Fiat, gli errori storici della Cgil (da cui i dirigenti non vogliono imparare)

– Nel corso della sua lunga storia la Fiat, il kombinat industriale insieme più odiato e più amato,  non è mai stato un interlocutore raffinato nel campo delle relazioni industriali. Le sue iniziative sono sempre state caratterizzate da un grande senso pratico per risolvere problemi reali che si presentavano all’orizzonte. E tutte le volte in cui i rapporti di forza glielo hanno consentito non ha mai esitato a perseguire con durezza i propri obiettivi.

A dire la verità, la stessa cosa hanno fatto i sindacati, a partire dalla Fiom-Cgil che, con alterne vicende, ha rappresentato nel corso dei decenni, l’antagonista principale del gruppo (lo si vede anche nell’atteggiamento di Sergio Marchionne sempre più attento alle intemperanze di Maurizio Landini che al senso di responsabilità degli altri partner sindacali). Senza andare troppo lontano, sono noti, infatti, i rapporti di stima intercorrenti tra Giovanni Agnelli e Luciano Lama (peraltro ambedue juventini sfegatati) e protagonisti di uno dei più gravi ‘misfatti’ del dopoguerra: l’accordo sul punto unico di scala mobile che sfasciò, a lungo, l’assetto delle retribuzioni e contribuì a trasformare l’indennità di contingenza in un mostro produttore di inflazione (anche quella scelta, tutto sommato, fu un segno del senso pratico dell’Avvocato per antonomasia, allora al vertice di Confindustria).

Tuttavia, tra l’azienda e i sindacati, i periodi di tregua sono stati abbastanza limitati, nel senso che quasi sempre hanno seguito lo svolgersi di contrasti e conflitti, alla conclusione dei quali una delle due parti rimaneva temporaneamente sconfitta. E questo esito – quando ha riguardato il sindacato – ha prodotto, nei tempi migliori, delle riflessioni autocritiche tali da consentire un avanzamento complessivo delle relazioni industriali. Purtroppo non è stato sempre così quando a vincere è stato il sindacato, il quale ha ritenuto di trovare, nelle sue vittorie di Pirro, una conferma di posizioni molto spesso sbagliate e incapaci di comprendere i cambiamenti economici e produttivi (fatto salvo, ovviamente, il merito di aver portato un po’ di libertà negli stabilimenti, nell’interesse di tutti).

Ai tempi di Vittorio Valletta, la Fiat costituì un vero e proprio modello di relazioni industriali autoritarie. L’azienda, avviata a guidare la ricostruzione prima e il miracolo economico poi, doveva liberarsi di un sindacalismo fortemente politicizzato, come quello espresso dalla Cgil dopo le scissioni intervenute tra il 1948 e il 1950. Peraltro, Valletta non ebbe la mano leggere neppure con la Cisl, tanto da promuovere una scissione che diede vita al Sida (il sindacato dell’automobile, antenato dell’attuale Fismic) che, nel mondo sindacale, ha rappresentato per anni il prototipo del ‘sindacato giallo’.
Segretario della Cisl di Torino, a quei tempi, era Carlo Donat Cattin che, divenuto autorevole uomo politico e ministro del Lavoro durante l’autunno caldo, non perdonò mai alla Fiat quell’operazione.

Il ‘vallettismo’ era la sintesi di politiche diverse: i lavoratori potevano contare su di un’occupazione sicura, in un contesto di attività sociali (mutua aziendale integrativa, colonie, borse di studio, ecc.)  definito paternalista, ma tutt’altro che disprezzabile (i sindacati che negli anni ’70 lo smantellarono forse adesso lo rimpiangono), ma dovevano essere disciplinati, scioperare il meno possibile e lavorare senza tanti grilli per la testa.
Gli attivisti della Cgil venivano isolati nei c.d. reparti confino o licenziati. È in questo clima che, nel 1955, la Cgil non solo perse la maggioranza assoluta nelle elezioni delle commissioni interne (gli organismi rappresentativi dei lavoratori), ma subì una cocente sconfitta perché i voti alla lista della Fiom-Cgil crollarono dal 65% al 36%; la Fim-Cisl salì dal 25% al 41%, la Uilm-Uil dal 10% al 23%.

Fu Di Vittorio che nella ‘storica’ riunione del Comitato direttivo della Cgil del 26 aprile condusse un’analisi coraggiosa denunciando le intimidazioni, le rappresaglie e i licenziamenti che avevano annichilito la classe operaia. Ma oltre a tali elementi – che pure pesavano – il leader della Cgil si interrogò sugli errori della Fiom e sul suo distacco dalla realtà delle fabbriche che stavano diventando sempre più moderne e caratterizzate da specificità non raccolte dalla contrattazione interconfederale e nazionale di categoria.  Val la pena di ricordare le sue parole, pronunciate cinquant’anni or sono, ma di una modernità sconcertante, perché valide anche oggi:
“Il progresso tecnico e la crescente concentrazione monopolistica dei mezzi di produzione, accentuano continuamente queste differenze, determinando condizioni di vita e di lavoro estremamente differenziate fra vari gruppi di operai anche in seno alla stessa azienda. Il fatto che la Cgil – proseguiva Di Vittorio – sottovalutando questo processo di differenziazione, abbia continuato negli ultimi anni a limitare la sua attività salariale quasi esclusivamente alle contrattazioni nazionali di categoria e generali, è stato un grave errore…..La situazione oggettiva ci obbliga – concludeva – a far centro della politica salariale la fabbrica, l’azienda”.

Allora, le parole avevano un peso. Ammettere ex cathedra di aver compiuto un “grave errore” (quando sarebbe stato molto più semplice e meno dirompente prendersela, al solito, con i padroni)  fu uno shock per centinaia di quadri. Poi ci furono delle conseguenze anche ai vertici delle organizzazioni più esposte. Il segretario comunista Giovanni Roveda e quello ‘aggiunto’, il socialista Luigi Della Motta, persero il posto e furono sostituiti, rispettivamente, da Agostino Novella e da Vittorio Foa (membri della segreteria confederale).
Bei tempi quelli in cui i gruppi dirigenti pagavano il fio dei loro errori (anche se in verità non erano solo Riveda e Dalla Motta a sbagliare).

Negli anni sessanta e settanta le cose cambiarono. Mentre nel primo decennio la Fiat (come del resto l’intera industria) fu teatro di una importante riscossa operaia che si concluse con lo storico contratto del 1969 (anche in quel caso ci fu un ‘siparietto’ iniziale molto significativo di cui la Fiat fu protagonista nel senso che i sindacati le imposero il ritiro delle sospensioni come condizione pregiudiziale per iniziare le trattative per il rinnovo), negli anni settanta  il gruppo fu in balia di una conflittualità esasperata che contribuì a decretarne il declino. Fino a quando il nuovo ‘ad’ Cesare Romiti non decise che era venuto il momento di combattere per salvare l’azienda.

L’errore dei sindacati (tutti assieme) fu quello di negare la crisi, di non capire che la ristrutturazione era un passaggio indispensabile perché l’azienda potesse sopravvivere. Fim, Fiom e Uilm con l’appoggio delle confederazioni misero in piedi una lotta ad oltranza che portò al blocco dei cancelli per 35 giorni. Nell’ottobre del 1980 fu la ‘marcia dei Quarantamila’ a segnare la fine di un’epoca del sindacalismo italiano. Il giorno dopo quell’evento le confederazioni, misero da parte i riottosi dirigenti metalmeccanici e firmarono l’accordo. Ma quella sconfitta non fu né inutile né vana.
I sindacati vennero indotti ad affrontare con spirito realistico e collaborativo i grandi processi di riconversione di quasi tutti i settori (la petrolchimica, la siderurgia, la navalmeccanica, i porti, ecc.) che caratterizzarono il decennio ottanta. Oggi lo ‘sconfitto’ Maurizio Landini si permette di dettare legge in confederazione.

È legittima, allora, una domanda: dopo la svolta di Sergio Marchionne che cosa succederà?
Cisl e Uil non si sono tirate indietro. La Cgil, invece, ha continuato a farlo. Oggi però è iniziata la ‘partita della vita’. Se perde la Fiat, perde anche il Paese. Anche se la Fiat non  se ne andasse dall’Italia, ma continuasse a vivacchiare nel conteso asfittico delle attuali regole del lavoro. Marchionne sa bene che non lo può fare. Non può chiudere, da un momento all’altro, baracca e burattini. E nell’agitare questa minaccia usa una pistola scarica. Ma non può rinunciare a portare avanti la sua battaglia. I riformisti devono appoggiare la sua linea di condotta, perché se vince la Fiat, anche il sindacato (quello che non si opporrà al progetto di Marchionne) avrà compiuto un salto nella modernità.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

5 Responses to “Fiat, gli errori storici della Cgil (da cui i dirigenti non vogliono imparare)”

  1. Sveglia, ragazzi! scrive:

    Veramente impagabile prof. Cazzola! Citare Di Vittorio che promuove la contrattazione decentrata nel pieno del boom industriale italiano, in un contesto monopolisitico e con una classe operaia unita, consapevole e combattiva all’evidente sopo di perorare, oggi, la causa del decentramento contrattuale, in un contesto di deindustrializzazione, di globalizzazione, di frammentazione è un colpo da maestro, ma tantino sfacciato, non crede?
    Ad ogni modo il suo excursus storico da persona evidentemente informata dei fatti (ex-CGIL, se non erro), oltre che dotta, non spiega affatto perchè la FIAT stia facendo una battaglia tutta politica contro la FIOM. Se lo sa perchè non lo spiega anche a noi con parole semplici invece di girare intorno al problema con indubbia abilità retorica e creare ulteriore confusione sulla faccenda?

  2. massimo scrive:

    Se perde la Fiat, vince l’Italia, quella vera che lavora che produce, che investe. Tutto quello che negli anni e’ stato regalato alla Fiat sappiamo bene che fine ha fatto: privatizzare il guadagno, addebitare allo stato la spesa

  3. Andrea Benetton scrive:

    @Sveglia, ragazzi!

    > perchè la FIAT stia facendo una battaglia
    > tutta politica contro la FIOM.

    Semmai è il contrario. I sindacati sono talmente abituati a fare politica che quando li si chiama a discutere di relazioni industriali non sono più in grado di separare il piano ideologico da quello degli interessi concreti dei lavoratori.

  4. Sveglia, ragazzi! scrive:

    A parte il fatto che le relazioni industriali SONO una faccenda politica! Il punto è che la FIOM sta parlando di orari di lavoro, di possibilità concreta di esercitare il diritto di sciopero e di altre cose molto, molto concrete e che incidono sulla realtà quotidiana dei lavoratori, mentre Marchionne contrappone un muro di Gomma retorico e ideologico dal quale sembra che dai dieci minuti rubati ai lavoratori di Pomigliano dipenda la possibilità, per tutti i lavoratori italiani (sic) di aumentare la produttività e raggiungere gli incrementi salariali della Germania. Ridicolo, se non fosse chiaro, scusate la dietrologia, che Marchionne sta semplicemente facendo il lavoro sporco per qualcuno, cioè il tentativo di eliminare il conflittualismo nel sindacato italiano. In cambio di cosa e per chi non è dato sapere, visto che il prof. Cazzola non ci aiuta a capire…

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