Categorized | Il mondo e noi

Midterm 1 – Cadono anche gli ‘dei’ nella democrazia USA

– Le elezioni di midterm del 2010 hanno confermato la tradizione – sconfessata solamente da George W. Bush nel 2002 – che vuole il partito del Presidente perdere consensi a metà mandato, anche se il numero di seggi e di governatori passati ai Repubblicani è tale da poter parlare di risultato storico.

L’analisi politica dello spostamento dell’elettorato americano nuovamente verso destra non è l’oggetto di questa riflessione.  Qui ci vogliamo soffermare  su due aspetti importanti che confermano la vitalità, la dinamicità e la leadership del popolo americano, lungi dall’essere in preda a quel declino che troppi troppo spesso e troppe volte gli hanno attribuito con malcelata soddisfazione.

Nel 2008 si è assistito ad un evento di portata storica. La meravigliosa cavalcata vincente di Barack Obama ha coinvolto ed emozionato miliardi di persone, dimostrando al mondo come siano gli Stati Uniti il più innovativo Paese al mondo, in grado di cambiare senza paura, di crescere imparando dalle proprie difficoltà, di guidare verso il futuro alleati e competitors che difficilmente riescono a tenere il passo con la innata tendenza a migliorarsi insita nel dna americano. L’elezione di Obama ha rappresentato una svolta epocale nella politica mondiale. Non si è trattato solo del primo Presidente di pelle nera: Obama è stato una novità per mille altri motivi e ha saputo rinvigorire molta parte del popolo americano, gli ha donato una nuova veste nella quale farsi accettare dagli altri, ha costituito un avvenimento che è andato sui libri di storia in tutte le tante sfaccettature del suo significato.

Non ci si preoccupò troppo, all’epoca, delle gigantesche aspettative suscitate nell’entusiasmo degli elettori: ma è certo che quando si vola tanto in alto, la caduta fa molto male. Ieri gli americani sono andati a votare in condizioni drammatiche. L’economia ristagna, la disoccupazione è rimasta alta, le promesse di miglioramento non sono state mantenute. Per la prima volta da decenni, i ragazzi temono per il loro futuro e sono circondati da chi dà per spacciato il loro Paese. La delusione in chi era stato presentato come il messia non può non costituire un durissimo colpo, che avrebbe tramortito per anni qualsiasi altro Paese: ma l’America non è un Paese qualsiasi.

La grandezza del popolo americano, oggi confermata, sta nell’aver disciplinatamente – con forza ma compostezza – usato lo strumento democratico a sua disposizione per incanalare una rabbia che è evidente dall’intensità del turn around, e che è sintomo di una grande delusione direttamente proporzionale all’entusiasmo di appena 2 anni fa. Certo, tra i 300 milioni di  cittadini Usa esistono anche quelli che questa rabbia avrebbero voluto sfogarla in maniera poco consona; ma rimangono agli estremi confini di un sistema che continua a dimostrare la propria vitalità, che dice al mondo intero che il vero valore aggiunto a stelle e strisce non sono i Presidenti, non sono le istituzioni, non sono i partiti: sono i cittadini.

Persone che si iscrivono alle liste elettorali, altrimenti non votano; che vengono chiamate ad esprimersi per diverse cariche istituzionali che in Europa non definiremmo “politiche” ma afferiscono, ad esempio, anche al mondo della giustizia; che dedicano volontariamente e gratuitamente molto loro tempo alle cause in cui credono, con semplicità e convinzione e sempre sorridendo; che preparano il loro bel cartello apparentemente inutile e poi però si organizzano e dal nulla danno vita ad un movimento come quello dei tea parties, fino a farlo diventare una forza che attrae anche i grandi finanziamenti ma riesce ad incanalare senza alcuna violenza un malcontento ferocemente enorme.

A prescindere dalle valutazioni squisitamente politiche, chi giustamente celebrò la magnificenza dell’evento elettorale del 2008 non può negare quanto grande sia quello del 2010: a dimostrazione della leadership di un popolo sempre pronto a mettersi in gioco, a rialzarsi dopo la caduta, a cambiare il proprio cavallo senza paura di sembrare ondivago. Orgoglioso di accettare persino che l’entusiasmo se ne sia andato in due anni, che il miglioramento preveda anche un doppio cambio di direzione, che nessuno – nemmeno un candidato protagonista della più emozionante campagna elettorale della storia dell’umanità – può permettersi di calpestare la volontà di chi detiene la sovranità.

La seconda riflessione si riferisce ad alcune delle motivazioni apolitiche che hanno portato  Obama ad una sconfitta così netta. Le elezioni di midterm sono state anche e soprattutto un referendum su Obama, e il risultato è evidente. Per la sua natura egli è un candidato formidabile, che però non riesce a trasferire ad altri il suo appeal.  E’ vero, anche, che parte dell’effetto sorpresa con il quale ha sbaragliato i suoi avversari democratici e repubblicani nel 2008 non poteva ripetersi nelle successive tornate elettorali. Ma è vero soprattutto che gli americani sanno che fare il Presidente degli Stati Uniti d’America non è un lavoro semplice, e richiede caratteristiche e capacità non comuni. Obama sa usare le nuove tecnologie, è a favore dell’energia rinnovabile e si commuove per il climate change, favorisce la coltivazione delle verdure nell’orto della Casa Bianca, gioca a pallacanestro con i campioni della NBA, si arrotola le maniche della camicia, chiama il cane con le sue iniziali, riempie la west wing di frutta sana e sempre fresca, ha un fisico quasi perfetto, non ha capelli bianchi o quasi, balla benissimo quando va da “Ellen”, recita perfettamente spiritose battute alla cena con i giornalisti, prende le mosche al volo (lo avevate dimenticato, dite la verità), non si arrabbia mai, scrive libri di fiabe per bambini, dice che sua moglie è migliore di lui, si lascia prendere in giro da popolari comici in tv, organizza persino i concerti degli Earth Wind & Fire a Pennsylvania Avenue e quando parla sembra un professore che spiega ai suoi alunni, tanto che dice sempre “let me be clear” e “make no mistake”. Ci manca solo che si cambi d’abito in una cabina telefonica e poi decolli. Quanto è “cool” Obama? Tantissimo. Gli uomini vorrebbero essere come lui, le donne vorrebbero che i loro mariti fossero come lui, i figli che i loro genitori fossero come lui e Michelle.

Tutto molto bello. Ma per fare il lavoro più difficile al mondo serve altro. Serve esperienza, umiltà, tenacia, rispetto per le opinioni altrui, capacità e volontà di ascolto. Serve, soprattutto, la consapevolezza dell’eccezionalità del Paese che si guida, non di chi è pro tempore alla guida: perché è sempre più importante il popolo rispetto a chi lo dirige, nessuno è al di sopra del giudizio popolare, e gli interessi del Paese vengono sempre prima di quelli di chi è parte delle istituzioni. Questa è un’altra grande lezione che il popolo americano ha imparato, incarnato ed insegnato a sé stesso, al proprio Commander in chief e a tutto il resto del mondo. Chissà se a qualcuno fischieranno le orecchie.


Autore: Umberto Mucci

Nato a Roma nel 1969, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, ha un master in marketing e comunicazione. Si occupa di pubbliche relazioni in ambito di internazionalizzazione. Rappresenta in Italia l’Italian American Museum di Manhattan. Ha pubblicato per la rivista per italiani all’estero èItalia e per Romacapitale. Ha co-fondato e diretto la Fondazione Roma Europea.

2 Responses to “Midterm 1 – Cadono anche gli ‘dei’ nella democrazia USA”

  1. Luca Bocci scrive:

    Commento molto appropriato e largamente condivisibile, anche se il sottoscritto trova tutto quello che fa The One artefatto e pompato all’inverosimile dai media a lui totalmente asserviti (“amici” non basta più da tanto tanto tempo). Cool? Se vi piace un professorino saccente che non riesce a dire tre parole senza teleprompter, vuol dire che le nostre idee in quanto a “coolness” sono molto diverse. Trovo MOLTO più cool Marco Rubio o Rand Paul, ad esempio. Obambi è solo una maschera hollywoodiana: sotto il vestito mediatico, il vuoto assoluto.

  2. Passi pure per Rubio, ma per considerare cool Rand Paul…l’oculista più razzista d’America…sono obbligato a far scattare l’ìmpercettibile chiavetta dell’immaginazione. Con il più ossequioso rispetto per le tue idee.

Trackbacks/Pingbacks