– da Il Secolo d’Italia del 3 novembre 2010

– Per una Chiesa impegnata a regolare i conti con una storia politica che l’ha cacciata all’opposizione dei cattolici e l’ha costretta ad assistere impotente al tradimento del suo popolo, Berlusconi è davvero un uomo della Provvidenza.

Estraneo alla storia del cattolicesimo politico e divenuto campione della “cattolicità” come si diventa Cavaliere, per meriti di lavoro e non di fede, Berlusconi ha una disponibilità totale, non ingombrata dall’inquietudine – né laica, né religiosa – e un ammirevole zelo professionale nel dar corso alle richieste d’oltre Tevere.

La dichiarata obbedienza del Cav. è l’altra faccia della generosa indulgenza della Chiesa verso questo leader disinvolto e scapestrato che, per sua stessa ammissione, non è un santo, ma non manca di rendere il proprio omaggio di peccatore alla santità dell’ideale cristiano. Da questo punto di vista Berlusconi – cui riesce evidentemente più difficile essere un buon cattolico che un ottimo clericale –  è agevolato dal rapporto quasi affaristico che è riuscito a stringere con gerarchie ecclesiastiche, altrettanto “laicamente” disinteressate alla tempra e coerenza morale di un leader politico straordinariamente servibile. Entrambi – diciamo – badano ai fatti.

Quella di Berlusconi e della Chiesa sono oggi due debolezze che si reggono e si sostengono a vicenda. La Chiesa non può vincere alcuna battaglia bioetica in un campo che, anziché politico divenisse solo morale. Se le leggi sul divorzio e sull’aborto suggellarono un processo che si era già compiuto sul piano del costume e della morale sessuale, la legge sulla procreazione assistita e quella sul fine vita non hanno segnato il riflusso delle coscienze nell’alveo della dottrina della Chiesa, ma hanno al contrario opposto un argine “cristiano” ad un’idea della maternità, della ricerca scientifica e della libertà di cura culturalmente prevalente, ma incompatibile con i dettami della “morale naturale”.

Le sconfitte della Chiesa sul divorzio e sull’aborto erano maturate sul piano sociale e culturale, prima che su quello politico. Le vittorie della Chiesa sulla legge 40 e – Dio non voglia – sul fine vita si stanno consumando contro, e non secondo, la cosiddetta morale corrente. Anche per questo la politica è stata costretta bellicosamente a riesumare una legislazione da Stato etico, di cui gli avversari delle pronunce della Consulta (che ha quasi interamente smontato la legge 40), non solo non riconoscono il carattere anti-costituzionale, ma rivendicano un valore “antropologico” pre-costituzionale. Nondimeno, le “leggi cattoliche” rimangono l’altra faccia del fallimento e dell’impotenza pastorale di una Chiesa, la cui riconosciuta autorevolezza morale non suona minimamente persuasiva sulle questioni che, con ogni evidenza, le stanno più a cuore: i temi della morale sessuale e familiare e dell’etica medica e scientifica.

In questo processo di “bioeticizzazione” della morale cristiana, Berlusconi è l’interlocutore politico ideale. La radicalizzazione dello scontro politico, anche sul piano internazionale, e il successo della forze politiche localistiche, tradizionalistiche e reazionarie lo hanno persuaso dell’esigenza di non avere alcun “nemico a destra”. La sua laicità naturale ha così lasciato spazio ad un confessionalismo opportunistico, come il suo liberalismo fiducioso e aperto è stato soppiantato da un conservatorismo  ansiogeno e vittimistico, che fa un po’ l’eco e un po’ il verso a quello della Lega. A tutto ciò Berlusconi aggiunge  – ed è un ulteriore atout, non un ostacolo, nei rapporti con oltre-Tevere – un irresistibile disinteresse per la natura e le sorti della partita epocale che la Chiesa intende giocare, a partire da un paese così prossimo, come l’Italia, e così dolorosamente lontano dalla sua dottrina.

Come con i Patti Lateranensi la Chiesa era finalmente giunta a riconoscere lo Stato italiano nella figura “provvidenziale” del dittatore ateo e anti-cristiano, ma interessato a scambiare la legittimazione della dittatura e la subordinazione politica della Chiesa con la clericalizzazione dello Stato, anche il “provvidenziale” Berlusconi offre ai palazzi vaticani uno scambio alla pari: la consacrazione del berlusconismo come nuova forma di unità politica dei cattolici in cambio del riconoscimento del primato politico della Chiesa sulle questioni eticamente sensibili.

In questo scambio, ovviamente, a Berlusconi è richiesto di “spoliticizzare” la natura laica e mondana del suo personaggio, e alla Chiesa di temperare l’intransigenza su quei temi dell’etica pubblica estranei al dossier biopolitico, su cui il Cavaliere meriterebbe, anche da parte cattolica, le più dure censure. Se la dissociazione del Berlusconi privato da quello pubblico non deve costare troppa fatica al leader del PdL, che paga volentieri il prezzo imposto dal “mercato politico”, è probabile che dentro la Chiesa questo dichiarato collateralismo imponga prezzi molto più salati.

Il gioco delle parti tra Berlusconi e la Chiesa funziona comunque in modo collaudato. C’è sempre un berlusconiano di servizio pronto a giustificare le richieste della Chiesa, a rettificarne le interpretazioni malevole e a garantire la disponibilità dell’esecutivo. E c’è sempre un monsignore di complemento pronto a relativizzare e “contestualizzare” le intemperanze del premier e a perdonare al Dr. Jekyll di Palazzo Chigi gli sbandamenti del Mr. Hide di Palazzo Grazioli, riscattando con le pubbliche virtù del primo i vizi privati del secondo.

Anche la rivendicazione del “ruolo pubblico” della religione, alla luce di questo rapporto, assume una dimensione interamente politico-istituzionale, più che sociale e civile.  Non si esige, insomma, che la voce della fede risuoni liberamente nello spazio pubblico, senza le costrizioni che un’idea troppo “francese” della laicità repubblicana opporrebbe alla libertà dei cattolici e delle organizzazioni ecclesiali.  D’altra parte, sarebbe curioso rivendicare come un obiettivo una libertà che, alla Chiesa di Roma, nell’età repubblicana e in quella pre-fascista non è mai stata negata, ma semmai imbalsamata prima nel sistema delle guarentigie e in seguito nella logica concordataria. A limitare la piena libertà dei credenti è piuttosto l’idea che la Chiesa e lo Stato siano legati da un vincolo di lealtà politica e non è un caso che i “giovani turchi” anticonciliari –  a partire da quelli di CL –  che oggi dettano la linea della politica berlusconiana dessero, negli anni ‘70 e ’80, un’interpretazione molto più disinvolta del collateralismo cattolico e un giudizio molto severo della subalternità culturale delle organizzazioni ecclesiali.

Eppure, è toccato proprio a questi apostoli dello spregiudicato “antagonismo” cattolico reinterpretare la libertà dei credenti in un senso piattamente confessionale e tradizionalistico. E sono proprio i fatti di questi giorni a dimostrare come questa “rivincita cattolica”, questa orgogliosa reconquista dell’Italia, nei suo presupposti culturali e teologici non serva affatto, ma piuttosto danneggi la causa della libertà e della vita delle centinaia di milioni di cattolici che, nel mondo islamico, in Africa, in Cina e nel sud-est asiatico, rivendicano l’esatto contrario, cioè il diritto ad una fede estranea alla “religione dei padri” e la forza di un cristianesimo che è solo scandalo e non tradizione.
Di tutto questo, Berlusconi non si cura, perché, visto che gli piacciono la vita e le donne, pensa che la religione sia una cosa da preti. Mentre dei preti, dei vescovi e dei cardinali, da vero uomo pratico, si cura eccome.