Inps e bolla pensionistica. Una battuta ci seppellirà

– Il presidente dell’INPS Antonio Mastropasqua, parlando alcuni giorni fa ad un convegno organizzato da Ania e Consumatori, avrebbe risposto con una battuta (poi smentita) a chi gli chiedeva come mai per i lavoratori parasubordinati, i cosiddetti “precari”, non fosse possibile consultare on-line la proiezione dell’assegno previdenziale atteso a fine carriera: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati – ha detto – rischieremmo un sommovimento sociale”.

Non sappiamo giudicare se si tratti di una battuta felice, ma la sensazione è che ci sia molto di vero nel fatto che tanti giovani rischiano di raccogliere solamente le briciole del dividendo di un welfare che pure negli anni avranno contribuito pesantemente a finanziare.
La battuta di Mastropasqua non è stata rilanciata negli ambienti del centro-destra. E’ invece circolata nella blogofosfera di sinistra, non certo per analizzare le vere cause dello squilibrio pensionistico, quanto per gridare prevedibilmente al “massacro sociale” perpetrato dalla maggioranza.
I dipietristi hanno addirittura annunciato un’interrogazione al ministro Sacconi stigmatizzando il fatto che “un’intera generazione finisca in condizioni di indigenza e povertà”.
Al di là degli espedienti retorici, è invece ormai acclarato che la difesa dei pensionamenti precoci dei lavoratori di oggi – caldeggiata da sinsitre varie e Cgil – sarà pagata a caro prezzo dalle generazioni successive.

Il vero problema di questo paese infatti è la classe politica che non si assume mai il rischio di “decidere” e che preferisce essere anti-popolare piuttosto che apparire impopolare – una classe politica che immancabilmente considera le prossime elezioni più importanti della prossima generazione.
Sarebbe sconveniente per il centro-destra al governo spiegare che le cose non vanno così bene come Giulio Tremonti ama ripetere. E sarebbe altrettanto imbarazzante per Bersani o per Vendola spiegare al loro popolo che il sistema del welfare così come l’abbiamo conosciuto finora non è più sostenibile.

In questo contesto i giovani di oggi si trovano penalizzati due volte. Da un lato perché saranno loro a pagare il conto della generosità del sistema pensionistico attuale. Dall’altro perché la dualità del mercato del lavoro scaricherà su di loro la responsabilità di assicurare la flessibilità dell’intero sistema, rendendo necessariamente il loro percorso lavorativo e contributivo più accidentato di quello dei loro genitori.

Come illustrano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel libro Contro i giovani, le nuove generazioni giocano una partita a handicap. Un giovane che entri oggi nel mercato del lavoro vede gravare su di sé 80 mila euro di debito pubblico e 250 mila euro di debito pensionistico. I primi 330 mila euro che pagherà allo Stato serviranno soltanto a “fare pari” con il buco lasciato da una generazione che ha avuto il posto fisso e la pensione a 50-55 anni.
Questi sono i danni che sono stati fatti dal sistema pensionistico a ripartizione che a lungo ha mascherato gli effettivi costi della via italiana alla coesione sociale.
Anche volendo escludere l’eventualità di default, la previdenza rappresenta oggi un elemento di vulnerabilità strutturale del sistema Italia e la sua sostenibilità finirà per riposare su una massiccia re-distribuzione intergenerazionale dai figli ai padri.
Il presidio dei privilegi dei cinquantenni di oggi potrà finanziarsi solamente con il sacrificio di una nuova generazione che sborserà tanto per non avere indietro quasi nulla.

Le prospettive pensionistiche dei cosiddetti precari sono particolarmente desolanti.
Secondo una stima del CERP  di Torino un parasubordinato che cominci a lavorare a 25 anni, potrebbe godere a 65 anni di una pensione pubblica tra i 5 e gli 8 mila euro lordi – calcolati sulla base delle aliquote contributive attualmente previste e supponendo livelli salariali medio-bassi.
È evidente che assegni di quegli importi sarebbero, nei fatti, equivalenti a delle pensioni sociali.
In definitiva l’aver contribuito alle casse dell’INPS per quarant’anni non renderebbe più di quanto non aver mai versato un solo euro in tutta la vita.
Siamo innegabilmente di fronte ad un vistoso incentivo a lavorare in nero.
Ma anche per coloro – come i lavoratori con inquadramento più tradizionale – per i quali l’assegno si presume un po’ più pesante, il bilanciamento tra contributi versati ed effettivo ritorno sarà con tutta probabilità negativo.

Anche se il danno è stato in buona parte già fatto, esisterebbero tuttora margini per una correzione almeno parziale dello scenario devastante che la “bolla” previdenziale porta con sé.
Servirebbero grandi scelte nazionali di responsabilità, quali l’abolizione delle pensioni di anzianità, la parificazione dell’età pensionabile per uomini e donne ed il passaggio per tutti al sistema contributivo – scelte mature che richiederebbero probabilmente una cultura di governo più improntata alla costruzione del futuro ed una più spiccata consapevolezza del problema, da parte della pubblica opinione che troppo spesso continua a cullarsi nell’illusione della gratuità del welfare pubblico.
Simili riforme potrebbero consentire di raggiungere un equilibrio più sostenibile tra popolazione attiva e popolazione a riposo. Dalla dismissione di una parte dell’immenso patrimonio immobiliare dello Stato potrebbero, a quel punto, arrivare fondi per sanare il debito pregresso – in modo che dagli accantonamenti delle nuove generazioni scaturiscano diritti di proprietà reali.

La sensazione, invece, è che si tirerà a campare con un governo che si accontenterà per quieto vivere e tornaconto elettorale di gestire l’amministrazione ordinaria – e con un’opposizione partitica e sindacale pronta a “castigare” persino i pochi sussulti riformatori della maggioranza.
Nell’immediato far finta di niente conviene a tutti e poi in fondo – ci insegna Keynes – nel lungo periodo saremo tutti morti…


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

7 Responses to “Inps e bolla pensionistica. Una battuta ci seppellirà”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Risponde a verità che quanto affluisce nel Fondo Gestione Prestazioni Temporanee dell’INPS non viene capitalizzato?

  2. GIANCARLO scrive:

    Triste e dura verità. Chi si prenderà la responsabilità? Non vedo Statisti all’orizzonte.

  3. Sveglia, ragazzi! scrive:

    Potrei anche concordare sulle affermazioni dell’autore quando mette in rapporto il “sacrificio di una generazione” al “presidio dei privilegi dei cinquantenni di oggi” a patto di intendersi su quali sono i privilegi e su chi sono i ciquantenni in questione.
    E’ del tutto evidente infatti che la precarietà lavorativa, le aliquote contributive ridotte e i bassi livelli salariali che caratterizzano le giovani generazioni provocando il ben noto dualismo del mercato del lavoro non portano certo vantaggi ai lavoratori che godono di migliori condizioni contrattuali, ma bensì ai loro datori di lavoro. Se ci si riferisce a questi ultimi parlando di generazione dei cinquantenni e al privilegio concesso loro da norme liberticide e da una classe politica tutta appiattita sugli interessi degli imprenditori, siamo d’accordo!
    Mi sembra però che siamo ancora una volta di fronte all’ennesimo vergognoso tentativo di trasformare con abili artifici retorici un evidente cnflitto di interessi tra classi sociali in un inesistente conflitto generazionale all’interno della stessa classe.
    Divide et impera, come sempre…

  4. Parnaso scrive:

    Perchè pagare un’aliquota di € 27,72% sui propri compensi di pseudo co.co.co e co.co.pro., senza usufruire di ammortizzatori sociali in caso di perdita di lavoro, quando a 65 anni ( forse 70 anni tra 40 anni) prenderò la stesa pensione che prende una casalinga che non ha sborsato 1 € – dico 1 € – di contributi?
    L’ingiustizia non è pagare i contributi, l’ingiustizia è l’esistenza della gestione separata Inps.

  5. Cristian Cattalini scrive:

    Caro Marco,
    ti ringrazio per ciò che hai scritto. Io vedo questo come “il problema”. Tremonti e Sacconi sono deludenti, forse anche peggio, nascondono il furto, dicono che i conti della previdenza pubblica italiana sono fantastici.

    Sino ad ora non ho sentito parole chiare di Fini su questo tema. Si è disponibili a togliere qualcosa a chi è stato privilegiato per ripristinare un certo equilibrio generazionale?

    Siamo d’accordo che al momento sarebbe giustificato un massiccio sciopero fiscale e contributivo se non altro per la fascia di under 45 che lavora come partita iva o con i vari contratti atipici che fanno riferimento alla gestione separata INPS?

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  2. […] Su Libertiamo.it Marco Faraci spiega dove vanno a finire i soldi dei contributi versati dai giovani precari, dato che (ed è bene che non si sappia in giro, sostiene il presidente dell’Inps) non contribuiranno a formare la loro pensione. […]