di LUCIO SCUDIERO – Ma come parla Marchionne? Canadese? Italiano? Economichese? O parla provocatorio? Di tutto, un po’, secondo me. Ma per lo meno quando parla lui le parole agiscono come il sale sulle ferite aperte del paese: bruciano. Tanto Sacconi fa la crocerossina da sempre, lui e Tremonti, che il paese regge, e l’occupazione pure.

Certo, nei decenni la Fiat ha beneficiato di tanti e tali sussidi di Stato che, a volerli enumerare, se ne lascia in strada certamente qualcuno. Ma non é questo il punto (e provo a dirlo anche a Gianfranco Fini, che all’ad di Fiat ha risposto con questo argomento).

Il fiume di denaro che lo Stato italiano ha riversato nelle casse della Fiat é figlio di un’epoca permeata di statalismo e keynesianesimo: la famiglia Agnelli ha preso, ma in cambio accettava ció che lo Stato le chiedeva di fare. E poi, quanti soldi dei contribuenti italiani sono finiti e continuano a finire in Eni, Enel, Finmeccanica, Alitalia, Tirrenia e compagnia sussidiando? Alitalia è stata fatta fallire a spese dei contribuenti, e sottolineo “contribuenti” evidenziando “è stata fatta”, pur di non allearla nella migliore delle alleanze possibili (con Klm) o di venderla agli invisi francesi di Air France.

Quando poi l’amministratore delegato della Fiat va in tivù a dire che ha evitato quell’epilogo portando la produzione delle auto in giro per il mondo, la politica dalla morale lunga e la memoria corta gli ricorda i soldi incassati nel corso della storia repubblicana. Come se si potesse essere “puri” da spesa pubblica in un Paese in cui lo Stato intermedia la metà del Pil.

Se nemmeno un euro dell’utile operativo atteso nel 2010 proviene dall’Italia, all’erario italiano vanno però i 245 milioni di imposte pagate da Fiat nel terzo trimestre di quest’anno. Imposte generate da una base imponibile in larga parte prodotta all’estero.

Ma non è il dato ragionieristico a interessare di più in questa vicenda, del chi ha dato quanto a chi. Anche perché se è vero che da quando guida il Lingotto la Fiat non ha ricevuto aiuti dallo Stato italiano, Marchionne è diventato maestro del forum shopping, bravissimo ad arbitrare i sussidi elargiti al comparto automobilistico in giro per il mondo.

Piuttosto è il contenuto politico delle sue affermazioni che avrebbe dovuto destare qualcosa in più del riflesso contabile-nazionalista nei nostri leader politici, Fini incluso. L’Italia è, ormai da anni, il buco nero della produttività del lavoro, l’unico paese del mondo sviluppato dove l’ipertrofia sindacale fa rima con la moderazione salariale, dove una minoranza di blocco ben organizzata basta a far saltare accordi conclusi dalla maggioranza dei lavoratori. E’ questa la sfida politica nel messaggio di Marchionne, che da solo, senza la spalla di uno straccio di sottosegretario, ha intrapreso a Pomigliano una difficile battaglia che serve alla Fiat nella stessa misura in cui serve all’Italia: legare i salari alla produttività, riscrivere le regole delle relazioni industriali. Cose che accadono in Germania, mica in Cina.

Come la ripresa economica, d’altronde, che accade in Germania, mica in Italia.