Quanto è compatibile la Stato-dipendenza finanziaria del sapere con la libertà?

– È un manifesto dal pensiero debole – dice Pierluigi Battista. Nulla dice, nulla evoca. A nessuno parla davvero, questo appello no partisan alla reinassance repubblicana. Non alla politica – la quale è conflitto, non ricomposizione. Non ai cittadini – sebbene la partecipazione di costoro ne sia la finalistica determinazione.
Il manifesto in realtà a qualcuno parla: la categoria degli intellettuali medesimi. E questo ne fa un esercizio di autismo costruttivo di una ‘classe’ che sostanzialmente non esiste più in quanto tale – soppraffatta com’è dall’immaterialità dei nuovi modi e delle nuove agenzie di produzione di senso, e dalla perdita di rilevanza di uno status – il loro – un tempo sì pregiato.

L’intellettuale è un signore bibliograficamente attrezzato ad interpretare il valore politico del sapere. Uno che pensa il fare, e che attraverso quel pensiero influenza la decisione politica. Quella dell’intellettuale quindi è in realtà un’attività altro che contemplativa, è performazione allo stato puro; è una ‘missione concretezza’ perseguita attraverso la persuasione argomentativa e la suggestione ideale. La missione concreta degli ottobrini, ad esempio, è favorire la normalizzazione del discorso politico italiano. Riportare un po’ di sale nella zucca politica. Non è una missione nuova. Libri, giornali, webmagazine ‘carbonari’ – che fanno da anni, se non questo? La novità però stavolta è la lobby, la dimensione ‘corporativa’ dell’iniziativa.

Ed a me questa cosa ha fatto venire in mente la questione dell’Inps e delle pensioni dei giovani di cui ci ha parlato proprio qui Marco Faraci.
Cosa c’entra l’Inps? – chiederete voi. Mah! Associazione furiosa di idee liberali?

E poi mi ha fatto venire in mente anche un’altra cosa, il manifesto di Ottobre. Ciascuna delle attività della mente di cui si nutre l’intellettuale italiano è sostanzialmente retribuita – o sovvenzionata – dallo Stato.
Docenti universitari, produttori di cultura, politici, televisionari hanno questa comune peculiarità: esercitano un’attività economicamente dipendente dal finanziamento pubblico.

Pubblicamente, nel nostro paese, finanziamo l’editoria, le università, le attività culturali, la politica, la Rai. Non finanziamo i blog, i musicisti indipendenti, i creatori di quei (non poi così rari) nuovi prodotti del pensiero – facebook, il mac, i libri di Bruno Vespa…  – che ci hanno permesso in questi lunghi anni di traversata nel deserto verso la modernità secondo-repubblicana di riconciliarci con la nostra dimensione civile.
Le cose finanziate dallo Stato – dalla Rai al cinema made in Italy, dalle Università ai quotidiani – funzionano tendenzialmente male.
Che ci sia una relazione?

Gli interrogativi che gli ottobrini hanno cominciato (e continueranno) ad investigare sono tanti ed ambiziosi. Proponiamo di aggiungerne un altro, quanto pertinente giudicatelo voi.
Quanto è compatibile la stato-dipendenza finanziaria del sapere con la libertà?


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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