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Il federalismo ‘dall’alto’ non funziona

pubblicato su Il Secolo d’Italia di giovedì 21 ottobre 2010 – Tra il federalismo fiscale sbandierato nei comizi da Bossi e il percorso reale della riforma c’é di mezzo il mare. Se ne è avuta una prova netta ieri in occasione di un’occasione di un’interrogazione parlamentare presentata alla Camera dal parlamentare di Futuro e Libertà, Giorgio Conte, al ministro dei Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto. Il punto dolente posto all’attenzione da FLI è stato il decreto legislativo relativo alla determinazione dei fabbisogni standard dei singoli comuni, province e città metropolitane. E’ un provvedimento fondamentale, con il quale stabilire l’importo massimo – il costo standard, appunto – che lo Stato riconoscerà agli enti locali per l’erogazione dei servizi pubblici rientranti nelle cosiddette “funzioni fondamentali” (vale a dire, i livelli essenziali delle prestazioni previste dall’articolo 117 della Costituzione).

Ebbene su questo specifico tema il parlamento rischia di essere tagliato fuori da ogni discussione se non verrà modificato lo schema del decreto. Il provvedimento presenta più ombre del previsto. Lo schema di decreto, infatti, consegna alla Sose SpA (una società pubblica che oggi cura l’elaborazione degli studi di settore per i redditi dei lavoratori autonomi) l’onere di individuare le metodologie di calcolo e di definire gli specifici fabbisogni standard per ciascun ente locale. Tra gli addetti ai lavori, non sono in pochi a storcere il naso di fronte a questa soluzione. Con l’interrogazione rivolta al ministro Raffaele Fitto, FLI ha sollevato un dubbio cruciale: l’aver conferito a una società esterna il compito di definire i costi standard, che la legge delega sul federalismo demandava al decreto legislativo del Governo e non certo ad un soggetto tecnico, non rappresenta forse una violazione della delega stessa?

In qualche modo, è come se il Governo avesse voluto eludere le sue responsabilità, procrastinando il momento in cui davvero s’inizierà a parlare di “numeri”. E ancora: é corretto che, una volta messe a punto le metodologie di calcolo dei costi standard, queste non siano più sottoposte ad alcuna valutazione parlamentare, ma solo al vaglio di un organo tecnico come la Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale?

La sensazione che un aspetto così delicato della riforma federalista finisca per essere sottratto al dibattito parlamentare è forte. Difficile poi credere che la Sose possa svolgere il compito affidatole in virtù delle sue attuali risorse e del suo know-how sulle capacità fiscali dei lavoratori autonomi: occuparsi dei conti di avvocati o artigiani è cosa complessa, ma molto lontana dalle competenze necessarie per la determinazione dei fabbisogni standard di circa 8100 comuni e 100 province. Soprattutto se alla società non si destineranno risorse aggiuntive. Il rischio concreto, quanto meno in una prima fase, é che la Sose scarichi il complesso lavoro di raccolta di informazioni contabili e finanziarie sugli enti locali. E questi ultimi, per non incappare nel congelamento dei trasferimenti statali previsto nel decreto per chi non collabora, potrebbero essere indotti a risposte approssimative, e tendenzialmente sovradimensionate. D’altro canto, perché i responsabili della ragioneria degli enti territoriali dovrebbero reperire in poche settimane dati secondo una classificazione finanziaria che nessuno, negli anni, ha mai chiesto loro di elaborare? Le risposte da parte del ministro Fitto sono state tutt’altro che risolutrici. Il testo era ieri all’esame della Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale e delle altre commissioni competenti di Camera e Senato. Ma poi nel pomeriggio il ministro della Semplificazione Calderoli ha annunciato di avere messo a punto, in una nuova bozza di testo, una serie di limature rispetto al decreto in questione. Lavori in corso, insomma. In particolare si sottolinea un maggiore controllo delle Camere e del Tesoro sul calcolo dei fabbisogni standard e, inoltre, nella determinazione dei fabbisogni standard la Sose si avvarrà della collaborazione dell’Istat. Queste limature tengono conto evidentemente dei rilievi posti in Aula da FLI, anche se rimangono inalterate non poche perplessità.

Le incertezze sullo schema di decreto relativo ai costi standard degli enti locali fanno emergere, del resto, una debolezza strutturale dell’intera riforma federale. Vale a dire la “strozzatura” in cui molte amministrazioni locali incapperanno: comuni e province sconteranno, da un lato, la limitata autonomia impositiva e, dall’altro, lo spettro troppo ampio di funzioni soggette alla disciplina dei costi standard. Con poche risorse proprie (di fatto solo i tributi sugli immobili, prima casa esclusa) e trasferimenti statali commisurati ai costi standard per una quota molto ampia di funzioni, non saranno pochi gli enti locali in affanno. Ma proprio l’eccessiva estensione della categoria delle funzioni fondamentali fará sì che lo Stato si troverà poi costituzionalmente obbligato a risanare i conti degli enti locali, anche in deroga alle norme previste dalla riforma. Insomma, poca autonomia sul fronte delle entrate, struttura dei costi in buona parte fissata dall’alto e sistematici e poco trasparenti ripiani statali dei debiti locali: altro che federalismo.

La soluzione – questa sì autenticamente federale – sarebbe probabilmente quella di ampliare gli spazi di autonomia impositiva di comuni e province, riducendo contemporaneamente all’essenziale i compiti ricompresi nell’alveo delle funzioni fondamentali (un nome accattivante, ma per molti versi fuorviante).


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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