Che uomo, la Rosy! Dalla Puglia alla Padania, in nome dell’Umberto

– La anima una verve particolare, un impeto viscerale, una sorta di forza oscura capace di scuoterla dal profondo. Dopotutto è il Darth Vader della Lega, capelli lunghi come manto corvino e una sorta di malcelata rabbia verso le proprie origini. Rosy Mauro è nata a San Pietro Vernotico, comune in terra salentina, ma nei confronti dei compaesani sembra non provare alcuna pietà: dal palco di Pontida s’esprime con un accento che cela a stento la familiarità con nonno Libero – il Lino Banfi ultima maniera –  e che è oscurato solo dalla veemenza con cui, ogni volta, rinnova il sacro giuramento dei “nostri” popoli. Nostri di chi?

Sigmud Freud l’avrebbe scelta come interessante caso di studio. Probabilmente la Rosy  –  come direbbero nelle valli per nordicizzare un diminutivo che ha clamorosamente terronizzato il vero nome, Rosa Angela –  se ne è andata carica di speranze da quella terra prolifica madre d’emigrati, a cui Mariano Laurenti, creatore mai domo di simboli e espressive icone di padana vita quotidiana, dedicò un film che sintetizza, più di tante analisi, una verità politologica: “Si ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesi”.
A questo punto, anche per averci fornito i sindacalisti e politici padani.

Non avendo la taglia adatta per partecipare al mitico concorso di Miss fazzolettone verde e timorosa di dover indossare, arrivando in finale, quella coroncina stile Lucia ne “I promessi sposi” del Trio Lopez-Marchesini-Solenghi, Rosy intraprende una carriera tutta muscoli e distintivi. Oggi ha più stellette lei sul bavero del cappotto nero, indossato come il mantello volteggiante di un super eroe, che il Generale Petraeus: segretario organizzativo dell’onorato e battagliero Sindacato Autonomista Lombardo, baluardo contro le angherie dei padrùn, commissario del partito in Emilia, dove è calata come gli Unni a punire le indegnità morali di Lusetti (ex vicepresidente del partito regionale), Sfinge e Sibilla del verbo bossiano, e soprattutto guardia del corpo e dell’anima dell’Umberto, che in tutti i comizi importanti sale sul palco accompagnato dalla Rosy, come Gheddafi dalle sue amazzoni.

In attesa di diventare Presidente del Parlamento Federale Padano nel 2008 Rosy decide di diventate Vice-presidente del Senato italiano. Così anche lei scende a Roma ladrona, come altri militanti della causa padana, per occupare una cadrega nazionale. Dopotutto non si sa mai, la rivoluzione va fatta da dentro: è dolce figurarsela così, titubante, a farsi domande. La si immagina pensosa, la notte, in un attimo di dolcezza, di mite e femminea insicurezza, sotto il piumone protettivo, mentre ricorda in preda a impetuosi incubi le amiche d’infanzia, cui è mancato il coraggio di fuggire alla morsa del Sud mangione e sprecone, piccole provinciali che laggiù si sono accontentate di diventare madri di famiglia.

Rosy Mauro, invece, pare essersi imposta un obiettivo da raggiungere con la stessa grinta con cui Sarah Palin s’è attaccata alla giacca di John McCain: invertire l’ordine di nome e cognome, prendere il genere del secondo e non del primo, comportarsi da Mauro e non da Rosy, da uomo del nord, non da donna del sud ed esibire una mascolinità profonda, che il seno prorompente pare insultare ad ogni passo, ma che la grinta esprime in ogni intervento.
In tanti si sono sperticati nel tentativo tutto politologico di raccontare la Lega come il partito dell’innovazione culturale, capace persino di scegliere una donna come delfino del capo supremo e per giunta meridionale. Ma proprio per conquistare quel ruolo così importante nell’immaginario di un popolo d’elettori sempre più consistente, attratto da una Lega che, c’è da ammetterlo, sa stare per strada, sa radicarsi in modo crescente, la Rosy ha scelto di costruirsi un’iconografia tutta muscolare, veemente: insomma maschile. Il profilo della Mauro, direbbero in un salone per capelli di Ivrea, non è materno e protettivo, ma celoduristicamente aggressivo. Non è una chioccia, è una guerrigliera, e se Umby affacciandosi dalla finestra di legno di una qualsiasi baita glielo chiedesse urlando, come è ovvio, lei indosserebbe elmetto e scudo e si getterebbe nella mischia, nella battaglia, con la devozione sincera e completa ad una causa.

Quale sia la causa, poi, non si sa bene. Il federalismo, la secessione, di nuovo il federalismo, comunque il Nord, sempre il Nord…Viene un dubbio: e se la Rosy avesse compiuto un lungo tragitto, iniziato alla stazione di San Pietro Vernotico all’età di diciotto anni, solo per venire su, nelle terre dei padroni e delle fabrichette, per difendere i compaesani vessati dai capitalisti? E se in fondo ad animarla fosse stato uno spirito da Robin Hood dei terroni? E se la lotta di classe l’avesse portata là dove l’inchioda oggi il cuore, all’ombra dell’Umberto, che è insieme la peggiore destra e la peggiore sinistra della politica italiana, ma c’ha fascino – e che fascino.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

4 Responses to “Che uomo, la Rosy! Dalla Puglia alla Padania, in nome dell’Umberto”

  1. gianni scrive:

    Condivido quanto scritto ma mi permetto di evitare di citare la città di Ivra in modo inopportuno per due motivi primo perchè è uno ancora delle poche città del Piemonte dove, fortunamente, il centro sinsitra, stravince, secondo perchè l’espressione “Il profilo della Mauro” è un’espressione biellese, vercellese e novarese ed Ivrea non rientra in queste zone dove invece la Lega vince grazie

  2. Umberto scrive:

    Ma che articolaccio da osteria…..
    ma per favore evitiamo ste futili critiche. Abbiate pazienza ma questo articolo mi risulta davvero fastidioso…. c’è davvero bisogno di abbassarci ai livelli di “Rosy Bindi lei è più bella che intelligente”?
    Io credo di no, queste stupidaggini lasciamole a Feltri e a gentaglia simile per cortesia.

  3. questo è un’articola da vipera

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