Il “collegato lavoro”, finalmente! Il Pd, non pervenuto

– Ce l’abbiamo fatta ! Alla settima lettura, la quarta della Camera, il “collegato lavoro” (AC 1441-quater ) è stato approvato in via definitiva. Per la sua entrata in vigore, manca solo la promulgazione e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.  L’iter legislativo ha incontrato parecchi problemi e difficoltà, compresa la richiesta di riesame da parte del Capo dello Stato, attraverso l’invio, il 31 marzo scorso, di un messaggio motivato alle Camere ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione. Ad ogni lettura è insorta un’occasione di forte conflittualità con le opposizioni (l’UdC ha sempre tenuto però un comportamento responsabile anche in sede di voto). Tanti sono stati i motivi di dissenso, di volta in volta emersi con maggiore forza ad ogni passaggio.

Nel primo giro il “nemico” era il ministro Renato Brunetta. Il progetto di legge conteneva (e contiene ancora) parecchie norme rigorose in materia di pubblico impiego, compreso un opportuno giro di vite sui permessi per l’assistenza ai disabili, sui permessi in generale e sull’uso del part time nella pubblica amministrazione. Strada facendo molte di quelle norme hanno trovato un altro vettore legislativo. Il tiro si è quindi spostato sull’apprendistato e sul ministro Sacconi. Poi, dopo una dura presa di posizione dei giuristi vicini alla Cgil, rimbalzata su “La Repubblica”, è finita nel mirino l’introduzione di una forma di arbitrato irrituale, introdotta dal Senato, nella sua prima lettura (durata quasi un anno).

Su questo problema, poi, è ampiamente intervenuto, nel suo messaggio, il presidente della Repubblica, imponendo un riesame che, per forza di cose, ha finito per concentrarsi proprio su questo teme, facendone – soprattutto dopo un grave infortunio della maggioranza alla Camera riguardante l’approvazione di un emendamento del Pd – l’argomento di polemica e di scontro politico fino alla conclusione, avvenuta con un voto a larga maggioranza martedì scorso. Il nodo cruciale ha sempre riguardato la possibilità, per il lavoratore, di sottoscrivere una clausola compromissoria impegnandosi a devolvere ad arbitri le eventuali controversie attinenti al rapporto di lavoro.

E’ complicato raccontare tutti i passaggi di questa singolare vicenda. Limitandosi all’essenziale è sufficiente ricordare che, inizialmente, le garanzie a tutela della volontarietà del lavoratore erano le seguenti: la possibilità di sottoscrivere delle clausole compromissorie doveva essere prevista nella contrattazione collettiva la manifestazione della effettiva volontà di aderire da parte del lavoratore doveva avvenire davanti ad una commissione di certificazione. Il Governo e la maggioranza ritenevano, infatti, che spettasse alla contrattazione collettiva definire un quadro adeguato di garanzie (della cui necessità nessuno ha mai dubitato), tanto che il ministro Maurizio Sacconi volle prendere l’iniziativa di promuovere la sottoscrizione ad opera delle parti sociali di un avviso comune che escludesse, nel contesto delle intese negoziali, la materia della risoluzione del rapporto di lavoro dal ricorso a procedure stragiudiziali. Nel suo messaggio il Capo dello Stato aveva ritenuto indispensabile un ampliamento del perimetro delle garanzie presidiate dal precetto legislativo.

La maggioranza e il Governo si sono adeguati, seguendo quelle autorevoli indicazioni, secondo le quali era “la fase della costituzione del rapporto… il momento nel quale massima è la condizione di debolezza della parte che offre la prestazione di lavoro”.  Questa preoccupazione, riferita al momento dell’assunzione,  era ripetuta più volte nel testo del massaggio. Così, fu scelto di “blindare”la clausola compromissoria che interviene al momento dell’assunzione. Tale clausola, ai sensi dell’articolo 808 cpc, recita: “Le parti, nel contratto che stipulano o in atto separato, possono stabilire che le controversie nascenti dal contratto medesimo siano decise da arbitri…”.  E’ chiaro, allora, che si tratta di un impegno che le parti assumono per il futuro e per tutte le controversie nascenti. Non avrebbe senso sommare due adempimenti: sottoscrivere liberamente una clausola compromissoria all’atto della stipula del contratto e decidere, poi, tutte le volte in cui insorga una controversia, se adire il giudice togato o il collegio arbitrale.

In questo modo, attraverso un sovraccarico di burocrazia, si finisce in pratica per precludere il ricorso all’arbitrato pur dichiarando di condividerne, come fanno talune forze di opposizione, l’introduzione nel sistema delle relazioni industriali. Uno strumento facilitatore del “rendere giustizia” al lavoratore non può trasformarsi in un pellegrinaggio davanti alle commissioni e agli organi di certificazione. Val la pena, a questo punto, di richiamare, in sintesi, il contesto di garanzie di cui è circondata l’introduzione dell’arbitrato. Premesso che l’articolo 31 mette in campo una serie molto ampia di opzioni per quanto riguarda le forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro e che l’arbitrato irrituale secondo equità, di cui ai commi  10 e 11 è solo una di queste, va ricordato, in proposito, quanto segue:

a) le clausole compromissorie possono essere pattuite solo laddove ciò  sia previsto dalla contrattazione collettiva. Ed è tanto importante e costitutiva la definizione di un ambito negoziale di riferimento che è addirittura stabilita una procedura, conforme alle osservazioni del messaggio presidenziale, attraverso cui il ministro del lavoro e delle politiche sociali può intervenire in caso d’inerzia dei soggetti collettivi;

b) le parti  devono recarsi davanti alle commissioni di certificazione le quali sono tenute ad accertare l’esistenza di un’effettiva volontà; le parti stesse possono farsi assistere da un legale di propria fiducia o da un rappresentante sindacale;

c) prima di poter sottoscrivere le clausole deve essere esaurito il periodo di prova o comunque devono essere trascorsi almeno 30 giorni dalla stipula del contratto;

d) il collegio è un soggetto terzo, che giudica secondo equità, ma che è chiamato ad attenersi comunque non solo ai principi generali del diritto, ma anche a quelli specifici della materia del lavoro, ancorché derivanti da obblighi comunitari.

L’opposizione (diversa è stata la linea di condotta dell’Udc in Commissione e in Aula dove ha espresso voto favorevole) ha sostenuto che quelle introdotte non erano garanzie sufficienti continuando a ribadire – in forza di un infortunio della maggioranza nella precedente lettura – l’esigenza che, nonostante il gran daffare all’atto dell’assunzione, le parti sarebbero dovute tornare davanti alle commissioni di certificazione ogni volta che insorgesse una controversia per confermare la volontà di comporla o meno per arbitri. Ma se fosse vero che i datori di lavoro italiani sono pronti a prevaricare il lavoratore come parte debole del rapporto, costringendolo, contro la sua volontà, a rinunciare al suo giudice naturale e a sottoscrivere la clausola compromissoria, non potrebbero gli stessi datori – anche in assenza di una clausola compromissoria – obbligare, con la medesima pervicacia, il malcapitato a scegliere, sempre controvoglia, di affidarsi all’arbitrato volta per volta?

Quello stesso lavoratore – presentato come se fosse in balia di un datore che vuole portarlo, contro la sua volontà, davanti ad un collegio arbitrale istituito per contratto – sarebbe ugualmente costretto a farlo, all’insorgere di una controversia, anche se la clausola maledetta lui non l’avesse mai sottoscritta o addirittura non fosse mai esistita. Del resto, è eccezionale che, in vigenza del rapporto di lavoro, dei dipendenti privati citino in giudizio il loro datore. Oggi le controversie giudiziarie si svolgono tutte a conclusione del rapporto di lavoro. Non sarebbe così, probabilmente, se fosse operante un moderno ed agile sistema di composizione stragiudiziale.

Il Pd, dunque, ha perso un’occasione. Non è stato capace neppure di attribuirsi le notevoli modifiche indotte dal messaggio presidenziale. E’ rimasto lì a girare a vuoto come un disco rotto, a ribadire stancamente le consuete osservazioni care alla Cgil. Come se il lavoratore non fosse capace di assumersi la responsabilità di prendere una decisione; come si i padroni, in Italia, si ingegnassero a turlupinare i lavoratori con artifici ingannevoli per imporre loro, niente meno, che un giudizio secondo equità di fronte ad un collegio arbitrale terzo.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

2 Responses to “Il “collegato lavoro”, finalmente! Il Pd, non pervenuto”

  1. Sveglia, ragazzi! scrive:

    L’autore si chiede: “Ma se fosse vero che i datori di lavoro italiani sono pronti a prevaricare il lavoratore come parte debole del rapporto, costringendolo, contro la sua volontà, a rinunciare al suo giudice naturale e a sottoscrivere la clausola compromissoria, non potrebbero gli stessi datori – anche in assenza di una clausola compromissoria – obbligare, con la medesima pervicacia, il malcapitato a scegliere, sempre controvoglia, di affidarsi all’arbitrato volta per volta?”
    Certo! Ma per il lavoratore un conto è esercitare di volta in volta il diritto di opzione a fronte di una controversia specifica insorta nel corso del rapporto di lavoro e un conto è esercitarlo all’atto dell’instaurarsi del rapporto di lavoro in situazione di maggiore debolezza e ricattabilità.
    Inoltre l’autore non dice che la ratio di quella parte del provvedimento era volta all’aggiramento del famigerato (per lui) art. 18: tentativo fallito per l’intervento del Capo dello Stato.
    Speriamo che la Corte Costituzionale metta una ulteriore pezza!

  2. Francesco Cutrera scrive:

    Bel commento! una bella sviolinata a favore di un governo che protegge i forti e affossa i deboli. si è dimenticato di dire, il sig. Cazzola che la clausola tratta sì l’arbitrato che è realtà da tempo sia nei CCNL sia nella legge ma si riferisce all’arbitrato irrituale in cui si decide “secondo equità” e non secondo le norme di legge e contrattuali vigenti. Per fortuna dei lavoratori l’intervento del Presidente della Repubblica ha fatto modificare di qualche virgola il concetto. resta fermo il fatto che il lavoratore è SEMPRE la parte debole del contratto di prestazione poichè soggetto subordinato. non è quindi giusto abbassare le sue tutele facendogli prendere coscienza della sua condizione… di profondo conoscitore delle regole del lavoro. ma mi faccia il piacere sig. Cazzola!

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