– Lo sapevate che gli operatori di borsa ad Hong Kong hanno due ore di pausa pranzo? Nella piazza finanziaria più importante del continente asiatico (a settembre il controvalore medio giornaliero scambiato è pari a HKD 74 miliardi, corrispondenti a EUR 7,2 miliardi, circa il triplo di quanto trattato a Piazza Affari) le contrattazioni hanno inizio alle dieci del mattino, per concludersi alle quattro del pomeriggio, con due ore di interruzione a partire dalle dodici e mezza. E’ l’intervallo delle contrattazioni più lungo tra quelli previsti nei primi venti listini al mondo. Stando ad un articolo di Bloomberg, spassoso quanto ricco di spunti di riflessione, parrebbe che i trader operanti nell’ex colonia inglese stiano per dire addio all’invidiato privilegio di non esser costretti a consumare sul desk di lavoro il tristissimo sandwich o il misero trancio di pizza plastificata.

Le ragioni della nuova policy oraria che dimezzerebbe il break nelle sale operative dell’ex colonia inglese? La necessità di recuperare il gap orario nei confronti della borsa di Shanghai, che si ferma per soli novanta minuti dalle undici e trenta all’una del pomeriggio, con indubbi vantaggi, rispetto ad Hong Kong, nei tempi di reazione degli operatori alle cosiddette breaking news del mercato. Dal 1997, anno in cui il porto franco del mondo venne restituito alla Cina come Regione Amministrativa Speciale, quella di HK è una corsa contro il tempo con l’Impero di Mezzo (al momento le compagnie cinesi pesano per il 47 per cento della capitalizzazione complessiva del mercato di HK). Il tempo, si dice, è denaro. Un luogo comune raccapricciante e abusato che ci porta dritti dritti al cuore del problema: lo sfasamento dell’orario di contrattazioni tra le due piazze finanziarie ostacola (per qualche ora) le possibilità di arbitraggio sui titoli. E quest’ultimo presuppone la simultaneità delle operazioni: gli operatori vendono in Cina e comprano ad Hong Kong (o viceversa) la stessa quantità dello stesso “articolo” che è quotato su entrambi i mercati, e ne ricavano un profitto.

Lo scetticismo verso il “giro di vite” sugli orari annunciato dall’amministratore delegato di Hong Kong Exchanges and Clearing Ltd. è in larga parte giustificato, per due ordini di motivi. In primo luogo, il long lunch break affonda le sue radici nella tradizione coloniale del sistema economico più libero al mondo. Madre Patria Regno Unito ha storicamente concesso agli espatriati in Hong Kong il privilegio di non dover sottostare a ritmi di lavoro “cinesi”, che è cosa ben diversa dalla prerogativa di prendersela comoda. Non crediate che gli uomini d’affari passino le due ore contestate a gozzovigliare in chiassosa compagnia, ingollando avidamente le specialità della cucina Chiu Chow. I bankers dell’ex colonia britannica sono molto raffinati, mangiano ostriche saltate e piccioni arrosto nei ristoranti tre stelle Michelin, passando il tempo a presentare nuovi prodotti ai clienti, nel corso di colazioni più simili a seminari di cross-selling dei prodotti finanziari che non ad abbuffate pantagrueliche tra commensali paffuti e allegrotti. Ma il limite più evidente di questa restrizione annunciata risiede in quella che potrebbe definirsi sindrome di ottusità post-fordista nella gestione del tempo, fin troppo diffusa nell’era globale. Work smart, not hard è un motto assai meno praticato di quanto all’alba della cosiddetta new economy fosse lecito pensare. Chi è professionale ed efficiente sul lavoro – a maggior ragione se opera in un luogo “che pulsa di vitalità, progresso e pura gioia dei sensi e dello spirito” –  deve esser lasciato libero di non restare inchiodato al desk di lavoro per troppo tempo. Perché – ricordiamolo – lavorare per lavorare, o inorgoglirsi del proprio stile di vita workaholic è un’indicazione negativa su molti piani, non ultimo quello della salute mentale. Ergo della produttività.

Concludiamo con un appello. Liberisti di tutto il mondo, siate compatti nel sussurrare a gran voce: lunga vita ad Hong Kong e ai suoi usi commerciali. Che hanno resistito ai draghi e ai mandarini. E sopravvivranno anche alla bulimia regolatoria degli arbitraggisti più famelici. Siate altrettanto uniti nel dire “sì” alla circolazione di nuovi prodotti finanziari denominati in yuan-renminbi, “no” a fare di un luogo allegro e splendido il circuito satellite di Shanghai. Sussurratelo.