– Di questi tempi il centro-destra italiano appare spesso in bilico tra suggestioni “machiste” – si pensi ad alcune esternazioni disinvolte del presidente del consiglio o alle polemiche sui criteri di selezione di candidate e dirigenti donne nel PDL – ed un’adesione spesso acritica a determinati assunti e ricette del femminismo. Non è escluso, peraltro, che vi sia proprio una relazione tra queste due sfaccettature della politica dell’attuale maggioranza.

In altre parole, così come il premier sta pensando di farsi perdonare, presso gli ambienti ecclesiastici, la “bestemmia” di qualche settimana fa consacrando l’azione del suo partito alla “sacralità della Vita” è altrettanto verosimile che cerchi di rintuzzare le accuse di “oggettificazione” della donna attraverso una “politica del fare” di concessioni sostanziali alle richieste della cosiddetta “lobby rosa”.

E’ il caso della proposta di legge per l’imposizione di una percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle  società quotate in Borsa e di quelle a partecipazione statale, promossa dall’on. Lella Golfo (PDL) e da  Alessia Mosca (PD), alla quale il governo ha espresso in questi giorni il proprio sostegno .

Secondo quanto prevede la nuova legge, che sia avvia verso una quasi certa approvazione parlamentare, nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in un consiglio di amministrazione per meno del 30%, pena la decadenza dello stesso consiglio. Si tratterebbe di innalzare ex-lege di almeno cinque volte il numero di donne nei CDA italiani, riducendo conseguentemente le opportunità per i dirigenti uomini.Nei fatti c’è da ritenere che l’imposizione di queste “quote rosa” genererà una tale situazione di saturazione degli spazi disponibili nei consigli di amministrazione che per un’intera generazione di top manager maschi sarà pressoché impossibile ambire a posizioni in un CDA.

I presupposti e gli esiti della proposta sono fortemente discutibili, sia perché le aziende sono private del diritto di scegliere liberamente i propri dipendenti, sia perché le Istituzioni vanno a rendere il genere sessuale di una persona un fattore giuridicamente rilevante, in contrasto con il principio fondamentale della neutralità dello Stato nei confronti dei suoi cittadini.Sul fatto se sia utile e giusto sacrificare  la carriera di uomini competenti, per sostituirli con delle donne in nome di un’eterogeneità vista come un fine in sé, è del tutto condivisibile quanto puntualizza Alessandro De Nicola sul Sole 24 Ore

“È ozioso discutere se le donne fanno bene al bilancio della società; le manager brave sì, quelle scadenti o inadatte no. Sicuramente non sarà una qualunque burocrazia in grado di determinarlo. Avete mai visto la politica premiare il merito piuttosto che la convenienza elettorale?”

La sensazione è proprio questa, infatti. Le “quote rosa” nei CDA come trovata politica a buon mercato (a buon mercato per i politici, dato che il “costo” non lo pagheranno loro, bensì i manager del settore privato) che però non ha una reale giustificazione in termini di efficienza aziendale e forse in definitiva nemmeno una reale efficacia dal punto di vista della professionalità femminile, in quanto potrà indurre parecchi a considerare le donne in carriera come “privilegiate” e “raccomandate”, a prescindere dai loro effettivi meriti.

L’obiettivo delle quote rosa è, del resto, quello di assicurare non l’uguaglianza davanti alla legge, bensì l’uguaglianza dei risultati, senza considerare che le differenze statistiche nel punto di arrivo tra uomini e donne non sono necessariamente il risultato di una “discriminazione”, ma più spesso dell’insieme di tante scelte individuali e di preferenze differenti.

Insomma, se gli uomini fanno mediamente più carriera delle donne, questo non ha primariamente a che fare con uno strabismo dei datori di lavoro, bensì con il diverso bilanciamento tra impegni della vita professionale ed impegni della vita privata a cui uomini e donne addivengono.

Gli uomini avanzano maggiormente perché sono mediamente più devoti al lavoro e  meno assorbiti dagli impegni domestici. Questo non si traduce solamente in “più ore più soldi”, ma garantisce agli uomini maggiori occasioni di socializzazione professionale ed in definitiva di crescita in termini di responsabilità.

Peraltro si commette un profondo errore filosofico quando si introduce l’idea di “genere sottorappresentato”. E’ quello di trasporre in economia un concetto della rappresentanza che invece appartiene al dominio della democrazia politica.

A rigore, già negli organismi politici elettivi è sbagliato parlare di “sotto (o sovra) rappresentazione” di uno dei due sessi, in quanto, da Costituzione, gli eletti non rappresentano i cittadini del proprio sesso, bensì la Nazione tutta.

Ma meno che mai il concetto di “sotto (o sovra) rappresentazione” può avere senso in economia. In economia ciascuno si rappresenta da sé – ed appare quanto meno bizzarro affermare che chi si trova in una determinata “posizione” rappresenti gli altri. I dirigenti non rappresentano gli impiegati, così come i lavoratori attivi non rappresentano i disoccupati; il manager di successo non rappresenta chi per minore abilità o fortuna non si trovi nella stessa posizione, così come i vincitori del Superenalotto di sabato scorso non rappresentano coloro che non sono stati baciati dalla sorte.  I membri del CDA in qualche modo loro sì sono dei rappresentanti, ma degli azionisti, non certo di concetti più vasti quali la demografia nazionale.

Di conseguenza chi se la sentirà di spiegare ad un uomo con un curriculum eccellente che non può accedere al lavoro o alla promozione che merita perché è “già rappresentato”, cioè perché le persone del suo stesso sesso che ricoprono quel tipo di ruolo già lo fanno in sua voce ed in sua vece?

Nei prossimi anni, il graduale venir meno della contrapposizione di classe tradizionale (tra “padroni” e lavoratori) condurrà ad articolare i termini del dibattito politico secondo polarità diverse ed è del tutto plausibile che sulla “questione di genere” si esprima una delle dualità future. Almeno questo è l’obiettivo di chi vive il problema del rapporto tra i sessi solo nei termini della contrapposizione e della redistribuzione.

In questo senso è un problema che il centro-destra sia in ritardo nell’elaborazione di una visione autonoma – di stampo liberale e liberalconservatore –  e che pertanto finisca semplicemente per recepire in modo subalterno dispositivi che culturalmente gli dovrebbero essere alieni. Quote ed azioni positive sono, infatti, strumenti di ingegneria sociale elaborati nell’alveo della socialdemocrazia nordica e della cultura “liberal” (cioè progressista) nordamericana.

Moderne forze di centro-destra dovrebbero rigettare la prospettiva di usare la forza legislativa per plasmare la società sulla base di visioni “a tavolino”. E dovrebbero anche confutare l’idea che l’avanzamento femminile debba essere considerato un obiettivo a prescindere – da perseguire a qualunque costo, anche a quello di ingiustizie e di discriminazioni di Stato nei confronti dei cittadini di sesso maschile.

L’ambito di applicazione della legge sulle quote rosa nel CDA è senz’altro circoscritto. Va a colpire pochi uomini – si tratta di top manager, quindi di una categoria invisa a molti e considerata “politicamente sacrificabile”.

Sarebbe tuttavia sbagliato sottovalutare la portata di questo “salto di qualità” normativo. L’introduzione di elementi di “diritto sessuato” rappresenta, nei fatti, un vulnus importante al concetto di uguaglianza dei cittadini davanti allo Stato e alla legge.

E’ urgente, pertanto, mobilitarsi per una risposta politica e culturale alle affirmative actions, e invece di soluzioni di puro trasferimento di potere politico ed economico tra i due sessi, si dovrebbe invece privilegiare una apertura del mercato che consenta a tutti gli outsider (uomini e donne) la possibilità di entrare in effettiva concorrenza con le troppe posizioni consolidate del nostro sistema socio-economico.

Ciò può avvenire da un lato attraverso politiche di liberalizzazione del lavoro, del commercio e dell’impresa, dall’altro attraverso un nuovo concetto di “welfare to work”, che includa tra l’altro un maggior sostegno alle famiglie per la cura dei bambini e degli anziani non autosufficienti, favorendo così anche una partecipazione più attiva delle donne al mondo del lavoro.Idee e soluzioni pragmatiche e bottom-up da offrire al centro-destra di oggi e di domani  come alternativa liberale all’armamentario dirigista, statizzante e burocratizzante  delle “pari opportunità”.