Il Lodo Vizzini? Un compromesso è possibile. Intervista a Giovanni Guzzetta

– E’ difficile – e forse impossibile – ragionare dello “scudo costituzionale” per il Presidente del Consiglio e della Repubblica prescindendo dal contenuto politico. Non è, come noto, un prodotto della “scienza pura del diritto”, ma un compromesso – che segue altri tentativi più sfortunati e tecnicamente anche più scriteriati – per impedire che sul rapporto tra Berlusconi e la giustizia esploda definitivamente non solo la legislatura, ma la Seconda Repubblica. Così Libertiamo l’ha visto e, di conseguenza, anche difeso.
Nondimeno, occorre forse approfondire il contenuto tecnico-costituzionale delle questioni in gioco, partendo dal testo approvato, passando dalle obiezioni avanzate dal Quirinale e giungendo alle ipotesi di correzione attualmente vagliate dal relatore e dai gruppi parlamentari. Per cercare il bandolo di questa complicata matassa chiamiamo in aiuto Giovanni Guzzetta.


Partiamo dallo scudo
. Può considerarsi davvero contrastante o eversivo con i principi della Costituzione una “immunità processuale” per il premier e per il Capo dello Stato? E’ davvero senza precedenti e senza paragoni? I “colleghi” di Berlusconi Merkel e Zapatero – in quanto anche, come il Cav., parlamentari nazionali– godono di una immunità giudiziaria e non solo processuale superiore a quella prevista dalla “versione Vizzini” del Lodo Alfano. Lo stesso “privilegio” – è cosa nota – spetta al Presidente francese Sarkozy…

Ci sono almeno due premesse da fare. La prima riguarda l’utilizzo “politico” delle questioni tecniche e costituzionali. Vorrei essere chiaro sul punto. Non esistono ragioni tecniche o costituzionali perché non si possa raggiungere un buon compromesso in materia di garanzie delle alte cariche dello Stato.
Se questo compromesso non si raggiunge è per ragioni politiche, non tecniche. Ho l’impressione che quanto sta avvenendo in questi giorni dipenda dal fatto che sono all’opera tentativi di alimentare gratuitamente la tensione, di strumentalizzare le parole dell’uno o dell’altro, tanto da costringere ciascuno a rettifiche, precisazioni, ritrattazioni. In un clima così avvelenato è difficile discutere di temi così delicati.
La seconda premessa è che nell’affrontare questi problemi ci si deve liberare da quelle che un grande giurista, Carlo Esposito, chiamava le “ricostruzioni mistiche” degli organi che svolgono funzioni costituzionali. Le visioni per cui l’attribuzione ad un organo della qualifica di imparziale varrebbe di per sé a garantire il titolare dal rischio di commettere abusi o distorsioni. In una visione realistica, qual è quella che le Costituzioni hanno, e debbono avere, tutti gli organi possono abusare del proprio potere, siano essi organi politici (il presidente del Consiglio o la maggioranza parlamentare) o organi in posizione di terzietà (i giudici) o semplicemente di neutralità rispetto all’indirizzo politico di maggioranza (Il Presidente della Repubblica). Visioni mistiche sono l’anticamera di ricostruzioni ideologiche che servono solo a coloro che hanno interesse a tenere alta la tensione e lo scontro istituzionale.
Questo spiega perché in tutti gli ordinamenti, mentre si vuole evitare l’abuso del potere politico, si vuole evitare anche l’abuso del potere tecnico o neutro. Le contromisure sono tante e la scelta attiene a valutazioni di opportunità. In Italia come nel resto del mondo.
Dunque, non c’è nessuno scandalo a immaginare uno “scudo” anche per il Presidente del Consiglio oltre che per il Presidente della Repubblica. Non lo dico io, lo dice la Corte costituzionale quando afferma che il “sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche” costituisce un “interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto”.

Si è molto discusso della cosiddetta “retroattività” dello scudo. Ma mi pare che così si confonda la retroattività di una norma processuale, quale quella che si voleva surrettiziamente inserire nel ddl sul cosiddetto processo breve, con una prerogativa che è connessa alla carica. Anche la vecchia “immunità parlamentare” era da questo punto di vista retroattiva – cioè riguardava i reati commessi prima dell’elezione, no?

Ci sono fondamentalmente due possibili tipi di garanzie o immunità per le cariche. Una di tipo sostanziale e una di tipo processuale. La prima prevede che il titolare della carica non sia responsabile per un certo comportamento che, invece,  per i comuni cittadini sarebbe fonte di responsabilità (civile, penale o amministrativa). E’ il caso, ad esempio, del Presidente della Repubblica per i reati commessi nell’esercizio delle funzioni, tranne che per attentato alla Costituzione e alto tradimento.
L’altra garanzia consiste invece nella improcedibilità. In questo caso si vuole evitare che lo svolgimento delle funzioni sia impedito da iniziative della magistratura, ipoteticamente anche se non necessariamente, persecutorie. In tal caso l’effetto è posticipare l’accertamento alla fine del mandato. E’ il caso, ad esempio, dell’autorizzazione a procedere all’arresto di un parlamentare.
Data questa ratio dell’improcedibilità, è evidente che tendenzialmente non rileva se il reato sia precedente o meno all’entrata in carica. Se si tratta di proteggere, durante il mandato,  da un procedimento giudiziario poco importa quando l’ipotetico reato sia stato commesso.

Il messaggio del presidente Napolitano al relatore del provvedimento, Sen. Vizzini, sembra dare per scontato e acquisito ciò che è costituzionalmente molto controverso, che cioè il Quirinale già oggi goda di una immunità totale, grazie all’art. 90 della Costituzione, che in teoria impedisce di procedere contro il Capo dello Stato solo per “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”. Non è un po’ abusivo “costituzionalizzare” una interpretazione neppure così consolidata, e in contrasto con quanto risulta del dibattito nell’Assemblea costituente?

La questione è effettivamente controversa in dottrina, fin dall’epoca dell’entrata in vigore della Costituzione, anche se a sostegno di una convenzione interpretativa conforme a quanto scritto nella lettera di Napolitano si potrebbe forse invocare il precedente Scalfaro del 1993, all’epoca dell’inchiesta sui fondi neri del Sisde. L’indagine lambì vari ex Ministri dell’interno tra cui l’allora Presidente della Repubblica. E in quell’occasione, effettivamente, sembra che la magistratura abbia operato una sorta di self restraint sospendendo di fatto l’indagine sull’inquilino del Quirinale. Immagino che il Presidente della Repubblica abbia avuto presente quella parte della dottrina e quel precedente allorché ha invocato la necessità di un’automatica sospensione dei procedimenti nell’ipotesi di reati extrafunzionali, anche precedenti al mandato .
Quello che mi colpisce del modo in cui è stata commentata la lettera del Capo dello Stato, però è un’altra cosa. E cioè il fatto che sia stata accreditata una lettura delle sue parole come una sconfessione del lodo Alfano, quando in realtà la conseguenza che da esse discende è esattamente il contrario. Napolitano, infatti, per ciò che riguarda la carica del Capo dello Stato, non solo aderisce alla tesi della improcedibilità nei suoi confronti, ma addirittura ritiene che mettere in discussione l’automatismo della sospensione dei procedimenti ridurrebbe l’ “indipendenza dell’organo nell’esercizio delle sue funzioni”. Si tratta di un’affermazione perfettamente coerente con la giurisprudenza costituzionale che ho citato.
Non si vede perché questo ragionamento non possa essere applicato anche alle altre cariche dello Stato in posizione apicale. L’indipendenza del Presidente della Repubblica nei confronti di ingerenze della magistratura, da questo punto di vista, non è qualitativamente diversa dall’indipendenza del Presidente del Consiglio da analoghe ingerenze. Si può ritenere che la quantità di questa garanzia possa essere differente, ma il problema di trovare un equilibrio tra sereno svolgimento delle funzioni ed esigenze dell’amministrazione della giustizia è esattamente lo stesso. Mi domando infatti perché non potrebbe applicarsi al Presidente del Consiglio quanto due giuristi seri come Bin e Pitruzzella dicono nel loro Manuale rispetto alla necessità di evitare che il “Capo dello Stato  possa essere in balia di un qualsiasi giudice cui passi per la testa di agire penalmente conto di lui”.
Capisco che tutti i faziosi, travestiti da benpensanti,  si trovino un po’ in difficoltà ad utilizzare lo stesso argomento per giustificare la sospensione di Napolitano mentre la devono contestare per Berlusconi. Ma si sa che la coerenza richiede una dose di libertà e coraggio che non sono molto diffusi oggi in Italia.

A prescindere dall’opportunità politica di intervenire sulle norme costituzionali che riguardano il Capo dello Stato, secondo te per evitare di compromettere – come teme il Quirinale – l’indipendenza del Premier e Capo dello Stato, è preferibile uno scudo “automatico”, cioè non sottoposto ad una deliberazione parlamentare?

La valutazione sulla preferibilità è una questione di opportunità politica. Attiene al grado di intensità della garanzia che si vuol prevedere.
Faccio una proposta. Nulla esclude di differenziare le due posizioni. Non vedo nessuno scandalo, ad esempio, che per il Presidente della Repubblica si formalizzi in Costituzione l’improcedibilità automatica per tutta la durata del mandato, superando così gli attuali dubbi interpretativi e cristallizzando l’interpretazione più garantista.
Così come non vedo alcuno scandalo che per il Presidente del Consiglio si differenzi quantitativamente l’intensità della tutela rispetto al Capo dello Stato. E si preveda una sospensione non automatica, ma condizionata all’autorizzazione delle Camere. E’ ciò di cui godono del resto vari Premiers e Presidenti nelle democrazie avanzate.

Un ultima considerazione sulla non reiterabilità dello “scudo”, posta come proposta di mediazione da FLI, per impedire che l’esercizio delle massime cariche istituzionali da parte di un imputato di un reato, magari grave, diventi sostanzialmente una garanzia di impunità. Che ne pensi?

La questione è molto delicata, perché se la garanzia è a tutela della carica, affinché l’esercizio della funzione sia sufficientemente sereno, non mi sembra coerente condizionarne l’applicazione a seconda che chi la ricopre ne abbia già usufruito quando era titolare di un’altra carica o della stessa nel precedente mandato. Anche perché non si può escludere che l’ipotetica iniziativa persecutoria della magistratura possa essere avviata proprio per impedire la candidatura per questa o quella nuova carica. Detto ciò anche qui si tratta di una scelta di opportunità politica, che però dev’essere fatta con coerenza per evitare una censura di irragionevolezza. Forse la previsione che sia necessaria comunque un’autorizzazione delle Camere, magari a maggioranza qualificata, per sospendere l’azione della magistratura potrebbe essere un buon compromesso.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Il Lodo Vizzini? Un compromesso è possibile. Intervista a Giovanni Guzzetta”

  1. Franco scrive:

    Non condivido per niente, la legge è uguale per tutti. E all’estero mi risulta che siano immuni i capi di stato, non i primi ministri. In ogni caso se un giorno Sarkozy venisse indagato e non si dimettesse immediatamente, poi non lo rivoterebbe più nessuno.

    Perchè questa è l’usanza all’estero: un avviso di garanzia provoca dimissioni immediate, e nessuno si sogna di parlare di “toghe rosse” o cose simili. O sono tutti dipietristi all’estero, o siamo un po’ troppo garantisti noi, cos’è più probabile?

  2. Paolo Luchessa scrive:

    Evidentemente le informazioni di Franco su quanto succede “all’estero”, dove 1 avviso di garanzia porterebbe a dimissioni immediate, vengono da Micromega o da Travaglio (v. Clinton; Chirac; Blair; Kohl e potrei continuare ad libitum). All’estero vige 1 principio, sia pure tutelato con forme e metodi diversi a seconda dei paesi: la magistratura non puó “interferire” con coloro che ricoprono cariche elettive per la durata del loro mandato. È quindi eventualmente Franco a essere dipietrista. All’estero sono veramente garantisti. E non solo con coloro che ricoprono cariche elettive. Dice niente il caso Tortora? La vera differenza tra 1 dipietrista ed 1 garantista é la seguente: il dipietrista preferisce 1 innocente in galera piuttosto che 1 colpevole a piede ibero; il garantista il contrario.

    Cordialitá

    Paolo Luchessa – Milano

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