Napolitano in Cina, non una parola su Liu Xiaobo, troppe sui meriti degli oligarchi di Pechino

– Il 26 ottobre, da Pechino, dove si trovava in visita di Stato, il presidente della Repubblica Napolitano si è unito pubblicamente  alla condanna dell’Unione Europea e della Santa Sede contro la pena di morte comminata all’ex numero due del regime irakeno, Tarek Aziz.

Lo stesso 26 ottobre, il capo dello Stato italiano dichiarava di giudicare “stravagante” la richiesta di sollevare, con i suoi interlocutori cinesi, il caso di Liu Xiaobo, il Vaclav Havel cinese, insignito da pochi giorni del Premio Nobel per la pace, e condannato lo scorso Natale a 11 anni di reclusione per “attività sovversiva”.

A Napolitano è apparso legittimo sindacare e criticare la sentenza di una corte irakena verso il “volto umano” del regime di Saddam, ma è sembrato sconveniente mettere il dito nella piaga purulenta della violenza politica e sollevare il tappeto del miracolo cinese per scoprire la polvere della dissidenza, che ancora ingombra e imbarazza la “macchina del consenso” di Pechino.

Se è oggettivamente evidente la sproporzione tra il peso della fragile democrazia irakena e quello della solida oligarchia asiatica, non è così “stravagante” chiedere al Presidente di un paese democratico di difendere la causa – e la vita – di un dissidente politico, che rischia di sparire nel nulla anche per la fittissima rete di silenzi che i leader di governo internazionali accettano “responsabilmente” di tessere con il regime di Pechino

Le cronache da Pechino hanno raccontato di un Napolitano più propenso a mediare che ad incalzare, più a concedere che ad eccepire. Comprensibili ragioni di protocollo e di interesse politico consigliavano ovviamente relazioni stabili con Pechino. Ma non imponevano un riconoscimento troppo generoso dei passi avanti di Pechino:
Ha detto Napolitano parlando alla Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese:

Gli enormi progressi cinesi – ha affermato il Capo dello Stato – non si misurano solo nella sfera economica. Il cammino intrapreso dalla Cina sulla via delle riforme politiche, del rafforzamento dello Stato di diritto, del rispetto dei diritti umani così come dell’apertura e liberalizzazione dei mercati è di fondamentale importanza per una armoniosa integrazione in un sistema internazionale aperto e per una piena sintonia con l’Europa. Sono profondamente convinto che sia nell’interesse cinese portare avanti, in piena autonomia, questo processo.

Ci pare un tributo eccessivo verso un modello che compete con quello occidentale “disaccoppiando” i vantaggi della libertà economica e i costi della libertà politica e rivendicando la superiore efficienza, anche sul piano economico, di un sistema di governo che libera l’economia, ma continua ad incarcerare il dissenso, così prevenendo il “disordine politico”.
Continuando a fingere che il modello cinese si stia, lentamente, approssimando a quello di uno stato di diritto, e non ne rappresenti invece una pericolosa alternativa culturale e politica, le democrazie non fanno i propri interessi, ma servono purtroppo quelli di Pechino.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Napolitano in Cina, non una parola su Liu Xiaobo, troppe sui meriti degli oligarchi di Pechino”

  1. Maralai scrive:

    questa volta concordo con carmelo palma; napolitano doveva esplicitamente dire che detenere in carcere per motivi politici, perchè ha ripetuto più volte la parola LIBERTA’ è un crimine! ai dirigenti cinesi la traduzione.
    mn

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