bergson nei suoi libri insomma.

    Si legga “Marx, Hayek, and Utopia” di Chris Matthew Sciabarra, SUNY Press, 1995. Non abbia paura, non è un marxista, è un noto studioso libertario americano. Lì vi troverà ampiamente corroborata la tesi secondo cui il pensiero dialettico ricopra un ruolo cruciale nel sistema di pensiero di Hayek. Intendiamoci, è una dialettica diversa da quella di Marx. Secondo me Hayek concettualizza una dialettica dell’eterno freno al processo di socializzazione delle condizioni di esistenza e di riproduzione sociale degli esseri umani. Oltre un certo grado di socializzazione, costi quel che costi, l’uomo non può procedere. In Marx invece la dialettica segna i limiti relativi, non assoluti, del progresso evolutivo della società capitalistica. I limiti relativi lo distinguono dal costruttivismo dei socialisti utopisti come Fourier e Saint Simon, che s’illudono di progettare una nuova società a tavolino e poi applicarla, magari facendo leva su un’avanguardia minoritaria ben organizzata. Lenin e buona parte del pensiero comunista del XX secolo hanno più a che fare con questa tradizione che con Marx, per quanto sia una realtà difficile da digerire tanto dagli apologi quanto dai detrattori. La dialettica di Hayek è quindi una dialettica fondamentalmente circolare e di fatto autoreferenziale, la seconda contiene anche elementi evolutivi.

    Al gentile Osvaldo che invece a quanto pare non disdegna la discussione con chi non conosce, risponderò appena possibile. Ho già trascritto a parte una serie di citazioni da Il marxismo e Hegel che sicuramente gli interesseranno.

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