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‘Esperienza e linguaggio. Ermeneutica e ontologia in Hans-Georg Gadamer’, ottimo esordio di Osvaldo Ottaviani

– Se si potesse compendiare in una frase l’intera opera di un filosofo, quella di Hans-Georg Gadamer, autore di Verità e Metodo (1960) e maestro riconosciuto dell’ermeneutica contemporanea,  andrebbe ricondotta alla formula : “L’essere che può venir compreso è linguaggio”; frase in sé abbastanza criptica, almeno per chi non si occupi esplicitamente di filosofia, ma che, nella vulgata postmoderna, è stata spesso associata ad un famoso passo di Nietzsche: “Non esistono fatti, solo interpretazioni”.

Questa tesi, ad esempio, è ribadita da un filosofo come Maurizio Ferraris (autore, peraltro, di un’eccellente storia dell’ermeneutica), per il quale l’ermeneutica sostiene il “primato del fraintendimento” e la “normalizzazione del dubbio” , con il risultato che “il mondo appare incerto, vago e dominato dall’equivoco, e che l’interprete diventa il demiurgo a cui è affidato l’incarico di portar luce nelle tenebre che proprio lui ha contribuito a creare” (Documentalità, 2009, p. 79).

Contro la deriva postmoderna, Ferraris propone un ritorno al realismo ontologico. Dunque, l’ermeneutica è morta e tutto va bene? Se per “ermeneutica” si intende soltanto una moda filosofica, essa non può che essere passeggera come tutte le mode, ma le cose non stanno esattamente così o, almeno, questo è quello che prova a sostenere Osvaldo Ottaviani nel suo libro Esperienza e linguaggio. Ermeneutica e ontologia in Hans-Georg Gadamer (Carocci, pp. 142 – 14,80 euro), che, potremmo dire, costituisce una sorta di commento a quella semplice frase di Gadamer sull’essere che può venir compreso come e in quanto linguaggio.

La frase, come l’autore stesso ricorda (p. 131) compendia in sé tutti i punti nodali della filosofia ermeneutica: l’essere (l’ontologia), il comprendere (l’interpretazione) e il linguaggio. Il senso dell’ermeneutica non consiste nell’affermare, sulla scia di Nietzsche, che la realtà si riduce alle sue interpretazioni e che, poiché l’interpretazione è essenzialmente linguistica, la realtà (l’essere) si riduce a linguaggio. Anche perché, come viene messo in luce nel saggio, per Gadamer (come pure per il suo maestro, Martin Heidegger) il comprendere (e, quindi, il linguaggio) non è altra cosa rispetto all’essere, bensì il modo d’essere proprio dell’uomo.

L’ermeneutica, allora, non sostiene l’identità “immediata” dell’essere e del linguaggio (e, dunque, il dominio della comprensione sull’essere, con l’interprete che svolge un ruolo da “demiurgo”); tutt’altro, il linguaggio è il luogo della mediazione per eccellenza (tra noi e il mondo, tra noi e gli altri e finanche tra noi e noi stessi) proprio perché il linguaggio, secondo Gadamer, rivela una valenza ontologica, ossia trascende la mera dimensione del “detto”, di ciò che è affermato. Proprio per questo motivo la filosofia, in quanto ricerca della verità, non può essere monologo, ossia non può chiudersi mai in se stessa, ma rimane sempre “dialogo” (o “colloquio”, Gespräch), perché la verità, la verità delle “cose” (che non è un nostro costrutto o una nostra invenzione) non si dà mai completamente e una volta per tutte. Questo vuol dire semplicemente che la verità non è riducibile a una cosa, ad un oggetto di cui possiamo disporre perché fatto da noi. Con le parole di un grande filosofo italiano, Luigi Pareyson, si può dire che “la verità è inseparabile dall’interpretazione personale” perché “noi non possiamo uscire dal nostro punto di vista per coglierla in una presunta indipendenza che valga a farne un criterio con cui misurare dall’esterno la nostra formulazione di essa” (Verità e interpretazione, 1971, p. 25).

L’interpretazione, allora, è qualcosa di rivelativo e plurale nello stesso tempo perché se la verità è irriducibile ad ogni sua formulazione (che è e rimane comunque una formulazione dell’unica verità), essa può tuttavia offrirsi a molte prospettive storicamente differenti. Da questo punto di vista, come Ottaviani mette in luce nel secondo capitolo del suo lavoro, quello di Gadamer è un costante ricupero del concetto di “cattiva infinità” che Hegel aveva rifiutato: “non disponiamo di una verità (come la scienza “dispone” del suo oggetto) che ci si consegni al di fuori del divenire storico, ma ciò non implica che non si dia verità alcuna” (p. 24).

Anche se il libro di Ottaviani rimane su un piano puramente filosofico, tuttavia dalla sua ricostruzione si possono trarre alcune conclusioni che interessano anche il tema filosofico-politico. Tutto il discorso di Ottaviani è volto a distinguere una buona da una cattiva ermeneutica, ossia l’ermeneutica di Gadamer dalle sue interpretazioni postmoderne, ad esempio dal “pensiero debole” di Gianni Vattimo (allievo di Pareyson e dello stesso Gadamer, ma molto più vicino alle tesi nietzscheane). La tesi fondamentale di Vattimo, infatti, è che la democrazia, per esistere, deve fare a meno del concetto di verità, anzi, come lo stesso Vattimo ha scritto proprio di recente, “l’addio alla verità è l’inizio, e la base stessa, della democrazia” (Addio alla verità, 2009, p.  16).  Ma l’idea che il relativismo sia garanzia di libertà e democrazia nasce appunto da una erronea concezione del rapporto tra “assoluto” e “relativo”, perché, come ci insegna la buona ermeneutica, l’assoluto si rivela soltanto nel relativo, ma questo non comporta una relativizzazione dell’assoluto. La posizione di Vattimo  viene completamente rovesciata, perché per lui la verità (come pretesa che essa sia il possesso di qualcuno) è l’imposizione di un vero metafisico e, in quanto imposizione, non può che essere violenta, mentre il relativismo garantisce l’accordo democratico. Invece è proprio dal relativismo radicale che discende la responsabilità e la legittimazione dell’uso della violenza, perché se si nega che esistano valori universali (tra cui, non ultimo, la libertà), l’unica possibile soluzione dei contrasti sociali è il ricorso alla violenza. Come dice Ottaviani, “nel momento in cui la filosofia abdica ad ogni sua funzione veritativa, l’unico criterio che rimane è l’affermazione della “verità” del più forte, della prassi a scapito della teoria” (p.  114).

La “fallacia relativistica”, per dire così, deriva dal fraintendimento operato dal pensiero debole nei confronti della buona ermeneutica, discusso da Ottaviani nel terzo capitolo del libro. Già in Heidegger, infatti, è chiarissima la tesi che i dialoganti sono tali solo perché si riconoscono nel logos che li “accomuna”. Ora, l’idea dell’accomunare, del render comune, e, dunque, della “comunità” oltre che della “comunicazione”, può essere intesa in due sensi diametralmente opposti. Uno è quello fatto proprio da Heidegger e Gadamer, in cui è il logos comune a tutti che fonda la possibilità stessa della comunicazione e del dialogo; l’altra, propria del pensiero debole, vede nel logos il prodotto del dialogo, come un ‘vero’ che non viene scoperto bensì prodotto mediante l’accordo.

La tesi del libro di Ottaviani è che nell’opera di Gadamer,se pure si fa ricorso al termine “verità condivisa”, è altresì chiarissimo il fatto che questa verità non è prodotta dai dialoganti, ma è riconosciuta da questi come “né mia né tua”. Per il pensiero debole non vale il principio che la verità rende possibile l’accordarsi (“dove c’è la verità c’è o, meglio, dovrebbe esserci, l’accordo”), ma, al contrario, vale il principio per cui “là dove c’è accordo c’è anche verità”.In questo senso, Vattimo dice che bisogna andare “oltre l’ermeneutica” riconoscendone la vocazione nichilistica. Vattimo contrasta la pretesa metafisica, presente in Gadamer, che vede l’ermeneutica come descrizione vera della struttura interpretativa dell’esperienza umana. Contro il pensiero debole, la filosofia (anche la filosofia ermeneutica) è chiamata a (ri) pensare la verità come fondamento della convivenza umana e, quindi, della politica. Non è un caso, infatti, che il libro di Ottaviani si chiuda con un richiamo forte al concetto di “responsabilità” . Proprio perché il modo d’essere proprio dell’uomo, sia come singolo sia come membro di una comunità, non è qualcosa di “dato” al modo di un oggetto, ma un “compito mai realizzato e sempre da attuare”, questo comporta una esaltazione della responsabilità, “capacità di sapere, di volta in volta, rispondere e cor-rispondere al modo d’essere che gli compete e che egli deve far suo”.

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Autore: Carlo Ludovico Cordasco

PhD student in Political Theory all'università di Sheffield. Fondatore di European Students For Liberty, autore di articoli scientifici su diritto e ordine spontaneo. Ha in corso di pubblicazione un libro dal titolo "Hayek: ordine, istituzioni e regole".

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