– Quanti di voi sapevano che il Portogallo è l’unica enclave antiproibizionista dell’Occidente?  Esattamente il primo ottobre di dieci anni fa, il Parlamento del paese lusitano depenalizzava il possesso di sostanze stupefacenti. Tutte, dalla più lieve alla più pesante. Dieci anni dopo, si può affermare che quella decisione si è rivelata un successo eclatante, che potrebbe ripetersi se il prossimo due novembre i cittadini della California diranno “sì” nel referendum popolare sulla Proposition 19, una misura che legalizzerebbe l’uso di marijuana, contro la quale si sono espressi sia Obama che il governatore Schwarzenegger.

Glenn Greenwald, un giurista statunitense di area liberale, ha spiegato per conto del Cato Institute le ragioni pratiche e di buon senso per sostenere il referendum californiano. E lo ha fatto proprio a partire dall’esperienza portoghese , che definisce “a resounding success”.

Prima di depenalizzare l’uso personale di stupefacenti, il Portogallo aveva un alto tasso di tossicodipendenze. Oggi, scrive Greenwald, “ha il più basso tasso di consumo di marijuana in Europa e uno dei più bassi di cocaina” che “hanno diminuito, ovviamente, anche gli effetti delle patologie connesse all’uso di stupefacenti, come la trasmissione di Hiv, epatiti e morti da abuso”.

Da quando in Portogallo non è più un problema di politica criminale, l’uso di droga è divenuto un problema di natura medico-assistenziale. “Le persone trovate in possesso di stupefacenti – scrive Greenwald – non sono più arrestate o trattate come criminali. Al contrario, vengono inviate davanti una commissione di esperti medici, che gli offre l’opportunità, senza obbligarli, di accettare un trattamento di recupero finanziato dallo Stato”.

Ciò ha anche consentito di abbattere quella barriera di paura che “divide gli agenti dalla cittadinanza”, che inibiva l’accettazione di percorsi di recupero da parte dei tossicodipendenti, oltre che il successo di campagne di prevenzione. Inoltre – secondo il giurista americano – “trattare la dipendenza da droga come un problema medico, piuttosto che un problema penale, è il modo migliore di affrontare la questione. Il counseling è molto più efficace della prigione nel convincere un tossicodipendente a non fare più uso di droghe”. Infine i risparmi di spesa pubblica conseguiti dal non dover mantenere gente inutilmente in carcere, “possono essere utilizzati per implementare programmi di trattamento efficaci, o servizi, come cliniche di disintossicazione”.

Oltre che risparmi, il referendum californiano potrebbe generare anche gettito fiscale:  se passa sarà consentito allo Stato di regolare e tassare la vendita di droghe leggere.

Il successo della strategia di depenalizzazione è confermato anche dal fatto che in Portogallo oggi nessuno ci pensa più a tornare indietro.

Se è un esempio per la California, l’esperienza lusitana dovrebbe a maggior ragione diventare un paradigma per l’Italia, che vanta uno dei più fiorenti mercati europei di stupefacenti e un’alta percentuale di trafficanti arrestati. Secondo le stime del World Drug Report dell’Onu, il 20% dell’eroina afghana smistata in Europa passa da noi, come pure il 19% del mercato europeo della cocaina (siamo secondi solo all’Uk, che fa 23%), nel quale sia la ‘ndrangheta che la Camorra realizzano lauti profitti, anche attraverso connessioni internazionali con cartelli centro-sudamericani.

La depenalizzazione dell’uso personale di stupefacenti e il recupero dei tossici spezzerebbe le reni alla criminalità organizzata del nostro Paese. Siamo sicuri che il referendum californiano non ci riguardi?