Non è l’immigrato che ti ruba il lavoro. È Tremonti che non fa le riforme

di SIMONA BONFANTE – Negli ordini professionali di immigrati non ce ne sono. I ‘negri’ fanno gli operai, le pulizie in casa della gente, badano ai nostri nonni. Non fanno l’avvocato, il giornalista, il commercialista. Il mercato professionale italiano, dunque, è immune dalla competizione a ribasso che si verifica invece nei gradini più bassi della scala dei mestieri, dove la presenza dello straniero pare minacciare di più l’occupabilità dei lavoratori italiani.
Eppure, un giovane professionista italiano oggi fatica parecchio a trovare un lavoro adeguatamente remunerato. Molto spesso anzi pur di fare capolino nell’oligarchia degli attivi, un neo-professionista accetta di lavorare gratis per un periodo indeterminatamente lungo, per poi magari negoziare col capo un simbolico contributo alla fatica versata: un tot in centesimi di euro per ogni prestazione – chessò: un articolo, una dichiarazione dei redditi, una causa civile.

Il mercato degli ordini – si dirà – è un mercato chiuso. Ed in più l’offerta di professionalità è talmente over quota rispetto alla domanda da far risultare scontato l’alto tasso di non-occupazione, o di occupazione non adeguatamente remunerata.
Il fatto però è che, proprio perché chiuso, il mercato delle professioni è immune da quella che viene emotivamente considerata la causa principale del degrado quantitativo e qualitativo della nostra occupazione, e cioè gli immigrati.
Se un giovane operaio italiano ha difficoltà ad accettare un posto di lavoro con uno stipendio da fame, mentre un operaio straniero quell’imbarazzo parrebbe non avvertirlo, il giovane compatriota in tuta blu si avvertirà vittima di una competizione sleale, a ribasso. Insostenibile, dunque.
Ebbene sappia l’amico che in realtà la stessa crudele competizione che patisce lui la subisce pure il giovane professionista che, pur non avendo i nègher in studio, viene posto dalle circostanze del suo mercato laburista davanti al medesimo dilemma dell’operaio: rimanere disoccupato o tirare a campare con quel poco che il mercato è ancora in grado di dare?

E qui casca l’asino. Il problema del nostro beneamato paese non è certo la competizione sleale dei cinesi o dei polacchi regolari ma il fatto che manca il ‘cosa’ per cui competere. Scarseggia il lavoro per cui ci si è formati mentre le opportunità di fare impresa si scontrano con costi proibitivi di accesso. Questo avviene perché il sistema italiano – con le sue insopportabili rigidità – scoraggia la creazione di ricchezza. Perché l’economia – in una dimensione sotto-infrastrutturata, pachidermicamente burocratizzata e strutturalmente anti-innovativa come la nostra – l’economia, si diceva, in un sistema così non respira, soffoca.

Ci sono in Italia più disoccupati tra giovani e donne, e più al sud che al nord. Al sud tuttavia ci sono anche meno immigrati. Le alte percentuali di non occupazione dunque non sembrano davvero potersi spiegare con la concorrenza al ribasso della forza lavoro non nata sul suolo patrio.
Checché ne dicano Lega e Pdl la priorità numero uno del nostro impaurito paese non è cacciare gli immigrati ma fare quelle riforme che rendano possibile innovare, investire, mettere in moto le cose e creare ricchezza, occupazione, imprenditorialità.

Perché parliamo di questo? Perché la maggioranza di governo ha recentemente ipotecato quell’opportunità accordando alla corporazione forense quelle tariffe minime che permettono al notabilato di mantenersi viziosamente castale.
Il governo, i provvedimenti sostanziali per la crescita, si ostina a ritenerli non così urgenti, e comunque non tali da dover incidere radicalmente sugli attuali asset del nostro sviluppo. Possibile ci fossero spese pubbliche più importanti della riforma dell’Università? Se si, accidenti, che Tremonti ci spieghi quali.

Crescete e moltiplicatevi – diceva il tale. Non mi spingerei a tanto. In fondo, già riuscire a crescere è un obiettivo dall’esito niente affatto scontato.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

5 Responses to “Non è l’immigrato che ti ruba il lavoro. È Tremonti che non fa le riforme”

  1. Valentina Tinco scrive:

    Grazie Simo per le sempre lucide sintesi!

  2. GIANCARLO scrive:

    Concordo con la sostanza dell’articolo, quello che mi lascia perplesso è come pensano i liberisti di poterlo fare nell’attuale panorama politico italiano. Se è impossibile con Berlusconi, sarà possibile con Fini e Bocchino? O con Bersani e Casini?
    Ai posteri l’ardua sentenza.

  3. Credo che nessuno veda in Fini / Bocchino la coppia del miracolo. Piuttosto ci si attende ad avere un governo “normale”, senza gli eccessi visti in questi anni ! Che poi ci vorranno altri 5 anni per mettere il programma in atto, e’ un altro paio di maniche

  4. Ghevin scrive:

    Assicuro una cosa: grazie al lavoro che faccio ops facevo (sono stato licenziato grazie all’immigrato che si accontenta di mezzo stipendio), tutte le aziende sono ormai in mano (occupazione) agli immigrati che lavorano più ore, e a meno paga. Tremonti dice: italiani adeguatevi. Proposta: ok, lavoriamo anche noi come gli immigrati, in compenso non paghiamo le tasse per compensare le scarse paghe. Risultato?
    Io consiglierei ai politici di andare a vedere come e chi lavora in tutte, e sottolineo tutte le aziende e fabbriche del centro nord Italia, magari cominceranno a capire. Ma sicuramente già sanno, anche loro i politici hanno i loro rendiconto dal lavoro degli immigrati.

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