Patto di stabilità Ue: ha vinto la Merkel, non è chiaro su cosa

– Immaginiamo un paese della zona euro sull’orlo del precipizio come la Grecia, ma invece che nel maggio del 2010, immaginiamolo nel 2014. Già da due anni i suoi conti pubblici sono sottoposti al controllo rafforzato di Bruxelles e il governo si è dovuto impegnare a tenere sotto controllo deficit, debito e competitività. Ma questo non è bastato e, un po’ come nel caso dell’Irlanda, il paese non è mai veramente uscito dalla crisi, e soprattutto non ha mai ripreso a crescere abbastanza.

I mercati lo puntano minaccioso, gli spread sui bond salgono, la spesa pubblica è fuori controllo e qualche cattiva notizia costringe il governo ad una misura straordinaria che aumenta il pessimismo degli investitori. Rifinanziarsi sul mercato diventa impossibile e in qualunque altra situazione il default sarebbe la via obbligatoria. Ma l’Eurozona tutta ne risentirebbe. Cosa fare? E’ questo lo scenario che Angela Merkel, cancelliera tedesca all’apice della sua influenza in Europa, aveva in mente nel chiedere una riforma del Trattato di Lisbona la settimana scorsa a Bruxelles. Ed essendo la Germania la prima contribuente del bilancio dell’Unione, oltre ad essere la prima chiamata in causa in caso di difficoltà, ci ha messo molto meno del previsto a convincere i colleghi europei.

Merkel ostaggio dei giudici di Karlsruhe, verso una revisione ‘chirurgica’ del Trattato

Il convitato di pietra del vertice europeo è la Corte costituzionale di Karlsruhe, il cui giudizio pesa come un macigno sulle azioni della cancelliera. Dopo aver dato un via libera condizionato alla ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Germania, le toghe di Karlsruhe devono pronunciarsi sul ricorso presentato a maggio da alcuni professori tedeschi, secondo cui l’aiuto di emergenza alla Grecia e il fondo salva-Stati sono illegittimi. I giudici hanno deciso di rinviare la sentenza alla fine del 2012, poco prima delle elezioni, dando in questo modo Merkel in condizione di agire, ma con una pressione enorme. Per questo Berlino insiste sulla creazione di un ‘meccanismo permanente di risoluzione delle crisi’ che sostituisca la ‘European Financial Stability Facility’ messa a punto in fretta e furia a maggio per salvare non più la Grecia, ma la zona euro tutta, sotto attacco da più parti. Vuole poter agire con le spalle coperte da un punto di vista giuridico.

Ci sono due articoli del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea che interessano i giudici di Karlsruhe. Il 125.1 contiene la famosa ‘no bail out clause’ e non può essere toccato, poiché la stessa Merkel ci rimetterebbe nei confronti del suo elettorato, vista la campagna, dai toni a tratti sgradevolissimi, condotta dalla stampa tedesca al momento dell’intervento a favore della Grecia. Il 122.2 lascia invece più margini di manovra, poiché prevede che in circostanze eccezionali si possa concedere “un’assistenza finanziaria dell’Unione ad uno Stato membro”. In questa direzione, e grazie all’articolo 48.6 del Trattato sull’Unione europea, sarà possibile fare una piccola modifica che non debba essere sottoposta a referendum negli Stati membri. Le modalità tecniche verranno valutate dal presidente stabile dell’Ue Herman Van Rompuy.

Il nuovo meccanismo di ‘gestione’ della crisi: salvataggio o default?

La linea da seguire per la riforma della governance economica dell’Ue era stata annunciata a Deauville da Merkel e dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Ma la vincitrice, per ora, è la prima. La Francia ha infatti chiesto che le sanzioni previste per gli sforamenti di bilancio non siano applicate in modo automatico, ma da parte dei Ventisette non c’è stato un pronunciamento chiaro in questa direzione. Berlino aveva invece insistito per una sospensione dei diritti di voto per i paesi lassisti, ma secondo molti osservatori la richiesta – che avrebbe implicato ben altri ritocchi ai Trattati – era stata avanzata solo per aumentare la pressione e poter essere scambiata contro altri impegni.

Ma Merkel e Sarkozy sembrano essere tornati da Deauville con due idee un po’ diverse del ‘meccanismo permanente’. La Germania infatti vuole sostanzialmente introdurre una forma di ‘default pilotato’ per i paesi in difficoltà, che dovrebbero rinegoziare le scadenze del debito, sospendere il pagamento degli interessi e eliminare le richieste dei creditori. In sostanza, il paese che nel 2014 dovesse ritrovarsi così in difficoltà da non poter fare altro che avvalersi del meccanismo, dovrebbe intraprendere una ristrutturazione del debito – compreso un ‘haircut’ – che non offrirebbe garanzie integrali agli investitori privati. Il sostegno finanziario verrebbe garantito solo a condizioni molto stringenti e quasi respingenti, con una partecipazione del Fondo monetario internazionale. Per ora non c’è accordo, ma solo una scatola vuota dai profili piuttosto indefiniti e controversi, se si pensa che il primo sostenitore della proposta tedesca sembrava essere la Francia, che invece sulla parola ‘ristrutturazione del debito’ è tutt’altro che d’accordo.

Le perplessità della Bce

L’accordo di Deauville appare come una mossa abilissima della Merkel, che però ha indispettito molti, sia per ragioni politiche – l’essere stati esclusi da decisioni così importanti – sia per ragioni tecniche, ossia i contenuti di quanto convenuto. A partire dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, che ha criticato tutte e due i capitoli dell’accordo: sia l’ammorbidimento delle sanzioni, che a suo avviso devono rimanere automatiche come previsto nelle proposte della Commissione, sia la possibilità di un default pilotato, che creerebbe a suo avviso troppa incertezza sui mercati e alzerebbe di molto il costo di finanziamento dei paesi deboli. La linea di Berlino è estremamente pragmatica: rendendosi conto che il percorso di riforma del Patto di stabilità e di crescita è accidentato e che il rigore, anche nel migliore dei casi, non potrà risanare a stretto giro la situazione degli Stati membri più deboli, guarda avanti e pensa già al dopo.


Autore: Cristina Marconi

Nata a Roma nel 1979, laureata in filosofia alla Normale di Pisa, bilingue francese, giornalista professionista dal 2005. Vive a Bruxelles, da dove scrive regolarmente, tra le altre cose, su Il Messaggero e Il Mattino. Per l'agenzia di stampa Apcom, dove ha lavorato per 8 anni, si occupava soprattutto di economia e finanza.

3 Responses to “Patto di stabilità Ue: ha vinto la Merkel, non è chiaro su cosa”

  1. Germanynews scrive:

    Mi permetta alcune precisazioni sul primo paragrafo.

    Lei scrive: “Le toghe di Karlsruhe devono pronunciarsi sul ricorso presentato a maggio da alcuni professori tedeschi, secondo cui l’aiuto di emergenza alla Grecia e il fondo salva-Stati sono illegittimi. I giudici hanno deciso di rinviare la sentenza alla fine del 2012, poco prima delle elezioni, dando in questo modo Merkel in condizione di agire, ma con una pressione enorme.”

    Ciò non è del tutto esatto. Un primo ricorso per sospendere provvisoriamente gli effetti della legge per la concessione di aiuti finanziari alla Grecia Währungsunion-Finanzstabilitätsgesetz“ – (WFStG) è già stato respinto. Qui sotto trova il comunicato in inglese.

    http://www.bundesverfassungsgericht.de/en/press/bvg10-030en.html

    Il secondo ricorso, invece, preparato dai medesimi professori e dall’associazione Europolis ha visto il numero dei ricorrenti aumentare esponenzialmente. E’ vero che il Bundesverfassungsgericht deve ancora esprimersi, ma non mi risulta che sia stato detto che lo farà entro il 2012 (?!), anche perchè le elezioni (intende quelle federali?) sono nel 2013. Può per caso linkarmi dove l’ha letto?

  2. Cristina Marconi scrive:

    Salve, la data nella quale dovrebbe essere emessa la sentenza mi è stata confermata da più fonti diplomatiche. Sul primo punto avrei voluto dilungarmi, ma purtroppo ci sono delle esigenze di sintesi da rispettare. La ringrazio per l’attenta lettura e per le precisazioni, sempre benvenute.

Trackbacks/Pingbacks