Quei giovani francesi che non vogliono un futuro

– Francia, lo Stato sociale non può più permettersi di mantenere il suo sistema previdenziale. Essendo retributive, le pensioni dei francesi che lasciano il lavoro sono pagate dai concittadini più giovani che lavorano ancora. Nella repubblica d’Oltralpe si può appendere il proprio lavoro al chiodo a 60 anni. Data l’aspettativa di vita attuale, mediamente un francese vive dai 25 anni (per gli uomini) ai 27 (per le donne) senza lavorare, mantenuto dai connazionali che lavorano ancora. Quello d’Oltralpe è mediamente il pensionato più longevo, non solo d’Europa, ma di tutto il mondo industrializzato. Da nessun’altra parte nel globo, così tante persone vivono, così a lungo, a carico della comunità.
La riforma delle pensioni voluta dal Governo Fillon e fortemente caldeggiata dal presidente Nicolas Sarkozy vuole porre rimedio a una situazione insostenibile. La riforma attuale non pone mano a strumenti radicali. Si limita a rinviare lo scoppio della crisi demografica, innalzando di appena due anni l’età pensionabile, per raccogliere più contributi. La minima si prenderà a 62 anni, invece che a 60, la massima a 67 anni invece che a 65.
Eppure la realtà si è apparentemente ribaltata. I giovani si ribellano per continuare a mantenere le generazioni che li hanno preceduti.

La Francia è ora entrata nella sua terza settimana di paralisi. Uno stallo imposto da blocchi, picchetti, manifestazioni, atti di forza e veri e propri sabotaggi. I treni sono rallentati, un Tgv su due non compie il suo percorso, molte strade sono bloccate dai camion, un terzo dei benzinai è rimasto privo di scorte perché i militanti sindacali hanno occupato e chiuso le 12 raffinerie del Paese. Gli operai non possono andare al lavoro negli stabilimenti di Peugeot e Citroën a causa dei picchetti. I principali terminali petroliferi sono bloccati. La centrale di rifornimento dei supermercati Auchan picchettata. Andare in macchina è un problema, in treno anche, gli aerei stessi rischiano di rimanere privi di carburante. E intanto scoppiano scontri: ben due in due giorni nel sobborgo di Nanterre (Parigi) e uno, grave, a Lione. Parigi è percorsa, in media, una volta ogni quattro giorni, da manifestazioni di massa, anche se non oceaniche: l’ultima ha coinvolto da 60mila (per la polizia) a 300mila (per i sindacati) persone.

Gli uomini che passano direttamente all’azione sono gruppetti di poche decine di persone. Per fare qualche esempio: il picchetto agli stabilimenti automobilistici è formato da circa 60 militanti sindacali. Il blocco dei depositi di Auchan da una trentina di persone. Quaranta-cinquanta attivisti, fra studenti e scaricatori, impediscono le operazioni di carico-scarico nel porto di Dunkerque. Negli scontri di Nanterre, domenica scorsa, la polizia ha arrestato circa 200 facinorosi. Quasi tutti squatter, non certo studenti dei licei. Gli istituti chiusi per occupazione sono, in tutto, circa 300. Ieri il numero delle scuole in “sciopero” è salito alle 370. Comunque una percentuale bassa sulle circa 4500 scuole superiori del Paese.
Benché i numeri della rivolta siano bassi, quelli del suo seguito non lo sono. Secondo i sondaggi pubblicati questa settimana dai maggiori quotidiani, il 70% dei francesi è disposta a subire tutti i disagi del caso e appoggiare gli scioperi a oltranza.

Quel che veramente lascia a bocca aperta è la composizione demografica del popolo in rivolta: lavoratori, relativamente giovani e in salute e, sempre di più, studenti. I liceali, in particolare, ritengono di vivere una nuova stagione di risveglio politico, paragonabile al ’68. Insomma, proprio quelli che dovranno pagare più tasse per mantenere la popolazione più anziana e inattiva, coloro che sono più colpiti dall’attuale sistema sono i suoi maggiori difensori. Perché? Perché, evidentemente, l’ideologia, inculcata nelle scuole e nelle famiglie, ha superato la realtà. Al punto da spingere a protestare contro i propri interessi per mantenere un stato sociale che, pur essendo insostenibile, “deve” essere difeso a tutti i costi. Stando così le cose, il sistema francese non è riformabile, nemmeno di fronte a crisi manifeste. Solo una rivoluzione culturale, profonda e capillare quanto quella del ’68, ma di segno opposto, potrà aprire gli occhi a quel popolo che, per secoli, fu l’avanguardia dell’Europa.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

10 Responses to “Quei giovani francesi che non vogliono un futuro”

  1. enzo lombardo scrive:

    D’accordo col fatto che non è sostenibile(ma prima perchè lo era?).
    Però paragonandola con la realtà italiana, non capisco perchè tutti, governo e opposizione sono d’accordo insieme a Marcegaglia (Confindustria) ad innalzare l’età pensionistica, quando le aziende considerano gli “over “50 obsoleti, non performanti, e cercano di farli uscire dal mondo del lavoro.
    Paradossalmente il rischio già oggi per un 50enne che perde il lavoro, e ovviamente non riesce a ricollocarsi se non in modo precario, è quello di campare male aspettando di maturare l’età giusta per poi prendere una pensione molto più bassa di quanto avrebbe avuto lavorando regolarmente.

    E poi, siamo sicuri che l’età media si alzata?
    Io ne vedo di novantenni, ma siamo sicuri che le generazioni nate dopo il “70 avranno la stessa salute dei loro nonni?
    Visto l’aumento di patologie legate all’inquinamento e lo stress?

  2. Stefano Magni scrive:

    Caro Enzo, il sistema non è più sostenibile da anni. Rimandando la riforma, si rinvia il problema, non lo si risolve. D’accordo, comunque che un ultra-cinquantenne al lavoro rende molto meno. E’ per questo che la riforma ideale delle pensioni non è quella di innalzare l’età pensionabile (cosa che permette, comunque, di raggranellare più contributi e tappare il buco del sistema previdenziale), ma di istituire un sistema a risparmio individuale. In cui ogni lavoratore risparmia per sé e decide lui quando andare in pensione, con quel che ha maturato negli anni di lavoro. Solo che, se succede un pandemonio per una riformina come quella proposta da Fillon e Sarkozy, cosa succederebbe in caso di riforma più drastica?
    Quanto all’età media: in tutta Europa la popolazione sta diventando più anziana, per il combinato disposto di innalzamento della speranza di vita media (che è già una realtà) e abbassamento del tasso di natalità. Non so quanto vivremo noi nati dopo gli anni ’70, ma è certo che per i prossimi 20-25 anni avremo una popolazione più anziana. E 20-25 anni bastano per mandare ko l’attuale sistema previdenziale.

  3. Sveglia, ragazzi! scrive:

    E meno male che l’ideologia è quella dei giovani francesi! Questo articolo gronda di ideologia! Sostenere che i pensionati dopo aver pagato contributi per 40 anni sono dei “mantenuti” è non solo ideologico, ma insolente e vergognoso! I giovani francesi insegnano ancora una volta al mondo, come nel ’68 che il sistema è marcio, mentre i giovani italiani stanno ancora a guardare. A quando la sveglia?

  4. -jm- scrive:

    Non sarebbero dei mantenuti dallo Stato se la loro pensione mensile fosse al massimo pari alla somma dei contributi versati rivalutata divisa per i mesi di vita residua che li attende secondo le statistiche.
    Visto che hanno ancora un sistema retributivo (sia pur più evoluto di quello che abbiamo rottamato a inizio anni 90), è probabile che la differenza tra la cifra percepita come pensione e quella versata per averla risulti positiva.

  5. Sveglia, ragazzi! scrive:

    Che quella differenza possa essere positiva per qualcuno è del tutto probabile, come è del tutto probabile che per qualcuno sia negativa e che qualcun altro abbia solo versato e non ricevuto (mai sentito parlare di mutualità?!). Inoltre è sicuro (un po’ più che probabile, quindi) che i soldi della previdenza (e quindi dei contributi versati dai lavoratori) abbiano anche supplito alle carenze del welfare sottosviluppato italiano snaturando la funzione previdenziale in assistenza vera e propria e mandando in rosso i bilanci. Pensioni sociali e ammortizzatori sociali (CIG, ecc.) le paghiamo noui lavoratori invece della fiscalità generale. Invece si vuol far credere che è la fisclaità generale a pagare le pensioni.
    Ma un po di decenza, no?!

  6. Stefano Magni scrive:

    @”Sveglia Ragazzi!” il suo commento non farebbe una piega in un sistema pensionistico alla cilena, dove ogni lavoratore risparmia, individualmente, per il proprio futuro di pensionato. Ma in un sistema retributivo non funziona così. Sono i lavoratori che pagano per pagare le pensioni a chi ha già smesso di lavorare. Sono dunque le nuove generazioni a pagare il conto delle vecchie. Dato l’invecchiamento demografico, la popolazione mantenuta costa sempre di più. Quella che la mantiene farà sempre più fatica a reggerne il peso. E questi sono fatti, non ideologia. A prescindere da qualsiasi valutazione etica. Serve una riforma del sistema, dunque. E l’aumento dell’età pensionabile, come vuole Sarkozy, si limita a rimandare la crisi inevitabile di tutta la struttura previdenziale. E’ e resta assurdo, comunque, che siano proprio i ragazzi a protestare contro ogni cambiamento. Perché il mantenimento del sistema attuale penalizzerà soprattutto loro.

  7. Sveglia, ragazzi! scrive:

    Anche il tuo ragionamento non farebbe una grinza se non per il fatto che non si capisce allora dove sono finiti i contributi versati da quelle sanguisughe degli operai… Suvvia, non scherziamo con le cose serie, che a forza di dire baggianate la gente ha cominciato a crederci!

  8. GIANCARLO scrive:

    Caro Sveglia Ragazzi, mi spiace contraddirti ma commetti un errore. Qualcuno ha già spiegato che gli operai che hanno lavorato 40 anni non hanno rubato assolutamente nulla, sono figlio di operai per intenderci, ma hanno pagato la pensione a chi è andato in pensione prima di loro. Le loro pensioni di adesso, le stiamo pagando noi che lavoriamo e le nostre, se mai arriveremo alla pensione, saranno pagate da chi lavorerà dopo di noi.

    Occorre una rivoluzione, non una riforma.

    Ciascuno deve provvedere alla propria di pensione, per quelli che ci sono già bisognerà trovare dei fondi per pagare loro quanto dovuto.

    E’ dolorosissimo ammetterlo, ma lo Stato Sociale impostato 50 anni fa non è più sostenibile. Punto.

  9. Sveglia, ragazzi! scrive:

    Siamo d’accordo sul fatto che lo stato sociale italiano vada riformato, ma il problema è esattamente l’opposto. In Italia, in confronto agli altri paesi europei, la spesa previdenziale è abnorme rispetto alla spesa sociale complessiva perchè sostanzialmente in Italia la spesa per l’assistenza sociale è inesistente! Il welfare italiano è “lavoristico” e non “univeralistico”. La spesa previdenziale E’ la spesa sociale per eccellenza in Italia. Con i contributi dei lavoratori non si pagano solo le pensionisi ma si supplisce alle carenze del sistema assistenziale attraverso pensioni sociali, cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, ecc. Il problema non è tagliare dunque la spesa previdenziale, ma trovare altrove le risorse per l’assistenza (cioè dalla fiscalità generale e in particolare da chi le tasse non le paga)
    Naturalmente per risanare la previdenza occorrerebbe anche una platea di contribuenti adeguata, ma aldilà degli aspetti demografici, la precarietà del lavoro (intensa in senso lato) delle giovani generazioni non lo consente: discontinuità di contratti, lavoro nero, contratti parasubordinati, partite IVA fittizie, ecc. rendono la contribuzione dei giovani insufficiente a finanziare il sistema.
    I lavoratori, giovani e non, ne escono cornuti e mazziati: non hanno servizi sociali perchè chi dovrebbe pagare più tasse (i ricchi) evade. I contributi non sono sufficienti a finanziare previdenza e assitenza e allora che si fa: si taglia la previdenza! Così i lavoratori si trovano senza previdenza e senza assistenza, gli uni contro gli altri (chi ha o avrà la pensione e chi se la sogna). E gli evasori ringraziano! E il bello è che poi i lavoratori spesso votano proprio i partiti degli evasori (PDL e Lega) e proprio perchè gli promettono di tagliare le tasse! Fantastico: cornuti, mazziati e presi per il culo!!

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