– Nei giorni scorsi ho avuto un interessante scambio di e mail con Pierre Desrochers, professore associato all’Università di Toronto, che mi ha gentilmente concesso di tradurre alcuni suoi articoli per La Valle del Siele. Il senso, in estrema sintesi, dei suoi studi, è che non è ragionevole continuare a insistere nel voler proteggere le produzioni locali dal mercato globale, anche attraverso l’alibi ideologico della presunta sostenibilità ambientale della “spesa a km zero” e questo per diverse ragioni.

In primo luogo la sovranità alimentare è fonte di insicurezza alimentare e di instabilità dei prezzi: se gli approvvigionamenti provengono tutti da una stessa area geografica, sono più facilmente soggetti ai rischi a cui le produzioni agricole sono normalmente esposte, e lo sono tutti insieme. Pretendere di panificare in Italia solo con grano made in Italy significa che il prezzo del pane dipenderebbe solo dall’andamento dei raccolti italiani, senza che i surplus provenienti da altri paesi possano intervenire a calmierarlo..

Un mercato aperto non è vantaggioso solo per i consumatori, ma anche per gli stessi agricoltori, che possono approfittare di sbocchi commerciali più ampi per i loro prodotti: è di questi giorni la notizia che l’export italiano di pasta verso la Cina è aumentato, dal 2000 al 2009, del 339%, ed è in costante crescita. Sarebbe stato possibile se in Cina avessero adottato le politiche protezionistiche così care a molti in Europa? Oppure pretendiamo che a noi sia concesso vendere altrove mentre agli altri dovrebbe essere impedito di vendere da noi? Se le frontiere russe fossero state chiuse ai cereali del resto del mondo, dopo la siccità e gli incendi dei mesi scorsi i consumatori russi avrebbero subito un’insostenibile impennata dei prezzi al consumo mentre i produttori del resto del mondo non avrebbero potuto approfittare dell’inevitabile aumento dei prezzi all’origine.

Un altro discorso è quello della sostenibilità ambientale: pretendere che tutto il fabbisogno agroalimentare sia prodotto vicino alla porta di casa significa che gran parte della produzione avverrebbe in aree climatiche e su terreni non vocati. Questo, se da una parte comporta maggiori costi e minori profitti per i produttori (che si traducono in prezzi più alti per i consumatori), dall’altra comporta una minore sostenibilità ambientale della produzione locale, dato che quei maggiori costi deriveranno da un uso più massiccio di acqua per l’irrigazione, fertilizzanti e fitofarmaci, oltre a richiedere l’impiego di più superficie agricola.

Mentre non ha alcun fondamento scientifico l’ipotesi secondo la quale ridurre le distanze percorse dal cibo porterebbe a una riduzione delle emissioni di gas serra, dato che il trasporto su lunghe distanze incide per il 4% sulle emissioni legate al cibo , mentre il resto proviene dalle fasi di produzione, stoccaggio e conservazione. Un’agricoltura più efficiente e aperta al mercato è molto più sostenibile di un’agricoltura di prossimità. Come ha scritto Pierre Desrochers

Il prezzo dei generi alimentari, benché imperfetto in ragione dei molti fattori che incoraggiano l’inefficienza (sussidi, quote, tariffe) rende un’idea generalmente molto più precisa dell’impatto ambientale delle produzioni agricole rispetto al loro luogo d’origine, in quanto tiene conto di tutti i costi di produzione. Qualsiasi discussione seria a proposito della riduzione dei gas serra nel settore agricolo dovrebbe concentrarsi in primo luogo sull’eliminazione delle barriere commerciali.

E per avere un’idea della conseguenze nefaste delle politiche che incoraggiano la sovranità alimentare, è sufficiente rivolgere lo sguardo ad un passato per noi neanche troppo remoto: oggi si parla di “spesa a km zero” laddove una volta si parlava di protezionismo, mentre qualche decennio prima la parola più in voga era “autarchia”. La sostanza non cambia, così come non cambiano gli effetti.