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Piazze piene, urne vuote

– Le recenti cronache politiche ci hanno consegnato due eventi della sinistra che hanno evidenziato una significativa ed entusiastica partecipazione: la manifestazione della FIOM e il congresso di SEL.
Ciò ha in qualche modo riacceso le speranze di un’ampia parte del popolo della sinistra che vede in Vendola, protagonista anche alla manifestazione FIOM, un credibile e vincente leader capace di riunire le sue diverse anime, partendo proprio dai temi del lavoro. Come egli ha infatti detto, Melfi e Pomigliano sono i necessari cartelli stradali per superare la destra.

In verità, pare invece che si vada nella direzione opposta e che gli eventi citati siano il preludio di una nuova pesante sconfitta della sinistra, con un suo possibile arretramento e, soprattutto, con una redistribuzione interna a favore di SEL e IDV.
Al riguardo, l‘interesse intorno al successo di partecipazione e di entusiasmo intorno ai due eventi sembra dimenticare l’importante lezione nenniana: “Piazze piene, urne vuote”.

Uno slogan che nella sua elementare semplicità coglie due importanti aspetti strutturali:
–    la radicalizzazione delle posizioni (e delle dichiarazioni) come ingrediente per il successo partecipativo;
–    la sopravvalutazione dell’unico dato fisicamente percepibile, ossia il grado di partecipazione, che indica la capacità di richiamo della collettività cui si rivolge (e quella organizzativa dei promotori), ma non necessariamente anche quella di attrarre consenso.

D’altronde, un paradigmatico esempio della veridicità di quanto detto è stato proprio il PD che da un lato ha sempre ottenuto un ampio successo (sia alle primarie sia nella straordinaria manifestazione pubblica del circo massimo), tranne poi perdere tutte le consultazioni elettorali cui ha partecipato.
Ovviamente, non si vuol dire che vi sia un rapporto di causa–effetto, ma solo che il successo partecipativo non è un valido indice per valutare il potenziale consenso elettorale.

Molto più importante al riguardo è la forza attrattiva della proposta politica nella misura in cui essa sia capace di dare rappresentazione, e soluzione, alle esigenze sociali.
È su questo versante che lo scetticismo acquista vigore, poiché malgrado l’ammaliante retorica vendoliana, prevale in entrambi gli eventi una lettura passatista, soprattutto sulla problematica del lavoro (ma non solo).

In particolare, vi è l’arroccamento a difesa delle misure normative e contrattuali storicamente elaborate per dare attuazione al diritto al lavoro, a prescindere dalla loro continua utilità, quando non addirittura della loro attuale giustizia sociale (se proprio fosse necessario alzare le barricate della protesta sociale, lo si dovrebbe fare per la moltitudine di lavoratori atipici privi di qualsiasi tutela, forse, anche previdenziale).
Allora ha ragione Vendola quando dice che a Melfi e Pomigliano si giocano le sorti per il futuro della sinistra italiana, ma per le ragioni opposte a quelle da lui difese. Melfi e Pomigliano non sono delle macellerie sociali, ma i laboratori dove si stanno sperimentando faticosamente le possibili difese contro le nuove aggressioni al diritto al lavoro, che oggi giungono sul piano effettuale dalla capacità di restare dinamicamente competitivi per non perdere, forse irreversibilmente, interi settori produttivi in favore di altre realtà economiche fortemente concorrenziali.

Ecco il senso della sfida di Marchionne, il quale pone a premessa delle sue argomentazioni una inconfutabile verità: “l’Italia è al centodiciottesimo posto su centotrentanove per efficienza del lavoro ed è al quarantottesimo posto per la competitività del sistema industriale”. E colpisce che le aspre reazioni al suo intervento nulla dicano al riguardo. Se non va bene la ricetta di Marchionne, si ha il doveroso onere di indicare le possibili alternative concrete. Inoltre, sembra davvero paradossale non accettare la sfida di chi si dichiara pronto ad aumentare il basso livello dei salari degli operai, a condizione ovviamente di un aumento della produttività. Sembra paradossale opporvisi in nome di un presunto superiore interesse, individuato da qualcuno che si arroga il diritto di rappresentare ‘i’ lavoratori senza in realtà averne ricevuto espresso mandato. Se anche fosse un bluff, varrebbe comunque la pena vederne le carte. O no? Ci sarebbe tutto da guadagnare.

D’altronde, ciò dovrebbe significare per la sinistra riscoprire, per usare una terminologia vendoliana, la sua missione: prestare una tutela sostanziale ed effettiva alle forme di ingiustizia e diseguaglianza sociale. Questa finalità – inesauribile in quanto la diseguaglianza e l’iniquità sociale sono concetti dinamicamente relazionali e possono originarsi anche dalle precedenti forme di tutela – è ancora oggi la ragione sociale della sinistra, e non già la conservazione dell’esistente.
Inoltre, oltre che ingiusto potrebbe anche essere inutile. Infatti, attestarsi rigidamente su un’inderogabile linea difensiva può comportare la definitiva sconfitta nel caso di sfondamento della stessa; mentre un suo riposizionamento può rappresentare il presupposto per una futura controffensiva.
E oggi la linea difensiva del diritto al lavoro è costituita dalla conservazione del più alto livello di produzione e occupazione possibile, pena il rischio di un declino economico che costituirebbe il vero fattore di regresso civile e sociale per l’intera comunità nazionale.

Una sinistra moderna dovrebbe pertanto osservare criticamente la realtà contemporanea, invece di restare prigioniera del suo passato, anche per contribuire a preparare una controffensiva basata sull’innovazione tecnologica, sulla capacità competitiva, sul dinamismo sociale (da edificare sul merito dell’individuo, unico vero fattore di promozione sociale), su un sistema formativo di eccellenza, sul ridisegno di un nuovo e più leggero welfare per dare tutela alle nuove forme di ingiustizia sociale a costi socialmente accettabili e sostenibili.
È su questi elementi, a parte gli omaggi retorici, che ci sembra cogliere nei due eventi un ritardo culturale, che è la vera causa della marginalità politica della sinistra nella c.d. seconda repubblica (periodo consegnato alla storia come l’età berlusconiana, nonostante per quasi metà di esso al governo vi sia stato il centro sinistra!).
Ciò determina l’apparente paradosso evidenziato dagli ultimi sondaggi che vedono calare entrambi i principali partiti e il contestuale incremento dell’astensione. L’analisi di quest’ultimo dato, evidenzia che non si tratta di una generica scarsa attenzione sui temi pubblici, quanto invece di una consapevole insoddisfazione verso l’offerta politica attuale: un PD impantanato nelle sue irrisolte contraddizioni che, anzi, subisce il richiamo della foresta protestataria e un PDL religiosamente schierato a difesa della regia persona.
Ecco perché l’eventuale emergere di un’offerta politica capace di dare vita alle aspirazioni di rinnovamento e modernizzazione, potrebbe colmare il gap di rappresentazione anche per quella parte di elettorato di sinistra che non ha nostalgia dell’eskimo.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

One Response to “Piazze piene, urne vuote”

  1. GIANCARLO scrive:

    Bene l’analisi sulla situazione della sinistra, meno chiaro quello sulla destra. Mi interrogo su quale destra dedidere l’estensore dell’articolo. Quella berlusconiana non va bene, e ne convengo anche io, ma quale è e, sopratutto, su quali contenuti deve nascere questa nuova destra. Le uscite di Fini su giustizia e fisco sono il preludio di questa nuova destra?

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